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strada sempre in salita per la democrazia di genere


La condizione delle donne in rapporto alla democrazia può essere osservata da molti punti di vista. In ognuno è evidente la disparità: di accesso ai ruoli dirigenziali o politici di alto livello, dei salari, delle condizioni e dei tempi di vita. Tale disparità è ancora più evidente quando tutte queste problematiche entrano nel quotidiano o richiedono l’uso di servizi, magari pubblici. Scegliamo di trattare un caso recente, emblematico in questa direzione.
Succede, nel IV Municipio di Roma, a guida centro destra, che si apra improvvisamente uno “sportello gratuito di ascolto e consulenza con personale specializzato dedicato alle donne vittime di violenza”. Tutto bene, no? Finalmente c’è qualcuno che se ne occupa. È ormai cosa nota che in Italia quasi una donna ogni due giorni viene uccisa dal partner o dall’ex partner e questo accade in ogni ambito senza distinzioni di appartenenza sociale o culturale. E allora: perché le donne del Centro Donna LISA – centro antiviolenza autogestito e attivo nello stesso Municipio da quindici anni, facente parte dell’Associazione nazionale D.i.Re. che comprende sessanta centri antiviolenza ─ protesta? Non è questo un caso di “buona amministrazione”, di “ascolto” delle necessità del territorio e in particolare delle donne? Inoltre lo sportello è gratuito. E allora, perché protestare? L’apertura dello sportello avviene con un affidamento diretto tramite una “memoria di Giunta”, senza alcuna delibera del Municipio, bando o avviso pubblico. La gestione è affidata a una associazione, composta in maggioranza da uomini (tre su quattro), che non ha come scopo principale il contrasto alla violenza di genere né risulta abbia una formazione specifica sul tema. Non intendiamo entrare nel merito di un’assegnazione frutto di possibili vicinanze politiche. Poniamo invece una questione di sostanza, di democrazia e di partecipazione. Ma andiamo per ordine. L’affidamento diretto impedisce al Consiglio Municipale – che è l’organo politico di indirizzo e controllo della attività amministrativa ─ di prendere parte a una decisione, con conseguenze dirette sulla vita delle donne. Quindi, espropria di democrazia l’istituzione nel suo complesso. Ma il fulcro è altrove. strada sempre in salita per la democrazia di genere L’ONU fin dal 1993 ha dichiarato che: «La violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito un vero progresso nella condizione delle donne». Per violenza di genere si intende la violenza maschile contro le donne che ha radici nella disparità di potere tra i sessi frutto della cultura patriarcale. La situazione di violenza di genere (in particolare intra-familiare) va distinta da una situazione di conflitto, che può verificarsi nel caso di interruzione di un rapporto. Nel caso di conflitto, le due parti si trovano in una situazione di parità, mentre nel caso di violenza di genere è presente una disparità derivante dalla sopraffazione di un genere (maschile) sull’altro (femminile). Pertanto è contraddittorio prevedere tra gli strumenti di contrasto alla violenza di genere quello della “Mediazione Familiare”. Ma quali sono allora gli strumenti più adeguati per contrastare efficacemente la violenza maschile contro le donne? Decenni di riflessione e confronto nei movimenti delle donne, in particolare tra chi si occupa di violenza, hanno portato alla elaborazione di una metodologia dell’accoglienza delle donne vittime di violenza di genere, condivisa da tutti centri antiviolenza, siano essi “case rifugio o protette”, o semplici sportelli di ascolto. Questa metodologia è stata riconosciuta da organi internazionali come la commissione CEDAW dell’ONU, e contenuta negli indirizzi ONU dagli Stati Uniti, dall’ Unione Europea e da numerose leggi e indirizzi nazionali, regionali e comunali in Italia. La metodologia consiste in primo luogo nel fatto che le donne siano accolte da altre donne formate in modo specifico sul tema. Perché donne che accolgono altre donne? Anzitutto per la condivisione di genere. Ma non meno importante è la relazione orizzontale che si instaura tra donne, per la restituzione di un’immagine positiva di donna che rafforza le donne che subiscono violenza e che vivono con sentimenti contrastanti questa loro condizione in un quadro di perdita di stima di se stesse. Da non dimenticare poi la possibilità che le donne hanno di aiutare le donne accolte a intraprendere un percorso di uscita dalla spirale della violenza. L’importanza dell’accoglienza al femminile l’ha capita anche la Polizia. Queste considerazioni sono state condivise in corsi di formazione per operatori istituzionali tra cui il personale dei commissariati e delle caserme dei carabinieri, tanto che spesso, quando una donna presenta una denuncia per violenza nei Commissariati, è accolta – se possibile – da personale femminile. Si tratta quindi di un approccio integrato, frutto di relazioni, esperienze, buone pratiche dei movimenti delle donne, assunte nell’ambito di normative nazionali e internazionali, a partire dalla dichiarazione dell’ONU del 1993, dalla conferenza ONU di Pechino del 1995 e, in ultimo, dalla Convenzione di Istanbul del 2012 in attesa di ratifica. Questo approccio integrato deve essere praticato da tutti i soggetti che intervengono nella accoglienza (polizia, assistenti sociali, associazioni, avvocati/e, psicologi/ghe) e presuppone la medesima lettura della violenza di genere come frutto di una storica disparità di potere tra i sessi. Quindi, ogni luogo ─ non solo fisico ─ di accoglienza deve presentare queste caratteristiche. Al contrario, il non rispetto di questo approccio può danneggiare pesantemente la donna stessa, determinandone una ulteriore colpevolizzazione, una vittimizzazione secondaria e la minimizzazione del fenomeno. Tutto ciò non le permetterà l’uscita dalla violenza. In conclusione, la costruzione e l’uso di questa metodologia, attraverso un percorso inclusivo, aperto al contributo di tutte e disponibile quindi al cambiamento, costituisce una forma vitale di democrazia partecipata. A questo percorso si contrappone, nel caso del IV Municipio di Roma, il tentativo di disconoscimento da parte di un’istituzione che riflette la cultura maschile imperante e ne è prigioniera. In questo senso, il caso del IV Municipio è invece emblematico della disparità che si manifesta quando ci troviamo a parlare di donne e democrazia. Strada sempre in salita per la democrazia di genere.



A cura di Donne in Genere Marzo 2013

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