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Pubblichiamo volentieri un interessante estratto della tesi di di Rosa Cecere, sulle mutilazioni genitali femminili
Cosa
sono le mutilazioni dei genitali femminili?
Le
mutilazioni genitali femminili (mgf) indicano la totale o parziale rimozione
degli organi genitali femminili esterni o le lesioni agli stessi per motivi
culturali o comunque non curativi.
Per
consuetudine se ne differenziano quattro tipi:
·
Tipo 1: escissione
del prepuzio con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride
(circoncisione);
·
Tipo 2: escissione
del prepuzio e della clitoride insieme alla rimozione parziale o totale delle
piccole labbra;
·
Tipo 3:
infibulazione o circoncisione faraonica, è l’escissione parziale o totale dei
genitali esterni con cucitura e restringimento dell’introito vaginale fino a
ridurlo ad un ostio di pochi millimetri. È la forma più grave ed estesa delle
mgf.
·
Tipo 4:
inclassificato: raccoglie una serie di manipolazioni sui genitali come puntura,
trafittura o incisione della clitoride e/o delle labbra; allungamento della
clitoride e/o delle labbra; cauterizzazione per ustione della clitoride e dei
tessuti circostanti; raschiatura dell’orifizio vaginale (tagli ad anguria) o
taglio della vagina (gishiri); introduzione di sostanze corrosive nella vagina
per causare sanguinamento oppure immissione di erbe con lo scopo di restringere
la vagina.
È
importante precisare che si tratta di un’antica pratica culturale, non
prescritta da alcuna religione, diffusa in alcuni paesi dell’Africa centrale
ed orientale[1],
dell’Asia[2]
e tra le comunità immigrate provenienti da questi paesi[3].
Come
valutarle?
Differenza di genere
L’anatomia
degli organi genitali ha da sempre rappresentato il paradigma di una struttura
gerarchica che ha visto la donna in posizione subalterna, conseguenza di una
semplice differenza fisiologica, la quale vede collocati gli organi riproduttivi
femminili all’interno del corpo, in una situazione congenitamente prevista,
che rende la donna imperfetta rispetto all’uomo e giudicata per lungo tempo un
“errore naturale”. Si parla di un’apparente disparità, giacché le donne
e gli uomini sono provvisti entrambi di organi riproduttivi, i quali, come è
noto, hanno funzioni differenti. In questo senso si può affrontare uno studio
integrato in modo tale che miri alla conoscenza olistica dell’individuo,
inteso come un’entità formata dalla mente e dal corpo, protagonista di una
complicata rete di relazioni sociali[4].
Assumere
il concetto di genere significa
indicare l’esistenza di due tipi,
individuando con un termine binario nella società la duplice presenza di tipi
sessuati. Esso ha due significati impliciti: uno indica la subordinazione
e l’oppressione delle donne rispetto
agli uomini e l’altro denota la questione della costruzione sociale e
dell’appartenenza di sesso.
Joan
Scott (in Gender and the politics of
history) scrive che il genere è il primo stadio in cui si manifesta il
potere, dove le differenze tra i sessi in natura determinano una disparità
storica che da sempre hanno rafforzato il comune pensiero che vede la donna
tecnicamente svantaggiata.
Rito di passaggio
“In
qualsiasi società la vita dell’individuo consiste nel passare successivamente
da un’età all’altra e da un’occupazione all’altra” (Van Gennep,1981).
Ogni
mutamento di stato che appartiene all’uomo comporta delle azioni e delle
reazioni tra sacro e profano, le quali devono essere regolamentate per non
arrecare disagi alla società e non alterare il suo equilibrio. È la condizione
stessa di essere umano che comporta il passaggio da una società speciale ad
un’altra o il passaggio da una società sociale ad un’altra. Ad ogni momento
corrisponde una cerimonia, che ha sempre lo stesso scopo: “far passare
l’individuo da una situazione determinata a un’altra anch’essa
determinata”.
Intraprendendo
un interessante studio sui riti, Arnold Van Gennep, nel 1909, scrive nel suo
libro I riti di passaggio: “ritengo
legittimo distinguere una categoria speciale di Riti di passaggio, i quali si
presentano ad una trattazione analitica come Riti di separazione, Riti di
margine, Riti di aggregazione. In altri termini definiti come riti: preliminari,
liminari, postliminari. A seconda della diversa collocazione che ogni volta si
realizza, si ottiene un passaggio da un cerchio magico all’atro. “Colui che
passa, nel corso della sua vita, attraverso queste alternative, si trova ad un
certo momento, per il gioco stesso delle classificazioni, a far perno su se
stesso e a volgersi al sacro anziché al profano o viceversa”.
