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Pubblichiamo volentieri un interessante estratto della tesi di  di Rosa Cecere, sulle mutilazioni genitali femminili

 

Cosa sono le mutilazioni dei genitali femminili?

Le mutilazioni genitali femminili (mgf) indicano la totale o parziale rimozione degli organi genitali femminili esterni o le lesioni agli stessi per motivi culturali o comunque non curativi.

Per consuetudine se ne differenziano quattro tipi:

·        Tipo 1: escissione del prepuzio con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride (circoncisione);

·        Tipo 2: escissione del prepuzio e della clitoride insieme alla rimozione parziale o totale delle piccole labbra;

·        Tipo 3: infibulazione o circoncisione faraonica, è l’escissione parziale o totale dei genitali esterni con cucitura e restringimento dell’introito vaginale fino a ridurlo ad un ostio di pochi millimetri. È la forma più grave ed estesa delle mgf.

·        Tipo 4: inclassificato: raccoglie una serie di manipolazioni sui genitali come puntura, trafittura o incisione della clitoride e/o delle labbra; allungamento della clitoride e/o delle labbra; cauterizzazione per ustione della clitoride e dei tessuti circostanti; raschiatura dell’orifizio vaginale (tagli ad anguria) o taglio della vagina (gishiri); introduzione di sostanze corrosive nella vagina per causare sanguinamento oppure immissione di erbe con lo scopo di restringere la vagina.

È importante precisare che si tratta di un’antica pratica culturale, non prescritta da alcuna religione, diffusa in alcuni paesi dell’Africa centrale ed orientale[1], dell’Asia[2] e tra le comunità immigrate provenienti da questi paesi[3].

 

Come valutarle?

Differenza di genere

 L’anatomia degli organi genitali ha da sempre rappresentato il paradigma di una struttura gerarchica che ha visto la donna in posizione subalterna, conseguenza di una semplice differenza fisiologica, la quale vede collocati gli organi riproduttivi femminili all’interno del corpo, in una situazione congenitamente prevista, che rende la donna imperfetta rispetto all’uomo e giudicata per lungo tempo un “errore naturale”. Si parla di un’apparente disparità, giacché le donne e gli uomini sono provvisti entrambi di organi riproduttivi, i quali, come è noto, hanno funzioni differenti. In questo senso si può affrontare uno studio integrato in modo tale che miri alla conoscenza olistica dell’individuo, inteso come un’entità formata dalla mente e dal corpo, protagonista di una complicata rete di relazioni sociali[4].

Assumere il concetto di genere significa indicare l’esistenza di due tipi, individuando con un termine binario nella società la duplice presenza di tipi sessuati. Esso ha due significati impliciti: uno indica la subordinazione e l’oppressione delle donne rispetto agli uomini e l’altro denota la questione della costruzione sociale e dell’appartenenza di sesso.

Joan Scott (in Gender and the politics of history) scrive che il genere è il primo stadio in cui si manifesta il potere, dove le differenze tra i sessi in natura determinano una disparità storica che da sempre hanno rafforzato il comune pensiero che vede la donna tecnicamente svantaggiata.

 

Rito di passaggio

“In qualsiasi società la vita dell’individuo consiste nel passare successivamente da un’età all’altra e da un’occupazione all’altra” (Van Gennep,1981).

Ogni mutamento di stato che appartiene all’uomo comporta delle azioni e delle reazioni tra sacro e profano, le quali devono essere regolamentate per non arrecare disagi alla società e non alterare il suo equilibrio. È la condizione stessa di essere umano che comporta il passaggio da una società speciale ad un’altra o il passaggio da una società sociale ad un’altra. Ad ogni momento corrisponde una cerimonia, che ha sempre lo stesso scopo: “far passare l’individuo da una situazione determinata a un’altra anch’essa determinata”.

Intraprendendo un interessante studio sui riti, Arnold Van Gennep, nel 1909, scrive nel suo libro I riti di passaggio: “ritengo legittimo distinguere una categoria speciale di Riti di passaggio, i quali si presentano ad una trattazione analitica come Riti di separazione, Riti di margine, Riti di aggregazione. In altri termini definiti come riti: preliminari, liminari, postliminari. A seconda della diversa collocazione che ogni volta si realizza, si ottiene un passaggio da un cerchio magico all’atro. “Colui che passa, nel corso della sua vita, attraverso queste alternative, si trova ad un certo momento, per il gioco stesso delle classificazioni, a far perno su se stesso e a volgersi al sacro anziché al profano o viceversa”.

A questo punto si avanza l’ipotesi che le mutilazioni genitali femminili possano essere considerate come dei veri e propri riti di passaggio, dall’infanzia all’età adulta

 

Tecniche del corpo

Le tecniche del corpo sono i modi, in cui gli uomini nelle diverse società, si servono, uniformandosi alla tradizione, del loro corpo.

