Per una
Città in Genere
Contributo al dibattito sul nuovo PRG dell’assemblea
svoltasi presso il Centro Donna L.I.S.A., il 25/10/02, promossa da Donne in
Genere.
Premesso
§
che la città è un patrimonio sociale e in quanto tale è una risorsa
disponibile all'uso di tutte e tutti
§
che ogni città, con i suoi spazi e le sue norme d'uso, configura uno
specifico modello di socialità
§
che il nuovo PRG, andando a modificare la città, inevitabilmente
definisce sia un progetto di giustizia sociale sia un progetto di vita
sociale e pertanto deve far emergere la complessità delle figure e dei
soggetti sociali che la abitano, con i loro bisogni, desideri e punti di
vista, per una cittadinanza dell’uguaglianza nelle differenze
§
che il punto di vista di genere, in questo contesto, ridefinisce
complessivamente la filosofia di fondo del progetto di città così come ogni
suo singolo aspetto materiale
§
che la connessione tra il progetto di giustizia sociale e quello di
vita sociale si realizza grazie al lavoro di riproduzione sociale e di cura
sottratto alla dimensione domestica e individuale e restituito alla
responsabilità pubblica, rendendo visibile in questo modo l’enorme mole di
lavoro nascosto e innominato con il quale le donne permettono la vita
materiale, psichica, esistenziale di tutte e tutti.
le donne chiedono che il nuovo PRG
1.
inauguri una politica urbana
incentrata sul rispetto delle differenze e aperta alla sperimentazione di
nuovi ideali di vita urbana
2.
riconosca il primato di un’etica
pubblica fondata sulla responsabilità di chi amministra, sul senso del
limite e sul principio della partecipazione e del coinvolgimento popolare
nelle scelte
3.
assuma come obiettivo prioritario il
miglioramento della qualità della vita di tutte e tutti
4.
riconosca il valore sociale del
lavoro di cura, approntando un disegno di spazi e norme d'uso che ne
garantisca il pieno sviluppo
5.
prenda atto del conflitto in atto
tra crescita economica e qualità della vita, definendo strategie e strumenti
per il controllo pubblico degli operatori economici
6.
punti a massimizzare il valore d'uso
dei suoli urbani a partire da una puntuale ricognizione dei bisogni del
presente e del prossimo futuro
7.
subordini qualsiasi ipotesi di nuova
edificazione ad una approfondita verifica delle possibilità di riuso del
patrimonio esistente
8.
consideri inalienabile il diritto di
ogni persona alla casa e ad una adeguata dotazione di servizi pubblici
situati a ragionevole distanza dalla sua abitazione
9.
scelga la strada della cooperazione
e della solidarietà nelle relazioni con le altre città, opponendosi
attivamente alle pressioni verso competizioni sterili e immorali
10.
adotti processi decisionali
inclusivi per definire il progetto pubblico della città
La città, nelle sue parti costruite come in quelle non costruite, è
un patrimonio sociale e costituisce una frazione importante di quelle
condizioni materiali che ci possono permettere o meno di attuare i nostri
progetti di vita individuali e collettivi. Una città con una buona rete di
trasporto pubblico, con case ben costruite e in numero adeguato, con parchi
e piazze, con tanti servizi di tutti i tipi e in tutti i quartieri, è una
città che ci fa più ricchi sul piano strettamente materiale. Pertanto la
redistribuzione del suo valore d'uso è uno strumento fondamentale di
giustizia sociale intesa come redistribuzione delle risorse.
Ma l'insieme degli spazi
urbani con le relative norme d'uso disegnano anche un modello di socialità,
nel senso che rendono possibili alcune relazioni e ne inibiscono altre. Una
città senza luoghi d'incontro, come i quartieri dormitorio delle nostre
periferie o gli spazi blindati e/o controllati dei nostri centri, rende
impossibile la vita pubblica. Lo stesso accade in una città che non lascia
tempo per la vita pubblica, ad esempio costringendo i suoi abitanti a
pendolare tra case e uffici troppo lontani e mal collegati e quindi
obbligandoli a trascorrere ore intrappolati nel traffico.
Il Piano Regolatore
interviene sia sulle norme d'uso degli spazi urbani esistenti, ivi compresa
la possibilità di trasformare un'area verde in edifici e viceversa, sia
prevedendo la realizzazione di opere che vanno a modificare la consistenza
del patrimonio sociale di cui potremmo disporre in futuro. Dietro ogni Piano
Regolatore c'è quindi un progetto di "giustizia sociale" ed uno di "vita
sociale".
E' in questo contesto che
il punto di vista di genere dovrebbe ridefinire complessivamente la
filosofia di fondo del progetto di questa città così come ogni singolo
aspetto della vita materiale.
