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Incontro organizzato dalle Donne in Nero - Commissione per le pari opportunità Comune di Roma - Imed

«Fra uccidere o morire abbiamo scelto di vivere»

di Paola Pittei - Liberazione 31.10.2002

 

«I fili che ci uniscono sono forti: sono i fili della tenerezza e dello scambio. Le Donne in Nero hanno scelto di schierarsi contro i nazionalismi, i militarismi e la guerra. Hanno capito che era possibile costruire dal basso la politica internazionale delle donne. Camminando insieme in questi anni abbiamo imparato molto e abbiamo capito che fra uccidere e morire c'è una terza via: vivere, vivere con dignità , vivere con giustizia».

Con queste parole Luisa Morgantini, europarlamentare e coordinatrice delle Donne in Nero, ieri sera ha aperto a Roma, nella sala della Protomoteca in Campidoglio, l'incontro "Donne dai luoghi di conflitto ci raccontano". Accanto a lei e a Mariella Gramaglia, assessore alle Pari Opportunità del Comune che ha portato il saluto della giunta e del sindaco, c'erano tante donne che in ogni parte del mondo si sono prese la responsabilità di tessere quella «rete della solidarietà e della diplomazia dal basso» e di sostenere le donne che vivono nei luoghi di conflitto. Erano presenti: Amina Rouchati, sindacalista del Marocco, Evi Dilara, profuga kurda in Italia da molti anni, Fadwa al Labadì palestinese del Centro delle donne di Gerusalemme, Jadranka Milicevic delle Donne in Nero di Sarajevo, Johanna Lerman, giurista israeliana, Malika Zuba giornalista algerina, Stanislavka Zajovic montenegrina delle Donne in Nero di Belgrado, Tahmeena Rawi dell'organizzazione Rawa (Revolutionary association of women of Afghanistan), profuga afghana in Pakistan.

Prima del convegno sul terrazzo della protomoteca, mentre il sole tramontava incendiando i Fori imperiali, abbiamo parlato con alcune di queste donne arrivate a Roma per raccontarci i conflitti che ancora insanguinano la loro terra. Come è adesso la situazione delle donne in Afghanistan, abbiamo chiesto a Tahmeena, la giovane afghana di Rawa che ancora vive in un campo profughi. «Non siamo più costrette a portare il burka, possiamo lavorare e andare a scuola, non siamo più obbligate ad essere accompagnate da un uomo quando usciamo; tutte le restrizioni sono state abolite ufficialmente ma praticamente continuano ad esistere. Le donne hanno molta paura di questo governo dell'Alleanza del nord che prima del regime dei talebani ha compiuto molti crimini soprattutto nei confronti delle donne». «Solo a Kabul - ci dice ancora - ci sono le forze di pace che governano il territorio e che garantiscono un minimo di controllo, ma nel resto dell'Afghanistan i signori della guerra dominano ancora il resto del paese. C'è ancora la guerra fra fazioni, ogni giorno ci sono razzie, devastazioni e paura». Questo è il motivo per cui ancora tanti afghani vivono nei campi profughi? «Quelli che decidono di andare in Afghanistan spesso tornano indietro perchè non trovano né casa, nè lavoro, nè assistenza sociale».

Per Johanna, israeliana di Tel Aviv, in Israele «oggi la situazione è pessima», sia per quanto riguarda la politica che l'economia. «Oggi i palestinesi e gli israeliani hanno fame, ma tutti i finanziamenti dello stato vanno agli armamenti e ai coloni». Dall'inizio della seconda Intifada, «ma anche prima», Israele si è molto militarizzata: «questo per noi è il tempo dei generali che incutono il terrore sia nel paese che nei Territori». «Il governo Sharon non permettere di intravedere uno spiraglio di pace - conclude Johanna - e per le donne è sempre più difficile far sentire la propria voce. Ma noi andiamo avanti lo stesso, ci battiamo contro l'occupazione militare con la forza dell'intenso silenzio delle Donne in Nero che ogni settimana scendono in piazza».

«Dopo la caduta del regime il problema più grave in Serbia è la povertà che colpisce la maggioranza della popolazione», ci racconta Stanislavka, donna montenegrina che vive a Belgrado. Per non parlare della pesante disoccupazione: «900mila disoccupati soprattutto donne, così come le donne sono la maggioranza anche fra i profughi». Per le donne c'è più libertà e meno controllo rispetto a prima? «Sì, però la situazione continua ad essere molto difficile, ma nonostante questo noi Donne in Nero siamo riuscite a svolgere in Serbia e Montenegro attività di educazione per la pace e a rinforzare l'autodeterminazione delle donne. E abbiamo collaborato anche con le croate e le bosniache». Le donne jugoslave dunque sono riuscite a superare trasversalmente i problemi etnici? «Fin dall'inizio abbiamo saltato i muri delle etnie. Ci siamo schierate contro contro ogni tipo di nazionalismo e di omologazione etnica».

 

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