Ogni tecnica ha  modi diversi di manifestazione e varia a partire dal gruppo che la pratica e dalle circostanze naturali e culturali. Esempi lampanti ci sono offerti dalla postura del corpo e degli arti, essi saranno differenti a seconda della società più o meno civilizzata di cui ci si occupa e delle condizioni naturali in cui ci si trova a vivere, è ovvio che le società più civilizzate possono usufruire di espedienti tecnici e scientifici per sopperire a mancanze o difficoltà in cui la natura conduce.

“Ho avuto, dunque per molti anni la nozione della natura sociale dell’habitus”. […] “Tali abitudini variano non solo con gli individui e le loro imitazioni, ma soprattutto con il variare delle società, delle educazioni, delle convenienze e delle mode, con il prestigio. Bisogna scorgere la presenza delle tecniche e l’opera della ragione pratica collettiva e individuale, là dove si vedono di solito solo l’anima e le sue facoltà di ripetizione” (Mauss, 2000).

La ripetizione di queste tecniche, quindi, è da riferirsi all’abitudine che varia tra le molteplici comunità sociali e si ripete, spesso, dimenticando l’essenza della pratica o dell’abitudine, per un semplice principio di inerzia fondato sull’imitazione.

Per quanto riguarda la mutilazione genitale è possibile parlare di tecnica del corpo, che si confonde in un indefinito risultato di imitazione (tramandata dalle abitudini) ed educazione; esse si sovrappongono tanto da rendere indecifrabile dove finisce l’abitudine e dove comincia l’educazione.

Entrando nel campo di quella disciplina che è stata definita psico-fisiologia, Marcel Mauss ha definito le tecniche del corpo tradizionali ed efficaci: deve essere efficace tanto da raggiungere il suo scopo e tradizionale per essere trasmessa: “non esiste tecnica né trasmissione, se non c’è tradizione”.

Il corpo è stato definito il primo e più naturale strumento di trasmissione dell’uomo, si tratta di un oggetto e di un mezzo tecnico.

Esse si dividono e variano a seconda dell’età, esistendo una società delle donne e una società degli uomini determinate nel loro divenire da un metafisico orologio naturale, che prevede per ogni età dei comportamenti diversi scanditi da tecniche corporee diverse, acquisite o naturali. Ora le operazioni ai genitali delle donne sono delle vere e proprie tecniche del corpo, col quale l’uomo segna l’appartenenza di genere, e soprattutto a seconda del tipo di operazione compiuta è possibile risalire all’etnia d’origine.

Per queste popolazioni è importante definire i propri confini, anche se con un marchio impresso in maniera dolorosa sul corpo, per una questione di riconoscimenti sociali e per segnalare attraverso un linguaggio corporeo la situazione della bambina che da quel momento in avanti potrà entrare a pieno titolo nel gruppo dei pari, sfoggiando orgogliosa la caratteristica distintiva, pronta ad entrare nel sistema del baratto che la vedrà protagonista

Questo richiamo all’ordine sociale muto potrebbe anche essere considerato come un atto di istituzione dal carattere solenne e straordinario, che miri ad instaurare nella collettività una separazione sacralizzante, basata sulla differenziazione estetica (Bourdieu, 1998).  

La mutilazione è un segno di appartenenza ma anche di subordinazione, vincola gli individui ad un’identità collettiva ma contemporaneamente essi diventano oggetto di una strategia di disciplinamento secondo schemi comportamentali radicalmente diversi tra i due sessi.

Le cicatrici, i frequenti dolori e problemi che le operazioni ai genitali provocano svolgono un ruolo importante nel conservare la memoria silenziosa di un gruppo sociale.

Ma non basta celare il significato e la causa delle mutilazioni dietro una semplice questione di appartenenza, poiché esse traggono senso da “un complesso sistema di strategie matrimoniali[5], fondate sul prezzo della sposa, che hanno come corollario alcuni tratti fissi che si implicano a vicenda, quali il matrimonio combinato, l’età prematura della sposa e la poligamia, a cui si accompagnano una serie di tratti secondari che variano da un’etnia all’altra, quali il matrimonio per ratto, l’età avanzata dello sposo, alcuni tabù alimentari durante la gravidanza e il puerperio, alcune regole di purità ed alcune pratiche sessuali come il gishiri”.

In Africa le mutilazioni genitali sono fondamentali nel matrimonio, esse regolano la gestione delle risorse e gli scambi sociali.

Ma il vero significato della ricchezza della sposa o del prezzo della sposa non è quello di uno scambio commerciale, ma quello di un dono che lo sposo, o meglio la sua famiglia, cede alla famiglia della donna, in cambio della sua fertilità, in questo contesto non viene ceduta la donna, ma i suoi diritti.

Fertilità, però, nasconde dietro di sé un altro concetto: purezza, verginità. A questo proposito le mutilazioni dei genitali devono salvaguardare la castità delle donne e secondo alcune credenze popolari accentuarne la fertilità.

