|
| |
A Roma a Tor di Quinto un’altra, un’ennesima, donna è stata
aggredita, seviziata e uccisa.
Subito si è gridato, in nome della “difesa delle donne”, alla tolleranza zero,
ad attuare interventi “decisivi” come l’emanazione del decreto per dare il via
libera alle espulsioni rapide.
Quello che fa notizia, che riempie le prime pagine dei giornali è la nazionalità
dell’autore di questa violenza: è un rumeno.
Questo approccio di stampo securitario non serve a contrastare la violenza
contro le donne, svia il problema riducendolo meramente ad una questione di
ordine pubblico e noi sappiamo che non è così.
Chi, come noi, lavora da anni nella costruzioni di percorsi di uscita dalla
violenza ed opera a contatto con donne che subiscono direttamente, nel corpo e
nella mente, le conseguenze della violenza maschile, sa che non esiste colore od
etnia per gli uomini che questa violenza esercitano. Sa che solo una percentuale
minoritaria di donne subisce violenza da sconosciuti e nei luoghi pubblici. La
nostra esperienza, l’esperienza di tutti i centri antiviolenza ci confermano
ciò, così come i dati degli studi delle organizzazioni internazionali e mondiali
e degli istituti di ricerca.
Le violenze, gli omicidi, più diffusi avvengono nelle case, nei
luoghi privati, in “famiglia”. Gli autori sono uomini. Non sono sconosciuti:
sono mariti, ex fidanzati; non sono emarginati sociali: hanno un lavoro, un
titolo di studio, una buona situazione economica e sociale.
Ma tutto ciò non fa gridare, non conquista le prime pagine dei
giornali.
Eppure queste violenze non sono diverse da quelle perpetrate da uomini
stranieri, regolari o irregolari che siano, né sono diverse la sofferenza ed il
dolore che esse producono nelle donne che ne sono vittime.
L’episodio di ieri, così come tutti gli altri che non riempiono le
pagine dei giornali, ci colpisce, ci indigna, ci ferisce perché
sappiamo che cosa significa portare impressa nel corpo, nella mente la violenza
subita; perché abbiamo visto nelle altre e in noi stesse le conseguenze che essa
comporta; perché è una violenza che ci riguarda, fa parte della quotidianità di
molte di noi.
Per questo siamo contrarie a qualsiasi risposta di tipo “emergenziale”:
pacchetti sicurezza, potenziamento forze dell’ordine ecc.. e allo stesso tempo
non ci accontentano proposte di legge che considerano la donna come soggetto
debole da tutelare e non soggetto di diritto, che non considerano la violenza
contro le donne come una violenza di genere ma un conflitto interpersonale un
problema da risolvere in famiglia e nella sfera privata.
Bisogna prendere atto che la violenza alle donne è un problema
culturale e sociale, attiene alle relazioni sessuate nella nostra
società ed al loro codificarsi attraverso stereotipi, rappresentazioni e
convenzioni
Ciò che va interrogato è il modo con cui si strutturano le relazioni tra
uomini e donne nella società, relazioni che storicamente si sono basate su
rapporti di potere di tipo patriarcale che hanno portato al dominio dell’uomo
sulla donna e alla sua discriminazione sociale e culturale.
Innanzitutto, devono interrogarsi e prendere parola coloro che
condividono con gli autori delle violenze il medesimo genere: gli
uomini. Devono esplorare e fare i conti con il proprio universo
culturale sociale e storico. Universo che ha prodotto una sessualità che
continua ad imporsi con la forza, a manifestarsi come atto di dominio, di
disprezzo, di pura sopraffazione, che ha come obiettivo la negazione e la
cancellazione di una donna.
Per combattere veramente e alla radice la violenza alle donne non servono
scorciatoie legislative e/o emergenziali d’impianto
repressivo e coercitivo ma occorre una battaglia culturale di ampio respiro e
la messa a punto di azioni a lungo termine che aprano la strada alla costruzione
del cambiamento. Occorre introdurre una programmazione di intervento complessiva
e durevole, che abbia come fine un cambiamento delle relazione tra i generi.
La richiesta, così come avanzata dalla Rete Nazionale dei Centri
Antiviolenza e dalle Case delle donne, è l’elaborazione e l’implementazione di
un Piano D’Azione Nazionale, strutturale e
trasversale ai vari soggetti istituzionali e sociali in cui si definiscano
e programmino azioni di prevenzione, contrasto e
sostegno, oltre che di formazione, e si elaborino strategie e programmi comuni
di contrasto alla violenza alle donne. Un Piano d’Azione che deve essere in
grado di intervenire trasversalmente su più piani: quello sociale, sanitario,
economico, legislativo, che si incardini con quello locale
attraverso concertazioni a livello nazionale e regionale, che sia
necessariamente collegato alla realtà dei Centri antiviolenza che in questi anni
di vuoto politico ha agito attivamente per costruire pratiche e realtà
importanti per le donne.
Solo, dunque, attraverso un approccio che consideri la violenza alle donne una
questione di ordine sociale e politico e quindi pubblico e che sappia sviluppare
strumenti ed interventi conseguenti si potranno avviare passi concreti per
contrastare e combattere la violenza alle donne.
Per questo siamo impegnate nella costruzione della manifestazione nazionale del
24 novembre e ci saremo insieme alle tante che numerose in questi giorni stanno
aderendo all’appello e manifesteremo contro la violenza maschile sulle donne
Centro Donna L.I.S.A. (Roma)
| |
|