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ROMA, giugno 2005

Le cronache di questi giorni  portano alla luce gravi episodi di aggressioni e stupri perpetrati contro donne.

Quello che fa notizia, però, sono gli autori di questi violenze: nomadi e immigrati.

Si chiedono misure repressive contro gli stranieri irregolari, si inneggia a misure cruente come la castrazione fisica o chimica. Parlare di legalità, di ricorso e potenziamento delle forze dell’ordine svia il problema, lo riduce meramente ad una questione di ordine pubblico.

Noi sappiamo che non è così.

Chi, come noi, lavora da anni a contatto con donne che subiscono direttamente, nel corpo e nella mente, le conseguenze della violenza maschile, sa che non esiste colore od etnia per gli uomini che questa violenza esercitano. Sa che solo una percentuale minoritaria di donne subisce violenza da sconosciuti e nei luoghi pubblici. La nostra esperienza, l’esperienza di tutti i centri antiviolenza ci confermano ciò, così come i dati degli studi delle organizzazioni internazionali  e degli istituti di ricerca nazionali e mondiali.

Le violenze, gli omicidi, più diffusi avvengono nelle case, nei luoghi privati, in “famiglia”. Gli autori sono uomini. Non sono dei sconosciuti: sono mariti, ex fidanzati; non sono emarginati sociali: hanno un lavoro, un titolo di studio, una buona situazione economica e sociale.

Ma tutto ciò non fa notizia non conquista le prime pagine dei giornali.

Eppure queste violenze non sono diverse da quelle di quei giovani stranieri irregolari, né sono diverse la sofferenza ed il dolore che esse producono nelle donne che ne sono vittime.

Gli episodi di questi giorni ci colpiscono, ci feriscono perché sappiamo che cosa significa portare impressa nel corpo, nella mente la violenza subita; perché abbiamo visto nelle altre e in noi stesse le conseguenze che essa comporta; perché è una violenza che riguarda tutte noi.

Lo stupro è un atto di violenza contro il corpo diverso della donna, contro l’elemento non cancellabile della sua differenza. La causa dello stupro risiede nella considerazione che gli uomini hanno del corpo femminile: un oggetto di cui poter disporre a proprio piacimento.

Il problema è culturale e per risolverlo bisogna partire da qui.

Ciò che va interrogato è il modo con cui si strutturano le relazioni tra uomini e donne nella società, relazioni che storicamente si sono basate su rapporti di potere di tipo patriarcale che hanno portato al dominio dell’uomo sulla donna e alla sua discriminazione sociale e culturale.

Innanzitutto devono interrogarsi e prendere parola coloro che condividono con gli autori delle violenze il medesimo genere: gli uomini. Devono esplorare e fare i conti con il proprio universo culturale sociale e storico. Universo che ha prodotto una sessualità che continua ad imporsi con la forza, a manifestarsi come atto di dominio, di disprezzo, di pura sopraffazione che ha come obiettivo la negazione e la cancellazione di una donna.

Le donne hanno già fatto e detto moltissimo in questi anni: hanno guidato il processo di visibilità della violenza contro le donne, hanno messo in luce la cultura e i rapporti economicamente e socialmente costruiti che ne sono alla base, hanno accolto e sostenuto le donne vittime nel loro percorso di ricostruzione del sé distrutto dalla violenza.

Da parte nostra la risposta agli episodi di questi giorni è continuare nel nostro lavoro, nella nostra politica di costruzione di percorsi di autonomia, di libertà e di soggettività femminile.

 

Associazione Donne In Genere – Centro Donna L.I.S.A. (ROMA) 

 

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