Si capisce ora come il prezzo della sposa è teso a comprare non una donna qualsiasi ma una illibata, “ben chiusa”, o ben escissa, per scongiurare ogni desiderio sessuale femminile pre e post-matrimoniale.

Il prezzo della sposa per molte famiglie costituisce la trattazione economica più importante della vita e nelle famiglie con figli maschi da sposare esso costituirà il compenso da donare per avere in cambio un’altra vergine illibata.

 

                          

Gioco di ruoli e status nel gruppo dei pari

Il significato di persona lo si può far risalire al concetto che gli antichi latini abbinavano, cioè quello di maschera, stante ad indicare le diverse personalità che ciascuno di noi può assumere, cosiccome quello di ruolo viene fatto derivare dalla parola latina rotulus, termine che è proprio del teatro; ognuno nella vita può assumere ruoli diversi, adottando personalità diverse, o meglio sviluppando caratteristiche personali differenti in relazione al logos nel quale si viene a trovare.

Molti studiosi hanno paragonato la vita ad un dramma nel quale ognuno gioca la propria parte, ma sempre con riferimenti a settori specifici, come ad esempio la vita familiare, dove esistono più parti previste e già assegnate, norme accettate e modelli di comportamento tali per cui allontanarsi da essi significherebbe incorrere nel biasimo degli altri.

Il ruolo può essere interpretato come maschera più o meno volontariamente assunta o autoimposta; consapevoli i sociologi che il ruolo costituisce una categoria fondamentale per l’analisi sociale, esso però può assumere diverse forme, poiché può essere più o meno prescrittivo, essere subito passivamente o perseguito passivamente, inoltre, capita che un individuo non sia libero di agire all’interno di un ruolo ed uscirne alle volte può rappresentare un problema.

Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti (1973) affronta l’influenza che i condizionamenti sociali hanno nella formazione del ruolo femminile, giungendo a coniare il termine forte di castrazione psicologica; il processo di interiorizzazione del ruolo non è sempre indolore, perché alle volte implica repressione di energie, di istinti e di autorealizzazione.

Credo sia possibile interpretare il complesso sistema delle mutilazioni genitali femminili come un fondamentale problema di ruoli rigidamente fissati, dove la sfera maschile si aspetta che quella femminile si comporti sempre in una certa maniera e viceversa, reprimendo la libera iniziativa, ma soprattutto soffocando nelle bambine ansie e angosce che sono proprie del mondo degli adulti, così esse devono tacitamente e incondizionatamente accettare di subire modifiche del proprio corpo, seguire delle prescrizioni alimentari e comportamentali precise, reprimere il dolore dentro se stesse durante la carneficina, essere domate con la forza per evitare di distribuire vergogna e disonore su se stesse e la propria famiglia, continuare a subire dolori e incorrere in gravi malattie anche dopo l’operazione, soffrire per tutta la vita durante i rapporti sessuali e rischiare la vita al momento del concepimento di ogni figlio.

La coppia ruolo-status introduce e fissa i comportamenti individuali e la prevedibilità nelle risposte comportamentali, per i trasgressori, pena l’esclusione sociale.

Ciò significa che la società sostanzia e garantisce i ruoli, ma ad essa è affidato anche il compito di applicare sanzioni; in questo caso la struttura di riferimento è data dalla società organizzata in gruppi: i gruppi di riferimento o il gruppo dei pari.

Inevitabilmente la teoria sopramenzionata appartiene a tutti i gruppi che hanno un raggio d’azione limitato e che ricevono pochi stimoli dall’esterno, per una prospettiva di cambiamento, ciò significa che i comportamenti che gli altri soggetti del gruppo tengono sono da imitare, perché considerati giusti, forse gli unici termini di paragone e per sentirsi simili, onde evitare atteggiamenti di auto estraniazione o di allontanamento sociale derivante da una percezione del gruppo.

Il ruolo, per quanto riguarda la posizione delle donne nell’ambito microsociale, lo status, riferito agli uomini che occupano una posizione di prestigio avvalorata da forte potere decisionale, le aspettative di ruolo e di status, intese come l’aspettativa di azione e interazione, il gruppo dei pari, sul quale gioca il perenne confronto tra donna e donna, tra uomo e uomo e soprattutto tra famiglia e famiglia, sono elementi sociologici essenziali, utili per designare nello studio delle mutilazioni genitali un filo conduttore, volto a districarsi tra i tanti elementi, gli usi e i costumi, che regnano protagonisti, col fine di individuare le varie componenti rilevanti alla realizzazione contigua di queste pratiche. 

 

 

Cambiamenti in corso d’opera in Africa

Sin dagli anni Ottanta in alcune zone dell’Africa esistono esperienze alternative all’escissione e all’infibulazione.

Nelle grandi città della Somalia le donne di alcuni ceti sociali elaborano strategie per non sottoporre le proprie figlie e nipoti alla mutilazione genitale. Qui organizzano feste post-circoncisione in modo da far credere all’ambiente circostante di aver fatto operare le bambine.

