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"TIPICHEATIPICHE": GENESI DI UNA VIDEOINCHIESTA
di
Gabriella Valentini, autrice e regista di "TipicheAtipiche"

"TipicheAtipiche" è una videoinchiesta sul lavoro atipico femminile. Le tre parole che definiscono questo progetto ne spiegano anche l'origine. Videoinchiesta. Decisi di intrapredere questo progetto sullo slancio di una passione, quella per la videoinchiesta. Amo la videoinchiesta perchè la considero una formula innovativa, ma soprattutto estremamente utile, anzi necessaria ad una democrazia asfittica e ad un giornalismo viziato come quelli italiani. "Report" della Gabanelli mi parve una grande lezione per tutti gli scettici: uno strumento per raccontare la realtà –anche quella fuori dai titoli dei tg - coi fatti (e solo i fatti, nient'altro che i fatti) ancora esisteva ed era ancora praticabile in questo paese, malgrado tutto. I giornalisti si riprendevano il loro mestiere, e un po' di tanta dignità perduta. Il prezzo da pagare è il rischio imprenditoriale: se gli editori non vogliono investire, lo si fa in prima persona. Ci si espone per quello che si dice e per quello che si spende per dirlo. Ma quando ti appassioni a qualcosa – e magari sei giovane e un po' sprovveduto- non badi molto al prezzo. Pensi solo che ti ci vuoi buttare anche tu, nell'avventura, imitare l'esempio che ammiri e ti piace, costi quel che costi. E dunque, di cosa doveva parlare questa videoinchiesta? Se sentivo l'urgenza di usare uno strumento come quello, altrettanto forte era l'urgenza di usarlo per un tema importante, che consideravo necessario indagare a fondo. Non che in Italia manchino i temi su cui sarebbe necessario indagare a fondo. Ma di tanti uno mi pareva inderogabile: il lavoro atipico, precariato o flessibilità che dir si voglia (a seconda del contratto che avete).

Anche se sei giovane e sprovveduto –anzi, proprio perché sei giovane e sprovveduto, senza provvidenze- non ti può sfuggire che il lavoro atipico è il segno di una generazione, della mia generazione. Anche in questo caso era un fatto personale. Il lavoro atipico è anzi ormai più di una cifra generazionale, è un paradigma storico. Qualcosa che non riguarda più e non ha riguardato mai solo il lavoro, ma che si rifrange a trecentosessanta gradi, nell'economia, nella politica, nella società, nella psicologia, nell'arte. Non a caso intorno al tema è fiorita una intera letteratura, saggistica e di finzione. A causa o malgrado questa onnipresenza pervasiva, il lavoro atipico mi è sembrato diventare un tema sempre più opaco, sul quale si dicevano sempre le solite due o tre cose, appiattendosi sempre sulla stessa superficie, rinunciando -incredibilmente e colpevolmente - a penetrarne la complessità di cause e conseguenze, a raccontarne i mille diversi modi in cui si declina, i mille pezzi di cui si compone. Come continuare a guardare e parlare del cadavere per terra senza vederlo mai davvero, senza alzare il lenzuolo ed analizzarne finalmente i dettagli. E, come ogni buon indagatore insegna, sono i dettagli che compongono il puzzle e rivelano la verità. Sono i dettagli che fanno la o meglio le differenze. E a proposito di differenze. Sono una giornalista free lance, sono giovane e sono una donna.

Se questo lavoro doveva essere un fatto personale doveva esserlo fino in fondo. Si investe sulle cose che si conosce meglio. E allora la terza parola, l'aggettivo femminile, si spiega subito. In realtà, dato il vizio di incuriosirmi dei problemi che conosco meglio, mi ero già occupata di problemi femminili. Per una giovane giornalista sprovveduta sarebbe stato già tanto riuscire a raccontare anche uno solo dei dettagli rivelatori. E quel dettaglio allora per me non poteva che tradursi in quell'aggettivo, femminile. Il resto è storia. Ho investito una cifra cospicua – almeno per una giovane giornalista sprovveduta - in una videocamera professionale, in nastri e bollette telefoniche. Ho investito un'estate a cercare di rintracciare più testimoni possibili, più differenti possibili, perché ognuna mi potesse dare la sua versione su quel dettaglio. Il bravo indagatore deve interrogare e ascoltare tutti. Ho investito le mie abilità retoriche per convincere i testimoni a lasciarsi interrogare e il montatore a lavorare gratis, convertendoli alla causa. Ho investito giorni a leggere e scrivere, ho investito notti a montare il materiale. Grazie ai testimoni e grazie a Stefano Ingravalle, per averci creduto. Spero che tanti soldi e tanti sforzi spesi trovino prima o poi un riconoscimento. Il risultato è riassunto nei quaranta minuti di "TipicheAtipiche". C'è tutto, a parte lo svelamento dell'assassino. Il bravo indagatore lo scopre sempre, il bravo cronista lascia al pubblico il gusto di arrivarci da sé.

