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UNA CRISI CHE PESA DUE VOLTE SULLE SPALLE DELLE DONNE


La crisi economica che viviamo in questi anni sta colpendo in maniera drammatica le condizioni di vita di uomini e donne in Italia come in tutta Europa. Disoccupazione, insicurezza, precarietà, spesso disperazione sono ormai da tempo le cifre della vita quotidiana di milioni di persone in Italia. La disoccupazione in Italia è all’ 11,5% (marzo 2013), l’occupazione complessiva rispetto al 2008, anno di inizio della crisi, vede un calo di 506.000 unità (62.000 in meno nel 2012). In questo quadro di numeri negativi, l’occupazione femminile fa eccezione: nel 2012 per esempio le donne che lavorano sono aumentate di 110mila unità rispetto al 2011. Questo dato può essere ricondotto sostanzialmente a due processi: aumento dell’età pensionabile e regolarizzazione delle badanti. L’aumento netto riguarda infatti le ultracinquantenni che per effetto della riforma delle pensioni sono rimaste nel loro posto di lavoro (+6,8%) e le lavoratrici straniere (+7,9%) e occupate nei servizi alle famiglie. Nessuno dei due processi ha creato però posti di lavoro nuovi poiché la regolarizzazione porta alla luce quello che veniva oscurato in precedenza dal mercato del lavoro in nero; quanto all’allungamento dell’età pensionabile, sta congelando posti di lavoro esistenti. Le conseguenze determinate dalla crisi economica sull’occupazione femminile in Italia non sono solo quantitative, dai dati emerge un peggioramento qualitativo: aumento nelle professioni non qualificate (24,9%), più che doppio rispetto agli uomini (10,4%), aumento nel 2012 del part time (+199 mila), dove la quota del part time involontario raggiunge il 54,1%, ma diminuzione dei contratti a tempo pieno. La bassa valorizzazione delle competenze, la segregazione occupazionale e la maggiore presenza nel lavoro non standard sono elementi che concorrono a spiegare la disparità salariale femminile. Il gender pay gap italiano è di 11,5%, cioè “a parità di altre condizioni, in media la retribuzione oraria delle donne è dell’11,5% inferiore a quella degli uomini”. La tenuta dell’occupazione femminile non ha significato però un miglioramento sostanziale nella disuguaglianza fra i generi. Nel 2012 per gli uomini il tasso di occupazione è diminuito di nove decimi di punto, scendendo al 66,5%, mentre per le donne pur aumentando di sei decimi di punto, è arrivato al 47,1%, dato quest’ultimo di gran lunga inferiore a quello dell’Unione europea (Ue27: 58,6% - Ue15: 59,8%). Un mutamento profondo si osserva nei modelli di partecipazione al lavoro delle donne. Un tempo le donne fungevano da manodopera di riserva, chiamate a lavorare quando aumentava la domanda e respinte di nuovo quando la domanda si contraeva. Dall’inizio della crisi abbiamo visto invece che la domanda di lavoro si contrae ma le donne rimangono e nel periodo più recente assistiamo anche a forte aumento dell’offerta di lavoro femminile, soprattutto del Mezzogiorno, con donne che cercano un lavoro per sostenere la caduta di reddito familiare conseguente alla perdita del lavoro del coniuge. Questo comportamento trova giustificazione nel mutato ruolo delle donne in termini di reddito. Nel corso degli anni c’è stato un crescente peso delle famiglie con due redditi. In occasione della crisi, le famiglie con due redditi sono diminuite quasi esclusivamente a vantaggio delle coppie monoreddito femminile. Basti dire che le famiglie con figli in cui nella coppia lavora solo la donna sono passate da 224mila nel 2008 (5% del totale) a 381mila nel 2012 (8,4%), in aumento del 70%. La peculiarità dell’occupazione femminile, caratterizzata dai fenomeni di segregazione verticale (presenza nei livelli bassi della gerarchia contrattuale), orizzontale (concentrazione in alcune professioni e occupazioni) e di status occupazionale (maggiore utilizzo di contratti non standard e precari), in un contesto di crisi economica, ha protetto le donne ed esposto gli uomini. La tenuta dell’occupazione femminile e il diverso comportamento delle donne sul mercato del lavoro non riflettono però un progresso nella parità di genere, poiché il tendenziale avvicinamento è determinato dal calo dei tassi di occupazione, dall’incremento dei tassi di disoccupazione e dalla diminuzione dei guadagni sia per gli uomini sia per le donne. La “femminilizzazione del mercato del lavoro”, definito come il fenomeno determinato in