Ultimamente in Somalia sono in atto diverse esperienze empiriche:

·        Merka (regione del Basso Scebelli): è stata avviata da un gruppo di donne un’iniziativa di eradicazione della pratica. L’iniziativa utilizza due team, che operano in sequenza cronologica. Per primo interviene il team religioso che sensibilizza le famiglie del villaggio bersaglio, chiarendo l‘equivoco religioso che esiste a proposito. Dopodichè si organizza una festa di circoncisione collettiva e interviene il team sanitario che gratuitamente espleta una circoncisione del I° tipo, con puntura clitoridea e fuoriuscita di poche gocce di sangue. La gratuità dell’operazione è appositamente voluta, è un modo per combattere le motivazioni economiche, una delle cause che favoriscono il perpetuarsi della pratica. 

·        Kisimayo (regione del Basso Juba): un’associazione di donne porta avanti strategie per il rispetto dei diritti umani, tra le priorità include l’istruzione, l’integrità del corpo della donna e la salute della donna.

·        Erigano (regione del Sanag): ad opera di gruppi e associazioni di donne si mettono in atto strategie per la lotta contro la pratica delle mgf; si apprezzano i primi risultati: le bambine vengono lasciate intatte o soltanto circoncise (la clitoride viene simbolicamente punta).

In Kenya:

Ÿ                    Distretto di Meru: si organizzano momenti di formazione rivolti a coppie madri/figlie. Si organizzano cerimonie collettive dove le ragazze ricevono il libro della saggezza, preparato dagli stessi genitori. Sono state prodotte delle soap opera sul tema specifico e si organizzano visioni collettive di questo materiale. Gli uomini grazie a questo materiale e alle campagne per l’eradicazione consigliano fermamente di non attuarla.

 

In Uganda:

 dal 1995 funziona un progetto per l’eliminazione delle mgf, il progetto coinvolge gli anziani e i capi comunità. Questi anziani organizzano cerimonie alternative per fasce di età e con delle simboliche offerte di doni.

 

In Gambia:

 l’associazione per la promozione delle ragazze e il progresso delle donne, da un paio di anni organizza cerimonie d’iniziazione alternative senza taglio.

 

In Mali:

un gruppo locale ha sostituito l’asportazione della clitoride con un gesto simbolico: il taglio del pallone di banano.

 

Il percorso della presa di coscienza è lungo e sofferto, giacché coinvolge quel cambiamento nel ruolo tradizionale attribuito all’uomo e alla donna nella società e nella famiglia.

 

 

 

 

 

 

Da vittime a protagoniste a testimoni

Quasi tutte le donne da me intervistate presentano una caratteristica comune: l’aver vissuto nell’arco della propria vita lo stato di vittime, di protagoniste e di testimoni.

Il concetto di vittimismo si riferisce al periodo della vita (momento dell’intervento e sofferenze derivanti da esso) che le ha viste coinvolte, spesso contro la propria volontà o con l’inganno, nel rito della mutilazione dei propri genitali.

Il concetto di protagonismo rileva i cerimoniali, tipici di alcune tribù e villaggi, che festeggiano le bambine infibulate, ponendole al centro dell’attenzione, tanto da farle sentire protagoniste del momento.

La testimonianza, invece, delinea il pensiero attuale delle donne intervistate e la concezione negativa che hanno della mutilazione dei genitali femminili, tanto da essere tra le principali sostenitrici della lotta per l’abolizione della pratica. Esse sono testimoni di momenti traumatici e dolorosi, è per questo che si battono allo scopo di porre termine alle mutilazioni.

La maggior parte di loro ha subito l’intervento in casa con strumenti non disinfettati, ha ricevuto punti di sutura anomali, poiché “è stata cucita” con pinzette o spine.

Z. è stata operata in casa dalla moglie del barbiere, parla di un dolore fortissimo e della perdita di molto sangue. La sua è stata un’operazione di gruppo: “andammo io e altre due bambine, […] io lo sapevo che mi dovevano fare perché pure alle mie sorelle lo facevano e io ero contenta che pure a me lo facevano”. Racconta gli atroci dolori post intervento, le era impossibile dormire, magiare e urinare. “E allora io piangevo in silenzio”: la molteplicità delle sofferenze alle quali le bambine sono sottoposte termina in un pianto, che deve essere obbligatoriamente silente, per dare dimostrazione del proprio coraggio, del proprio self-control e della forza morale. Bastava poco a Z. per essere felice in quei momenti: “ma poi venivano le mie sorelle da me a farmi compagnia e io ero contenta”. Tra le diverse umiliazioni che ha dovuto sopportare, Z. menziona il momento in cui: “mia madre disse adesso ti controllo il buco, che se è grande dobbiamo rifare tutto”.