 

 

Gabriella Valentini, nata a Latina nel 1978, inizia la gavetta giornalistica nelle testate locali cittadine. Dopo la laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna e un Master di Addetto Stampa a Roma, ha continuato a svolgere l’attività pubblicistica e intrapreso l’attività di addetto stampa per numerose associazioni di volontariato, tra cui Amnesty International. Ha frequentato inoltre seminari con i registi Ugo Gregoretti e Mimmo Calopresti. Al termine del corso di produzione televisiva presso la Scuola TV di MEDIASET-RTI, ha iniziato a produrre le proprie videoinchieste e a collaborare con l’agenzia giornalistica televisiva H24 e la testata della CGIL “Rassegna sindacale”. All’attività giornalistica affianca da sempre quella di scrittrice e sceneggiatrice. Tra i lavori realizzati: “Strade blu” (documentario prodotto da MovieMovie srl per Raitre), “Le faremo sapere” (docufiction per MEDIASET RTI), “Vita per Vita” (documentario prodotto da H24 srl per La7), “TipicheAtipiche” (documentario indipendente). Come sceneggiatrice è stata premiata nell’ambito del concorso Bassascript e ha vinto il I premio Cortopardo al 58° Festival Internazionale del Film di Locarno.

 

 

 

 

 

SINOSSI

 

Donne e lavoro precario, flessibile, parasubordinato.

E’ questo rapporto che TipicheAtipiche, una videoinchiesta di 40 minuti, intende affrontare allo scopo di penetrare quel macrofenomeno storico che ormai è diventata l’atipicità, evidenziando e approfondendone uno degli aspetti più trascurati e insidiosi. Quali conseguenze e cambiamenti ha prodotto l’introduzione dei nuovi contratti di lavoro nella vita e nel lavoro delle donne? E’ vero che proprio su di loro sono ricaduti i maggiori costi sociali?

Per cercare le risposte l’inchiesta individua sette parole chiave (Discriminazione, Conciliazione, Maternità, Servizi, Retribuzione, Subordinazione, Soluzioni), sette temi intorno ai quali riflettere che, ricomposti in un ideale mosaico, danno un’analisi organica della femminilizzazione della precarietà e dei problemi delle lavoratrici atipiche, senza tralasciare gli spunti costruttivi. Perché le donne hanno più spesso degli uomini un lavoro atipico? Perché le lavoratrici atipiche guadagnano meno e hanno meno tutele per la maternità? Il lavoro atipico favorisce davvero la conciliazione vita - lavoro? Quali sono le conseguenze sociali e come si può cambiare?

A confrontarsi su tali questioni sono sei donne, sei punti di vista tutti diversi eppure tutti affacciati sulla piazza comune del lavoro atipico: una sindacalista, un’imprenditrice, una lavoratrice atipica, una ricercatrice, un sottosegretario, una dirigente del Ministero del Lavoro. Nelle loro voci, più o meno discordanti, si trova la testimonianza e la misura di quanto l’atipicità resti ancora pericolosamente sospesa tra nuove opportunità e vecchi fantasmi sessisti.

 

N.B.- TipicheAtipiche vuole essere anche un modo per sperimentare e diffondere quel videogiornalismo di inchiesta che, introdotto in Italia dal programma televisivo Report di Milena Gabanelli, si propone come nuovo strumento per fare indagine giornalistica in maniera libera e indipendente, conciliando la qualità dell’informazione con costi di produzione estremamente limitati.

 

 

 

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