Sono infatti le donne i
soggetti più a rischio di povertà, coloro che hanno un reddito mediamente
inferiore a quello degli uomini, ma che allo stesso tempo permettono la vita
materiale, psichica, esistenziale di tutte e tutti. Non può esistere
connessione tra progetto di giustizia sociale e progetto di vita sociale se
non si sottrae alla dimensione domestica, individuale (presunta biologica e
quindi naturale), l’enorme quantità di lavoro di cura sopportato dalle
donne. Reso invisibile, nascosto e volutamente sottaciuto - non è infatti
quantificato all’interno del P.I.L. - il lavoro di cura è un’enorme
ricchezza che richiama gli amministratori di questa città alla loro
responsabilità pubblica.
Non operare per intrecciare
e connettere il nuovo Piano Regolatore Urbanistico (PRG) con il nuovo Piano
Regolatore Sociale significa guardare la città, ma non vedere i soggetti
reali, in carne ed ossa che la vivono. Non basta disegnare dei perimetri e
colorarli di rosa o di verde per distinguere ciò che è edificato da ciò che
non lo è; occorre tracciare delle mappe che rappresentino i luoghi di vita
delle persone e che esprimano i bisogni, desideri, punti di vista dei
differenti soggetti che abitano la città.
Per fare questo è
necessario in primo luogo prendere le distanze da qualsiasi relazione di
automatismo tra crescita economica e qualità della vita. La crescita
economica, che per alcuni oggi, passa necessariamente per l'apertura della
città all'impresa globale, non garantisce un miglioramento della qualità
della vita. Anzi, una crescita economica non controllata può nuocere alla
qualità della vita. Questo è un dato ormai accettato anche da organizzazioni
quali il Fondo Monetario Internazionale, che certo non finanzia lo sviluppo
per fare beneficenza e sa che sul lungo periodo una riduzione della qualità
della vita può mettere in crisi i processi di crescita economica avviati nel
breve periodo. Sono innumerevoli gli esempi di paesi che, a seguito della
loro apertura ai capitali globali, si sono ritrovati con una crescita più o
meno rilevante della loro economia e contemporaneamente hanno visto scendere
indicatori di benessere importanti come il numero di bambini che superano il
primo anno di vita (la vicenda della latte in polvere Nestlé la dice lunga
in proposito).
Non è quindi accettabile
che un progetto di miglioramento della qualità della vita, quale è quello
che le donne chiedono, possa essere subordinato alla crescita economica.
Nello specifico del nuovo PRG, dove la crescita economica si traduce
ineluttabilmente in crescita edilizia, questo significa che per le donne è
totalmente insensato subordinare qualsiasi opera di interesse pubblico
(verde, servizi, infrastrutture, residenza sociale, ecc.) alla realizzazione
di nuove cubature. Le nuove cubature devono essere realizzate in risposta
alle esigenze delle/dei cittadine/i e non diventare merce di scambio tra
operatori economici e amministrazione cittadina. Nessuna compensazione
economica o ecologica ci potrà mai ridare gli spazi aperti e gli orizzonti
liberi cancellati dall'edificazione. Un conto è scegliere di consumare una
porzione di suolo per edificare una scuola di cui abbiamo bisogno, con le
dovute attenzioni ad evitare sprechi e mitigare gli impatti della
trasformazione. Altra cosa è concedere a degli operatori privati di
consumare il doppio del suolo per realizzare la scuola di cui abbiamo
bisogno più un centro commerciale del tutto superfluo, il quale tra l'altro
per funzionare consumerà altre risorse pubbliche (strade, aria, acqua,
energia, ecc.). Se nel primo caso possiamo contare su un aumento certo del
valore d'uso del nostro patrimonio urbano, nel secondo caso il bilancio
rischia di essere decisamente negativo.
Ma le donne sono in grado
di dire anche qualcosa di più. Della necessità di trasformare due uova in un
momento di convivialità, un pezzo di legno in una tavola imbandita, quattro
mura in un luogo di vita, le donne ne hanno fatto un'arte che oggi chiedono
di condividere con la città. Quest'arte applicata alla città si traduce in
un uso sapiente di tutto ciò che esiste, in recupero di ogni spazio già
costruito, in un'opera costante di valorizzazione del patrimonio urbano
mirata alla vita piuttosto che al mercato. La pratica quotidiana di
quest'arte ha insegnato alle donne che tutto può essere utile per creare
condizioni di vita per cui, prima di precipitarci a comprare qualcosa di
nuovo, il primo passo è sempre guardarsi intorno e vedere di che cosa
possiamo già disporre. Per questo il nuovo PRG le lascia tanto perplesse:
dove sono le mappe delle risorse pubbliche? Perché non sono indicati con
chiarezza i tanti edifici abbandonati o sottoutilizzati che appartengono al
patrimonio comune? Perché ci si avventura nell'edificazione di pezzi di
campagna senza prima aver cercato una soluzione all'interno dell'aree già
urbanizzate?