primo luogo dall’aumento della componente femminile sul complesso della popolazione attiva, attiene anche alla tendenza a generalizzare quella che è la tipica condizione occupazionale femminile: presenza intermittente, orario ridotto, flessibilità, sotto retribuzione. In un bilancio complessivo di genere ha prevalso, in questi anni di crisi, quello che si può definire un livellamento verso il basso della disparità di genere nell’occupazione, nella disoccupazione, nei salari e nella povertà dove il genere che “aveva di meno” ha anche perso di meno. D’altra parte, la crisi economica ha avuto un forte impatto sulle donne anche a causa del modificarsi dei sistemi di welfare familiare e pubblico, con l’aumento del loro lavoro domestico e di cura. Con la crisi economica, connessa alla crisi fiscale degli Stati caratterizzati da rapporti debito/Pil molto elevati, sono state avviate in tutti i paesi europei tagli della spesa pubblica, aumento delle imposte e privatizzazioni dei servizi, con un effetto immediato sul sistema di welfare pubblico. I tagli alla spesa si traducono innanzitutto in tagli ai servizi, che impattano soprattutto sulle donne, poiché l’occupazione femminile è concentrata in quei settori e dato che sono quelle che fruiscono maggiormente di tali servizi. Evidentemente tagliare i servizi ha effetti diversi non solo sui generi, ma anche sulle classi di reddito. Dal rapporto ISFOL del 2012 emerge come ci sia una relazione diretta tra la partecipazione al mercato del lavoro delle donne e la disponibilità sul territorio di servizi alla cura. La mancanza di servizi fa sì che si perpetui la divisione tradizionale dei compiti domestici: il 77% del tempo dedicato al lavoro familiare (indicatore del sistema di welfare familiare) è ancora a carico della donna (era l’85% nel 1988- 1989) e l’assenza di un partner consente alle madri sole di risparmiare quasi due ore di lavoro domestico al giorno (Istat 2010). Il forte squilibrio tra uomini e donne nella gestione dei tempi di lavoro e di cura trova riscontro anche nell’utilizzo del congedo parentale usufruito dalle madri per il 50% e solo del 6,9% dai padri. Lo squilibrio tra la ripartizione dei carichi domestici tra donna e uomo è ancora più evidente nel confronto tra Italia e altri Paesi UE. Le donne sono quindi un pilastro del welfare familiare che sostituisce sempre più quello pubblico, e continuano a esserlo anche quando diventano nonne, e maggiormente nella crisi. Sul fronte del welfare pubblico nella situazione pre-crisi erano state avviate prepotentemente le politiche di privatizzazioni di beni e servizi. La crisi vede la necessità di mettere sul mercato nuovi asset, senza alcuna prospettiva di genere. È del tutto evidente come questo piano sia criticabile da un punto di vista economico, ecologico, etico e che sia necessario invertire questa tendenza, cioè togliere quote di beni e servizi pubblici al mercato. Ma oltre alla “demercificazione”, varie economiste femministe hanno iniziato a introdurre il concetto di “defamilizzazione”. Demercificare infatti non specifica di per sé se l’attività, una volta sottratta al mercato, verrà organizzata dallo stato oppure ricadrà sulla famiglia e quindi spesso sul lavoro gratuito delle donne. In Italia per esempio un vero sistema di welfare pubblico che garantisce a tutti/e i/le cittadini/e livelli di reddito e servizi sociali non è mai realmente esistito. Le politiche di welfare in Italia iniziano negli anni ’90 e insieme a Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, inaugurano un sistema di welfare mediterraneo in cui lo Stato non protegge i cittadini dal mercato e contemporaneamente continua a considerare le donne non come lavoratrici, come avviene in un sistema di welfare universalista “alla scandinava” o anche in uno liberale come negli USA, ma come mogli e madri. In questo sistema lo Stato non deve minare o interferire nelle funzioni della famiglia. La famiglia e non gli individui sono il soggetto dell’azione sociale dello Stato. In quest’ottica le donne sono quindi incoraggiate a percepirsi innanzitutto come parti della famiglia e non come individui e lavorano per necessità economica della famiglia, non tanto per raggiungere un’indipendenza economica. Defamilizzare i servizi pubblici significa quindi individuare il grado in cui individui adulti possono mantenere uno standard di vita socialmente accettabile indipendentemente dalle relazioni familiari, sia attraverso il