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La violenza alle donne non si affronta con il pacchetto sicurezza.

 

Le cronache giornalistiche e le prese di posizione di politici ed istituzionali di fine estate hanno rimesso nella scena della politica la questione della sicurezza, della legalità, del “diffuso senso di allarme sociale” individuandone i portatori nei lavavetri, i migranti, le prostitute ecc… divenuti soggetto di dibattito politico e oggetto di scellerati provvedimenti come l’ordinanza fiorentina sui lavavetri.

In questo clima piomba l’annuncio del ministro Amato della presentazione per la fine di settembre di un Piano Sicurezza con collegato disegno di legge. E già si preannuncia un pessimo piano dove si confonde la lotta alla criminalità con i problemi di mediazione sociale, dove si cerca di recuperare consenso dalle insicurezze e dalle paure collettive dando loro in pasto zingari, immigrati, prostitute ecc…, cercando di ridurre a questione di ordine pubblico quello che necessita di risposte di ordine sociale ed economico.

Apprendiamo che il disegno di legge sulla sicurezza vorrebbe prevedere “particolare attenzione per la prevenzione e il contrasto delle molestie e delle violenze nei confronti delle donne”.

Ancora una volta l’approccio ad affrontare la violenza di genere avviene su un modello che la  considera come un problema di rapporto interpersonale, di ordine pubblico e di sicurezza. Già nella passata estate ad episodi di stupri compiuti da immigrati si sollevò un dibattito tutto centrato nella richiesta di misure repressive contro gli stranieri irregolari arrivando ad inneggiare a misure cruente come la castrazione fisica o chimica.

Parlare di legalità, di ricorso e potenziamento delle forze dell’ordine però svia il problema, lo riduce meramente ad una questione di ordine pubblico, ad un fenomeno di emergenza e la lettura della violenza di genere in questa ottica contribuisce solo alla rimozione e all’allontanamento del problema da sé, dalla propria cultura e responsabilità, marginalizzandolo e relegandolo ad altri (“la tradizione sicula /pakistana”).

Non ci stancheremo mai di ripetere quello che i numeri delle statistiche confermano, ovvero che il luogo primario di violenza sulle donne non è la strada ma la casa, e le mani violente sono mani maschili, soprattutto “amiche” non estranee o straniere. La violenza sulle donne non ha età, razza, colore, passaporto. Ovunque nel mondo le donne vengono stuprate e muoiono soprattutto per il colpo inferto loro dal marito, dal fidanzato, dall’ex.

Bisogna prendere atto che la violenza alle donne è un problema culturale e sociale, attiene alle relazioni sessuate nella nostra società ed il loro codificarsi attraverso stereotipi, rappresentazioni e convenzioni sociali che riportano ancora alla struttura simbolica patriarcale dei rapporti tra i sessi. È una questione di rapporti economicamente e socialmente costruiti che “si basa sull’ineguale distribuzione di potere nelle relazioni tra uomo e donna” (Consiglio d’Europa – Raccomandazione 5/2002).

Per combattere veramente e alla radice la violenza alle donne non servono scorciatoie emergenziali d’impianto repressivo  e coercitivo ma occorre una battaglia culturale di ampio respiro che apra la strada alla costruzione del cambiamento. Uscire dall’allarmismo significa non dimenticare il problema ma introdurre una programmazione di intervento complessiva e durevole, che abbia come fine un cambiamento delle relazione tra i generi. Il nodo strategico è l’elaborazione e l’implementazione di un Piano D’Azione Nazionale, così come richiesto con priorità al Governo dalla Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e delle Case delle donne, strutturale e trasversale ai vari soggetti istituzionali e sociali in cui si definiscano e programmino azioni di prevenzione, contrasto e sostegno, oltre che di formazione, e si elaborino strategie e programmi comuni di contrasto alla violenza alle donne.

 

Centro Donna L.I.S.A.- Associazione Donne in Genere  (Roma)

 

 

 

 

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