Maestre nell'arte di
comporre la vita, le donne sanno apprezzare le cose per ciò che possono
diventare. E' in base a questo criterio che assegnano valore, non certo in
base al prezzo scritto sul cartellino. Questa capacità di guardare oltre ciò
che vedono consente loro di individuare tra mille cose ciò che non ha
prezzo, ciò da cui non si può prescindere per comporre una vita e quindi mai
saranno disposte ad alienare. Ad un nuovo PRG che consente la monetizzazione
delle quote di suolo da destinare a servizi primari (parcheggi, verde,
scuole, ecc.) e delle quote di edificabilità da destinare ad edilizia
residenziale con finalità sociali, le donne rispondono che, senza servizi
pubblici di quartiere e, senza case per le persone povere, non è possibile
attuare nessun progetto di vita urbana. Verrebbero a mancare i cardini del
legame sociale, i presupposti stessi della convivenza. Per le donne, servizi
pubblici, e case per i più poveri, semplicemente non hanno prezzo e quindi
non possono essere oggetto di scambi mercantili.
Con questo non vogliamo
certo affermare che sia possibile conseguire un miglioramento sostanziale
della qualità della vita senza coinvolgere il mondo dell'economia. Il
problema non è se ci debba o meno essere una relazione tra chi punta ad un
miglioramento della qualità della vita per tutti e tutte e chi cerca di
realizzare dei profitti per sé, quanto piuttosto che tipo di relazione ci
interessa instaurare. Ancora una volta l'esperienza quotidiana delle donne
può essere di aiuto. Le donne sanno che per creare valore, che si tratti di
valore d'uso o di valore di scambio, bisogna poter disporre di un qualcosa
di materiale su cui applicare la propria creatività. Insomma, sanno che
l'economia non può prescindere da alcune condizioni materiali. Questo sapere
consente loro di contestare chi racconta la favola di una nuova economia che
produrrebbe valore attraverso scambi puramente immateriali. Se è vero che in
pochi minuti la borsa di New York può raddoppiare o dimezzare il valore
delle azioni di una società, e questo indipendentemente dalle capacità
produttive di quella società, è anche vero che quella società per esistere
ha bisogno di alcune condizioni materiali (un edificio dove mettere i suoi
uffici, dei cavi che le consentano di comunicare col mondo, delle tastiere
su cui digitare le sue comunicazioni e delle dita che compiano questa
operazione). Per quanto le imprese globali siano state brave a liberarsi dai
vincoli che le condizioni materiali impongono, esse non saranno mai
completamente libere da tali condizioni. Le donne, nonostante la loro
abilità nel trasformare il quasi nulla in condizioni di vita, sanno bene
quale è il prezzo che gli viene fatto pagare per quel quasi nulla. Bene, la
città potrebbe imparare la lezione. Il fatto che anche l'impresa globale
abbia bisogno di condizioni materiali rappresenta un elemento da cui partire
per costruire nuove ipotesi di regolamentazione delle loro attività.
Proviamo a fare qualche ipotesi per la nostra città.
Roma possiede un patrimonio
estremamente interessante per le transnazionali del Turismo. Il nuovo PRG ne
prende atto e si spertica a creare le condizioni affinché queste
transnazionali invadano la città in cambio di un po' di capitali e di un po'
di posti di lavoro. Una volta raggiunto l'obiettivo, sappiamo benissimo che
l'amministrazione cittadina si troverà a rincorrere libri contabili
introvabili e a cercare di imporre una serie di regole (igiene, sicurezza,
lavoro, ecc.) che le imprese locali coinvolte non sono in grado di seguire
per il semplice fatto che la transnazionale non lascia loro un margine di
profitto sufficiente. Possiamo immagine un'alternativa? forse sì. Roma non è
la sola città ad avere un patrimonio interessante per le transnazionali del
Turismo. Questa è la sua debolezza (le transnazionali potrebbero rivolgersi
altrove) ma potrebbe diventare la sua forza. Basta lasciare da parte
l'immorale mito della competizione tra città. Invece di cercare di fare la
propria fortuna sulle disgrazie altrui, offrendo il possibile e
l'impossibile alla transnazionale di turno, Roma potrebbe solidarizzare con
le altre città che hanno un patrimonio interessante ed elaborare con loro
una strategia comune per affrontare le transnazionali del Turismo. Utopia?
Forse. Ma che io sappia era proprio questa utopia a tenere insieme gli
amministratori locali che si sono incontrati a Porto Alegre.
Ma per porre delle
condizioni all'economia, per instaurare un tavolo di trattative credibile e
motivato, è necessario avere un progetto pubblico di città. Questo è forse
il punto più difficile da affrontare, per le donne come per il nuovo PRG. Il
motivo di tale difficoltà non è un mistero: nessuna soggettività, neppure le
donne o l'amministrazione cittadina, è in grado da sola, a partire da un
unico punto di vista, di definire un progetto di convivenza che
inevitabilmente coinvolge soggettività diverse dalla propria. Per questo le
donne non credono nel nuovo PRG e lo guardano come un gigante dai piedi di
argilla. Le donne sanno che i veri progetti, quelli che hanno in sé la
possibilità di essere attuati, nascono da lunghi e pazienti intrecci tra le
persone. Prima bisogna costruire contesti di interazione in cui le persone
possano portare i loro desideri, vederli riconosciuti dagli altri,
intrecciarli con quelli degli altri e solo allora si vedranno emergere i
progetti di cui abbiamo veramente bisogno e soprattutto in cui tutte e tutti
crediamo.