lavoro retribuito che i sussidi della sicurezza sociale. E questo è tanto più importante, quanto più le politiche “familiste” sono ora alla base della “nuova idea di Welfare Europeo”. Nel Programma di Lisbona, approvato dal Consiglio Europeo nel 2000, si è infatti introdotto il concetto di Active Welfare State, un sistema di protezione sociale che non si limita alla funzione di protezione del reddito, quando vengono meno salute e lavoro, ma offre servizi in grado di attivare le capacità individuali dei beneficiari per esempio introducendo una sorta di salario per il lavoro di cura, con monetizzazione per la delega alla “famiglia” di questi servizi. Ma la famiglia, non dimentichiamo, è anche il luogo dove si consuma la più alta percentuale di violenza contro le donne e la mancanza di servizi è proprio uno degli ostacoli all’uscita da una situazione di maltrattamento domestico, sia per la insufficienza dei servizi sociali in grado di farsi carico economicamente delle donne che vorrebbero fuggire che per la scarsità di case di fuga e di accoglienza. In definitiva, si può osservare che la crisi economica tende a ridurre i divari di genere ma non perché togliere quote di beni e servizi pubblici al mercato. Ma oltre alla “demercificazione”, varie economiste femministe hanno iniziato a introdurre il concetto di “defamilizzazione”. Demercificare infatti non specifica di per sé se l’attività, una volta sottratta al mercato, verrà organizzata dallo stato oppure ricadrà sulla famiglia e quindi spesso sul lavoro gratuito delle donne. In Italia per esempio un vero sistema di welfare pubblico che garantisce a tutti/e i/le cittadini/e livelli di reddito e servizi sociali non è mai realmente esistito. Le politiche di welfare in Italia iniziano negli anni ’90 e insieme a Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, inaugurano un sistema di welfare mediterraneo in cui lo Stato non protegge i cittadini dal mercato e contemporaneamente continua a considerare le donne non come lavoratrici, come avviene in un sistema di welfare universalista “alla scandinava” o anche in uno liberale come negli USA, ma come mogli e madri. In questo sistema lo Stato non deve minare o interferire nelle funzioni della famiglia. La famiglia e non gli individui sono il soggetto dell’azione sociale dello Stato. In quest’ottica le donne sono quindi incoraggiate a percepirsi innanzitutto come parti della famiglia e non come individui e lavorano per necessità economica della famiglia, non tanto per raggiungere un’indipendenza economica. Defamilizzare i servizi pubblici significa quindi individuare il grado in cui individui adulti possono mantenere uno standard di vita socialmente accettabile indipendentemente dalle relazioni familiari, sia attraverso il lavoro retribuito che i sussidi della sicurezza sociale. E questo è tanto più importante, quanto più le politiche “familiste” sono ora alla base della “nuova idea di Welfare Europeo”. Nel Programma di Lisbona, approvato dal Consiglio Europeo nel 2000, si è infatti introdotto il concetto di Active Welfare State, un sistema di protezione sociale che non si limita alla funzione di protezione del reddito, quando vengono meno salute e lavoro, ma offre servizi in grado di attivare le capacità individuali dei beneficiari per esempio introducendo una sorta di salario per il lavoro di cura, con monetizzazione per la delega alla “famiglia” di questi servizi. Ma la famiglia, non dimentichiamo, è anche il luogo dove si consuma la più alta percentuale di violenza contro le donne e la mancanza di servizi è proprio uno degli ostacoli all’uscita da una situazione di maltrattamento domestico, sia per la insufficienza dei servizi sociali in grado di farsi carico economicamente delle donne che vorrebbero fuggire che per la scarsità di case di fuga e di accoglienza. In definitiva, si può osservare che la crisi economica tende a ridurre i divari di genere ma non perché le donne abbiano migliorato la loro situazione, ma poiché gli uomini hanno assistito a un peggioramento, in termini relativi, della propria e allo stesso tempo si rischia di allontanare o svuotare le politiche per l’eguaglianza rafforzando gli elementi che determinano la debolezza strutturale della presenza delle donne nel mercato del lavoro connessi con il lavoro di cura e la maternità.  

a cura di Alessandra Filabozzi | Daniela Amato Centro Donna L.I.S.A. Roma  

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