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Al social forum romano e a quello nazionale: lasciamo aprire alle donne il corteo del 10 novembreCari
compagni e compagne, nell’ultimo mese, a destra come a sinistra, in molti
hanno scoperto la dura sofferenza delle donne afghane, alcuni anzi, in loro
nome, hanno giustificato i bombardamenti sull’Afghanistan e il corollario di
morte, dolore, paura tra la popolazione civile che essi comportano. Noi
crediamo fermamente che le donne afghane, come le donne degli altri paesi del
mondo, non abbiano bisogno di tali amici. In molti
ora scoprono l’orrore della burqa, così come negli anni passati hanno
scoperto lo scempio delle donne uccise e violentate dagli integralisti algerini,
le sofferenze delle indigene, l’elenco delle ingiustizie di cui sono vittime
le donne potrebbe riempire pagine e
pagine. Ma non
è per elencarle che vi scriviamo. Vogliamo
invece proporvi di compiere un gesto che, nella sua semplicità, segnerebbe la
reale differenza di questo movimento: lasciamo aprire alle donne il corteo del
10 novembre Non lo abbiamo pensato come mera rivendicazione “femminile” bensì
come un preciso impegno e gesto politico del movimento. Un atto
simbolico di riconoscimento del profondo e spesso misconosciuto lavoro di quelle
donne che in paesi dove i conflitti
annebbiano la mente di molti, si sforzano con il loro agire
di resistere alla cultura di guerra praticando invece la nonviolenza e la
cultura della pace. Pensiamo
alla capacità di dialogo delle palestinesi e delle israeliane tra loro, alla
lotta delle algerine,contro l’integralismo della Gia, costata così tante
vite, alle donne in nero della Serbia e della Bosnia, e, non ultimo, alle
afghane che, sostenute solo dalle altre donne, si sono opposte prima
agli invasori sovietici e poi ai talibani proseguendo, a costo della loro
vita, l’educazione delle bambine, il lavoro, l’assistenza e la lotta per la
libertà di tutto il loro popolo. Pensiamo
anche alle tante donne immigrate in Italia, così pesantemente colpite da leggi
ingiuste e xenofobe. Alle ragazze costrette dalla criminalità organizzata e dai
loro uomini, con la complicita’ dei clienti italiani, a
vendere i propri corpi, a subire subire violenze che calpestano la loro
dignità e quella di noi tutte. Alle
migranti clandestine costrette dalla loro ingiusta condizione ad accettare forme
di sfruttamento e, per lo stesso motivo, private del diritto alla maternita’,
ad un salario giusto, in una parola dei diritti di cittadinanza. Pensiamo
infine a tutte coloro che sono state e ancora sono vittime della orribile
pratica delle mutilazioni sessuali. Tutte loro hanno spesso trovato come unica
rete di solidarietà le donne native con cui, non senza reciproco sforzo, hanno
costruito forti relazioni. Ci piace
pensare che un movimento come questo, che crede che un mondo migliore sia
possibile, non voglia limitarsi a
comode espressioni di solidarietà con le presunte “vittime”
ma compia un passo avanti riconoscendo di avere da apprendere qualcosa
dalla relazione tra donne e dalla loro capacità di costruire percorsi di pace.
Basta guardare alle donne in nero e alle tante altre donne che come singole e
associazioni costruiscono percorsi di pace a partire dalla relazione con le
donne che vivono nei luoghi difficili e di conflitto. Del
resto questo è un movimento che, molto più di qualsiasi altro nel passato,
conta molte madri, da Susan George a Vandana Shiva, alle madri della pace curde
e turche, solo per fare alcuni nomi. Siamo
certe che converrete con noi che nessun mondo migliore sarà possibile finché
verrà nominata solo la genealogia paterna e negata quella materna. Se
qualcuno poi, vorrà obiettarci che tutto ciò non c’entra con i temi della
manifestazione del 10 e con le mobilitazioni dei giorni precedenti,
che lì si vuole parlare del diritto al cibo e all’acqua e che davanti
alla fame e alla sete uomini e donne sono uguali, e che quindi non vede la
ragione di far aprire il corteo da quest’ultime, non ci limiteremo ad invitare
a dare un’occhiata alle statistiche sulla mortalità tra i due sessi, né a
ricordare che le donne da sempre hanno a che fare con il cibo più degli uomini,
che si limitano in genere a consumarlo. Conosciamo
centinaia di associazioni di donne che da anni combattono, insieme,le guerre, la
fame, la povertà, la violenza, l’analfabetismo nel mondo, e che pagano a caro
prezzo questo loro impegno. Nomi e
indirizzi sono a disposizione di tutti, non conoscerli è, per un movimento come
questo, una colpa. Invitiamo
tutte le donne, le immigrate, le native, le giovani e le anziane ad unirsi a
noi, contro la guerra, la fame nel mondo, il terrorismo e l’ingiustizia e ad
appoggiare questa nostra richiesta che se accolta ci vedrà aprire il corteo con
un semplice striscione, portato dalle donne delle associazioni, movimenti,
organizzazioni, singole, con scritte queste parole: libere dalla
violenza e dalle ingiustizie fermiamo la guerra
e le occupazioni Rete romana delle
donne della marcia mondiale , associazioni, singole
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