 Il racconto di Z., e di tutte le altre donne che ho intervistato, si svolge sempre osservando alcune tappe: il rito della mutilazione genitale femminile è scandito da precise azioni, cerimoniali, modi di reagire, processo di riabilitazione. Ci sono dei tempi da rispettare e determinati comportamenti da assumere durante l’intero svolgimento della pratica. E’ possibile rintracciare nel rito della mutilazione sessuale un ritmo biologico del rito stesso. La sorte di S. è stata differente rispetto a quella di Z., infatti ha potuto usufruire di alcuni calmanti che il padre le  somministrava per attutire il dolore. Il dolore è stato quasi inesistente per F. che è stata operata in ospedale e che ricorda ben poco dell’accaduto.

Non sono state altrettanto fortunate le altre, che come ha raccontato M.: “ho avuto un’infezione.. mia madre disse che gli strumenti non furono disinfettati”. S., una giovane donna proveniente dal Benin, ha detto “io sono stata rovinata tutta. Mi hanno fatto un disastro. Mi hanno cucito tutto e mi hanno levato tutto. Mi hanno cucito con un filo e  poi la ferita si apriva e mi hanno messo delle pinzette. […] Io quel giorno non me lo dimenticherò mai perché mi è stato fatto troppo del male. Erano dolori fisici e umiliazione. Guardavo questa donna che tagliava senza fermarsi, cuciva ed era soddisfatta del suo lavoro”. C’è poi tra loro chi ritiene che non sia il caso di parlare della propria  mutilazione perché riguarda la vita privata, mentre chi, come A. non ricorda dolore, perché la soddisfazione e la gioia di essere stata mutilata e quindi di essere come le altre le ha fatto dimenticare i momenti cattivi per lasciare spazio ad un piacevole ricordo che “la faceva sentire grande ed importante”.

Alcune di loro sono state festeggiate ed hanno ricevuto dei regali, come vuole la tradizione, altre hanno visto scorrere il momento in maniera silenziosa, hanno sotterrato il ricordo dentro se stesse e lo hanno  etichettato come tabù, cioè come argomento di cui non si può e non si deve parlare.

Per Z. è stata organizzata una piccola festa, alla quale lei non poteva prendere parte a causa delle pessime condizioni fisiche in cui versava dopo l’intervento, “quando ho fatto la mia festa sono stata male.. mi faceva male tutto, ma ero contenta perché avevano preparato tante cose da mangiare per me.. ma io non mi sentivo bene e non ce la facevo”. La madre di S. organizzò un rinfresco, contro la volontà del marito, il quale non tollerava l’idea che le figlie fossero state mutilate. S. ricevette in regalo vestiti nuovi e una collana di perline. F. non ricevette nulla in regalo e per lei non ci furono festicciole o rinfreschi, M. dice di non ricordare niente dell’intervento di mutilazione, ma ha in mente, con grande piacere, l’intervento di deinfibulazione.

Tutte loro sono testimoni e promotrici. Testimoniano la gravità dell’intervento e promuovono l’informazione e la sensibilizzazione affinché il rito venga contrastato e abolito. Alcune sono più attive delle altre in questo impegno, ma tutte, tranne R., giudicano con tono estremamente negativo la mutilazione genitale femminile. 

Mentre Z. è a favore del rito alternativo[6], Sirad dice che deve scomparire completamente il concetto di mutilazione. F. si sente coinvolta in una vera e propria battaglia, dichiara che non sottoporrebbe mai le proprie figlie all’intervento. M. disprezza le proprie origini: “io sono una di quelle che rifiuta la sua terra, infatti non ti dirò di essere orgogliosa di essere africana, perché non lo sono. Ho vergogna delle mie origini. Provengo da una terra dove l’uomo controlla tutto”. M. si dichiara favorevole al rito alternativo, perché salva quanto di tradizionale esiste nel compimento della pratica. S. pensa che le campagne di informazione e il lavoro di persuasione che le organizzazioni, i volontari e le stesse donne promuovono, sono limitate se non si fornisce alla popolazione africana la possibilità di poterle comprendere pienamente, la soluzione risiede nell’istruzione. Un popolo istruito è capace di scegliere, di intendere e di comprendere gli effetti che  derivano dall’agire tradizionale. Si schiera a favore del rito alternativo: “se evitano di farti a brandelli come hanno fatto a me è buono”.

A. dichiara di essere contro la mutilazione dei genitali delle donne, ma allo stesso tempo afferma che se si trovasse in Eritrea sottoporrebbe le figlie all’intervento. Le sue posizioni appaiono estreme e contraddittorie, poiché è contraria alla proposta del rito alternativo, infatti sostiene la totale sospensione della pratica, ma se le venisse concessa la possibilità di mutilare le figlie lo farebbe. Infine le posizioni di R. sono contrastanti con quelle di tutte le altre donne: sostiene la mutilazione genitale femminile ed è in disaccordo con la proposta del rito alternativo perché: “per me va fatta tutta l’infibulazione. La tradizione non dice di una puntura di spillo. Non mi piace questo rito alternativo”. R. non ha mai pensato alla possibilità di deinfibularsi perché “ci crede”. Non ha figli, ma se avesse una figlia la sottoporrebbe all’intervento di mutilazione, portandola in Africa o cercando una soluzione clandestina in Italia.

