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Il 24 settembre in una capanna vicino a Oaxaca (Messico) è stato trovato il cadavere di Marcella Salli Grace Eiler, compagna statunitense, attivista di 21 anni, in Messico dal 2006.
Salli aveva partecipato con noi e altri internazionali alla carovana “Los zapatistas no estan solos!”, tenutasi in Chiapas ad agosto e stava portando avanti un percorso di solidarietà con il popolo di Oaxaca, oltre a lotte contro il razzismo nella frontiera tra U.S.A e Messico. Ultimamente si stava occupando dei prigionieri politici e delle donne, mogli, compagne, madri, sorelle, figlie dei detenuti e delle persone scomparse o assassinate.
Recentemente Salli aveva raccontato che aveva subito minacce e forme di controllo per queste sue attività.

Salli era un’attivista e una donna. Due buoni motivi, secondo i suoi assassini, per violentarla e torturarla, al punto da rendere il suo cadavere irriconoscibile, eccetto che per i tatuaggi che aveva sulle braccia.
La notizia non è stata diffusa a livello internazionale e i media messicani hanno chiuso la questione il 28 settembre riportando la confessione del presunto assassino, un amico di Salli. In questo modo a livello mediatico, tutto è stato risolto come un evento tragico, sì, ma scollegato da qualsiasi discorso relativo al sistema di repressione e violenza vigente in Messico, e non solo.

La rabbia che questa notizia suscita in noi, pur trovandoci dall’altra parte del mondo, è tanta.
E le ragioni sono diverse: Salli era una compagna, una donna, il cui corpo è stato brutalmente violato.
Salli era un’attivista e la repressione non ha frontiere.
Salli era in Messico, paese dove la violenza fa brutalmente da padrona, dove la libertà di espressione è limitatissima, dove gli attivisti vengono frequentemente imprigionati e torturati e spesso qualcuno ci rimette la pelle. In molti casi i destinatari della violenza militare e paramilitare messicana sono le/gli attiviste/i, nazionali e internazionali, vicini ai movimenti indigeni che, soprattutto dopo il levantamiento zapatista del 1994, hanno iniziato a prendere coscienza di sé e a ribellarsi allo sfruttamento perpetuato dal potere economico.

La rabbia e l’indignazione che proviamo non vanno chiuse in un ricordo, per chi l’ha conosciuta, o in una qualche dimostrazione di solidarietà nei suoi confronti. Non è abbastanza. Vorremmo giustizia per lei, e il nostro pensiero vola a tutte/i le/i compagne/i uccise/i anche in Italia, alla repressione che impera anche qui, seppur con tutte le differenze del caso.
Non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad un fatto simile. Non possiamo abbassare la testa e sentirci al caldo, sicure/i dietro la cortina dei confini di stato.
Canalizziamo la nostra rabbia nel senso giusto, fermiamoci un attimo a riflettere: un attimo è abbastanza per realizzare che ciò che dobbiamo continuare a fare è non assecondare un sistema che vuole omologarci con la ricetta della violenza, qui come in Messico. E sta innanzitutto alle nostre scelte individuali dare concretezza a questa riflessione. Giorno per giorno.
Possiamo scegliere, se non ci spaventano le possibili conseguenze delle nostre scelte, di andare nel senso contrario rispetto alle linee dettate dall’alto. Possiamo scegliere di distinguerci dalla media degli individui occidentali non per la nostra apparenza, ma per le nostre quotidiane reazioni rispetto a ciò che puzza di marcio in questa società. Possiamo scegliere di adottare quotidianamente delle modalità di vita che contagino chi ci sta intorno. Non possiamo entrare nella testa di chi accetta l’esistente e mette poco o nulla in discussione, ma possiamo essere convincenti in quello che facciamo.

La vita di Salli, come quella di molti altri compagni e compagne, è stata troncata, perché la libertà d’espressione è diventata tristemente un’illusione, una libertà limitata ai confini prestabiliti da quelli che pretendono di essere i padroni delle nostre vite.

Riflettere su di sé, sulla banalità di molti rapporti umani che siamo portati a stringere vivendo secondo le regole di questa società impazzita, sul nostro tempo, che assume significato solo se legato alla produzione di denaro, sulla violenza che entra nelle città, che gira per strada e pare essere la normalità, sul corpo della donna, costantemente considerato un oggetto, perlopiù un oggetto di mercato e di piacere, sulle politiche nazionali e internazionali di controllo che vogliono renderci automi privi di sogni e libertà, è quotidianamente il punto di partenza per fare scelte di ribellione. Apriamo gli occhi, continuiamo a tenerli aperti. Anche se non c’è un punto d’arrivo, la strada è comunque tanta e in salita.
Indignarsi e alzare la testa di fronte a fatti che testimoniano quotidianamente, qui come in Messico e in ogni parte del mondo, la violazione estesa e resa legge, delle libertà umane, ci deve spronare ancora di più a reagire, ogni giorno, partendo ognuno dal proprio vissuto, per incrociarlo con quello degli altri al fine di stringere legami umani rivoluzionari.

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