 Non si hanno dati certi, ma si ha ragione di sostenere che molte donne africane facciano venire in Italia delle donne dal proprio paese di origine affinché mutilino le proprie figlie. 

 

La cultura di origine, il tipo di mutilazione, il consenso

Le notizie che ho raccolto intorno al consenso di entrambi i genitori e la cultura familiare di provenienza sono scarse. Generalmente il livello di istruzione delle famiglie delle donne intervistate è basso, tranne nel caso di S. La sua situazione presenta un’anomalia sul totale del campione intervistato: la madre è favorevole all’infibulazione, il padre è in netto disaccordo; “mio padre non era molto favorevole. Lui proveniva da una famiglia prestigiosa e insegnava. Aveva idee diverse rispetto a quelle comuni. Lui diceva che in altri posti le bambine non venivano infibulate e che vivevano ugualmente, serene. Ma mia madre era decisa, voleva sottoporci all’infibulazione, anche le nostre cugine dovevano farlo”. L’anomalia si basa sulla presenza di un genitore istruito, pare che abbia vissuto all’estero e che sia stato a lungo a  Roma. Purtroppo ciò non è bastato a fermare la volontà della mamma di S., che ha deciso di sottoporre le figlie all’intervento. Un segno dissonante si evince anche dalle dichiarazioni di F., la quale ha dichiarato di essere stata operata in ospedale. Avanzo l’ipotesi secondo la quale più è alto il livello culturale delle famiglie di provenienza e meno si tende a far soffrire le bambine al momento dell’operazione. A dimostrazione di ciò esistono le storie di S., curata dal padre con dei farmaci antidolorifici e F., operata in ospedale.               

 

L’azione dotata di senso

Ha scritto uno dei maestri della sociologia: “La sociologia deve designare una scienza la quale si propone di intendere in virtù di un procedimento interpretativo, l’agire sociale, e quindi di spiegarlo causalmente nel suo corso e nei suoi effetti. Inoltre, per agire si deve intendere un atteggiamento umano, se e in quanto l’individuo che agisce o gli individui che agiscono congiungono ad esso un senso soggettivo. Per agire sociale si deve però intendere un agire che sia riferito all’atteggiamento di altri individui, e orientato nel suo corso in base a questo” (Weber, 1968).

Quindi l’azione è tale solo in quanto dotata di senso e muove da una motivazione individuale. L’azione sociale si ha quando tale motivazione è diretta verso altri soggetti individuali. Secondo Weber il senso può essere attribuito o ad un singolo soggetto agente o ad un soggetto agente inteso come gruppo o media di soggetti agenti o come tipo ideale di un soggetto agente. Inoltre Weber scrive: “l’agire sociale (comprendendo il tralasciare o il subire) può essere orientato in vista dell’atteggiamento passato, presente, o previsto come futuro di altri individui” (Weber, 1968). Sempre esaminando l’agire sociale, l’autore elabora i famosissimi quattro fondamenti determinanti dell’agire sociale:

·        In modo razionale rispetto allo scopo

·        In modo razionale rispetto al valore

·        affettivamente

·        tradizionalmente

Weber affronta poi il problema della relazione sociale asserendo che con tale espressione si deve intendere un comportamento di più individui instaurato reciprocamente secondo il suo contenuto di senso e orientato in conformità.

Alla domanda: per quale motivo secondo lei si pratica la mutilazione genitale femminile? Cinque di loro hanno portato come spiegazione il ruolo che la tradizione svolge nelle proprie comunità, si tratta cioè di un agire sociale mosso da un’abitudine acquisita. R. ha affermato: “è una tradizione, io credo alle tradizioni”. S. ha risposto: “ io penso che è la tradizione, è un modo per essere diversi, per appartenere ad un gruppo”. Z. suggerisce un modo di considerare la mutilazione genitale femminile come un agire sociale razionale rispetto al valore, infatti risponde alla stessa domanda dicendo che il fine che dà vita alla pratica è la religione, anche se ha  attualmente seri ripensamenti circa tale giustificazione: “mia madre diceva che il Profeta si arrabbiava se non lo facevamo, e io non volevo perché poi succedono le cose brutte. Ma poi quando sono venuta in Italia ho scoperto che non è vero. Mi hanno detto che il Profeta non lo dice.. ma io non lo so. Io non so leggere tanto bene. Quando ero piccola non leggevo. Ma poi lo facevano tutti e allora io pensavo che era vero”. Le parole di Z. sono la testimonianza che molte volte il rito non viene praticato perché sentito come una necessità sociale o religiosa, esso diventa il risultato di un processo di imitazione sociale.

“Perché lo fanno tutti. Per non sentirsi diversi. Perché se sei diversa sono problemi. Ti escludono. I genitori ci fanno l’operazione per farci vivere integrate nella nostra comunità”. La risposta di F., potrebbe classificarsi come un tipo di agire sociale affettivo: i genitori provvedono ad infibulare la propria figlia affinché possa integrarsi serenamente nella comunità di appartenenza, in questo modo sarà socialmente accettata e godrà dei privilegi sociali riconosciuti dal proprio gruppo. Il consenso dei genitori a legittimare la pratica, quindi, potrebbe anche essere interpretato come un gesto di affetto che essi dimostrano nei confronti della bambina.

Infine, la mutilazione dei genitali femminili viene concepita da S. come la possibilità di trovare marito più facilmente  ed essere rispettata. Dei quattro tipi di agire sociale dotati di senso, quello proposto da S.,  potrebbe corrispondere all’agire sociale razionale rispetto allo scopo.

 

 “L’Occidente”

Considerata l’odierna situazione mondiale è fuori dubbio che sussistano differenze economiche, politiche e sociali, tra le diverse società.

Dalle interviste rilasciate sono emerse diverse carenze di cui l’Italia, come paese occidentale, è colpevole.

Alle origini di questo conflitto c’è da evidenziare la differenza che sussiste tra un’area economicamente sviluppata, quale può apparire il binomio Italia/Occidente, e una meno sviluppato quale è l’Africa.

Come aveva già fatto notare Ferdinand Tonnies, esiste una radicale linea di separazione tra la Gemeinschaft (comunità) e la Gesellschaft  (società). La comunità è una realtà naturale, vi si partecipa immedesimandosi completamente in essa, si è coinvolti emotivamente in modo istintivo. Tra i membri della comunità vi è un’intima conoscenza e un’intima simpatia. Nella società, contrariamente a quanto avviene nella comunità, gli individui sono uniti contrattualmente, in essa vigono l’individualismo e l’egoismo. Gli individui stanno gli uni contro gli altri, cercando ognuno la propria convenienza. Il rapporto economico è fondato sul profitto che si può ricevere dallo scambio, gli individui non si preoccupano dell’utilità dei beni in quanto tali, ma del valore di scambio.

 A. si presenta e subito precisa che in Italia “si trova bene”, prosegue e dice: “anche se in questo periodo mi sento una povera donna depressa e mutilata”. A. ha vissuto serenamente gli anni trascorsi in Italia, ma dal mese di gennaio di questo stesso anno, quando cioè è scoppiata la tempesta mediatica circa la proposta del rito alternativo, si sente costantemente osservata. Uno spunto di riflessione viene offerto dalla distinzione, precedentemente menzionata, tra comunità e società. Quello che A. rimprovera alla stampa e ai servizi di informazione è la poca cura nel trattare e diffondere le notizie. Mossi da individualismo ed egoismo, quello che conta è lo scambio in sè, si trascura di affrontare con discrezione notizie “esplosive” dal punto di vista giornalistico, ma delicate e intime per coloro che vivono quotidianamente il problema. A. si sente doppiamente umiliata quando anche la sua datrice di lavoro, con la quale non ha mai condiviso alcuna confidenza, si interessa all’argomento e cerca di investigare nell’intimità di A.

A metà intervista A, seriamente provata, rimprovera agli occidentali il ruolo didattico che pretendono di ricoprire: “e poi cari occidentali io sono stanca. Ci dicete come ci dobbiamo comportare con le nostre madri e con le nostre zie e con i parenti e con i nostri figli. Ma noi non veniamo da voi a dire come vi dovete comportare con vostra famiglia”. L’ennesima violazione A la subisce quando:” le maestre delle mi figlie sono andate nel bagno con loro per controllare se ci avevo fatto la infibulazione”. Si chiede dove sia finito il rispetto della privacy, ma subito dopo afferma: “devo decidere di tutto sui mi fili fino a quando si sposano. Poi decide il marito”.

A tale proposito anche S. fa delle accuse nei confronti del modo di agire occidentale, chiedendo di non giudicare la mutilazione genitale come una barbarie, ma cercando di comprenderla e studiarla, soprattutto evitando di imporre soluzioni che potrebbero sembrare efficaci. Confida nella popolazione giovanile, la vede interessata e attiva ai problemi sociali. Z., F., M. e le altre, in Italia vivono molto bene e sono riconoscenti ai datori di lavoro per aver risolto la questione dei documenti, praticamente, inesistenti (Z.), al Ministero degli Esteri per averle assegnato una borsa di studio (F., all’università per averle dato l’opportunità di studiare (M.). Inoltre due di loro sono state deinfibulate nel nostro paese, adesso hanno meno problemi fisici e una vita sessuale meno dolorosa.

 

Quindi…

La soluzione del problema esiste, ed è un sistema politico democratico. Tuttavia, la vittoria della democrazia è incompleta se non si accompagna ad un rinnovato impegno nella protezione dei diritti umani. Affinché essa possa progredire, è essenziale che i diritti umani siano intesi non solo come diritti civili e politici, ma che comprendano anche i diritti economici, sociali e culturali. L’estensione della democrazia ad un numero sempre maggiore di paesi impone inoltre di ripensare le relazioni internazionali per sottrarle al dominio dell’egoismo  di stato e della forza.

Il concetto di democrazia prevede piena libertà di scelta e possibilità di istruzione estesa a tutti, indipendentemente dal genere, così come dalla razza, dalla confessione religiosa e dalle idee politiche.

Quello che si propone è , forse, un concetto fondamentalmente idealista, attraverso l’avanzamento di una prospettiva cosmopolitica che propone un nuovo modello di organizzazione transnazionale, in modo da fare attenzione alle riforme di organizzazioni intergovernative quali le Nazioni Unite e l’Unione Europea.

Un vero e proprio cambiamento di paradigma lo si raggiungerà quando tutte le popolazioni potranno avvalersi dei propri diritti; dopo aver assicurato istruzione, tutela dei diritti fondamentali e soddisfazione dei beni di prima specie. Affinché si arrivi a ciò, bisogna adottare delle misure preventive, che fungano anche da moderatori: campagne di informazione, istruzione e soprattutto riti e metodi alternativi. In tal modo si può prevedere una lenta ma proficua crescita verso il rispetto del proprio corpo e dell’integrità fisica e mentale, non sopprimendo le proprie origini, le tradizioni e i costumi.

Nel nostro piccolo possiamo imparare ad ascoltare ed aiutare. Propongo agli intellettuali e a coloro i quali sono attivi per l’abolizione della pratica e  che ho avuto modo di conoscere, di ascoltare, non solo le donne che sono coinvolte e che hanno subito l’intervento, ma di prestare attenzione al lavoro e al punto di vista di tutti coloro che sono nel settore, in modo tale da collaborare, proporre, cercare il dialogo, per una crescita fruttuosa e per evitare manipolazioni mediatiche, che spesso risultano deleterie per le donne mutilate e per l’impegno stesso che tanti scrittori, antropologi, giornalisti, assistenti sociali, psicologi, psichiatri, ginecologi, svolgono. 

Sfortunatamente ho riscontrato tra alcuni di loro, inizialmente dichiaratisi disponibili ed entusiasti a fornire informazioni, poca flessibilità e  poca permeabilità.

Credo che l’ascolto e il reclutamento di idee, dati nuovi e stimoli diversi dai propri sia fondamentale per un buon lavoro interdisciplinare, come quello che la questione della mutilazione ai genitali femminili delle donne richiede (infatti chiama in causa il parere di medici, antropologi, giuristi, filosofi etici, religiosi, sociologi, psicologici).

La tutela dei diritti delle persone, in particolare di quelle più deboli e discriminate come le donne è un compito troppo importante, urgente e difficile perché possa essere monopolizzato da un’unica prospettiva.

 



[1] (Sudan, Nigeria, Costa d’Avorio, Uganda, Mali, Benin, Burkina Faso, Egitto, Etiopia, Eritrea, Somalia, Gibuti).

[2] (Tailandia e Malesia).

[3] (Europa, Usa e Canada).

[4] L’importanza di uno studio integrato tra sociologia, psicologia e fisiologia, appare già nel 1935, con Marcel Mauss, in “Le tecniche del corpo”.

[5] I matrimoni forzati costituiscono una forma di maltrattamento, poiché violano il pieno e libero consenso delle parti coinvolte, creano il contesto per il consumo del rapporto sessuale senza  consenso. Spesso le ragazze vengono fatte sposare all’età di 10-11 anni, e tali matrimoni prematuri espongono giovani ragazze, spesso nell’età della pubertà, a relazioni sessuali senza il loro consenso e ciò implica la violazione dei diritti del fanciullo, Amnesty International, Corpi violati menti spezzate, atti della conferenza, Firenze 22 marzo 2001.

[6] “La pratica simbolica e alternativa consiste in una puntura di ago sottile (puntura di spillo) sulla mucosa esterna che ricopre il clitoride dopo anestesia locale con specifica crema anestetica. L’obiettivo è quello di dare la possibilità alle bambine delle famiglie più tradizionali di evitare un danno maggiore, o meglio, di azzerarlo e di vivere protette e rispettate sia nella famiglia d’origine che nella società in cui vivono. Hanno il loro rito validato dal riconoscimento delle figure importanti della comunità (anziani/e, uomini, religiosi) ma senza la sofferenza e la mutilazione”.(Lucrezia Catania e Abdulcadir Omar Hussen, del Centro di Riferimento Regionale Per la Cura e la Prevenzione delle Complicanze delle Mutilazioni Genitali Femminili, ospedale di Careggi, Firenze).

 

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