A
questo punto si avanza l’ipotesi che le mutilazioni genitali femminili possano
essere considerate come dei veri e propri riti di passaggio, dall’infanzia
all’età adulta
Tecniche del corpo
Le
tecniche del corpo sono i modi, in cui gli uomini nelle diverse società, si
servono, uniformandosi alla tradizione, del loro corpo.
Ogni
tecnica ha modi diversi di
manifestazione e varia a partire dal gruppo che la pratica e dalle circostanze
naturali e culturali. Esempi lampanti ci sono offerti dalla postura del corpo e
degli arti, essi saranno differenti a seconda della società più o meno
civilizzata di cui ci si occupa e delle condizioni naturali in cui ci si trova a
vivere, è ovvio che le società più civilizzate possono usufruire di
espedienti tecnici e scientifici per sopperire a mancanze o difficoltà in cui
la natura conduce.
“Ho
avuto, dunque per molti anni la nozione della natura sociale dell’habitus”.
[…] “Tali abitudini variano non solo con gli individui e le loro imitazioni,
ma soprattutto con il variare delle società, delle educazioni, delle
convenienze e delle mode, con il prestigio. Bisogna scorgere la presenza delle
tecniche e l’opera della ragione pratica collettiva e individuale, là dove si
vedono di solito solo l’anima e le sue facoltà di ripetizione” (Mauss,
2000).
La
ripetizione di queste tecniche, quindi, è da riferirsi all’abitudine che
varia tra le molteplici comunità sociali e si ripete, spesso, dimenticando
l’essenza della pratica o dell’abitudine, per un semplice principio di
inerzia fondato sull’imitazione.
Per
quanto riguarda la mutilazione genitale è possibile parlare di tecnica del
corpo, che si confonde in un indefinito risultato di imitazione (tramandata
dalle abitudini) ed educazione; esse
si sovrappongono tanto da rendere indecifrabile dove finisce l’abitudine e
dove comincia l’educazione.
Entrando
nel campo di quella disciplina che è stata definita psico-fisiologia, Marcel
Mauss ha definito le tecniche del corpo tradizionali ed efficaci: deve essere
efficace tanto da raggiungere il suo scopo e tradizionale per essere trasmessa:
“non esiste tecnica né trasmissione, se non c’è tradizione”.
Il
corpo è stato definito il primo e più naturale strumento di trasmissione
dell’uomo, si tratta di un oggetto e di un mezzo tecnico.
Esse
si dividono e variano a seconda dell’età, esistendo una società delle donne
e una società degli uomini determinate nel loro divenire da un metafisico
orologio naturale, che prevede per ogni età dei comportamenti diversi scanditi
da tecniche corporee diverse, acquisite o naturali. Ora le operazioni ai
genitali delle donne sono delle vere e proprie tecniche del corpo, col quale
l’uomo segna l’appartenenza di genere, e soprattutto a seconda del tipo di
operazione compiuta è possibile risalire all’etnia d’origine.
Per
queste popolazioni è importante definire i propri confini, anche se con un
marchio impresso in maniera dolorosa sul corpo, per una questione di
riconoscimenti sociali e per segnalare attraverso un linguaggio corporeo la
situazione della bambina che da quel momento in avanti potrà entrare a pieno
titolo nel gruppo dei pari, sfoggiando orgogliosa la caratteristica distintiva,
pronta ad entrare nel sistema del baratto che la vedrà protagonista
Questo
richiamo all’ordine sociale muto potrebbe anche essere considerato come un
atto di istituzione dal carattere solenne e straordinario, che miri ad
instaurare nella collettività una separazione sacralizzante, basata sulla
differenziazione estetica (Bourdieu, 1998).
La
mutilazione è un segno di appartenenza ma anche di subordinazione, vincola gli
individui ad un’identità collettiva ma contemporaneamente essi diventano
oggetto di una strategia di disciplinamento secondo schemi comportamentali
radicalmente diversi tra i due sessi.
Le
cicatrici, i frequenti dolori e problemi che le operazioni ai genitali provocano
svolgono un ruolo importante nel conservare la memoria silenziosa di un gruppo
sociale.
Ma
non basta celare il significato e la causa delle mutilazioni dietro una semplice
questione di appartenenza, poiché esse traggono senso da “un complesso
sistema di strategie matrimoniali[5], fondate sul prezzo della
sposa, che hanno come corollario alcuni tratti fissi che si implicano a vicenda,
quali il matrimonio combinato, l’età prematura della sposa e la poligamia, a
cui si accompagnano una serie di tratti secondari che variano da un’etnia
all’altra, quali il matrimonio per ratto, l’età avanzata dello sposo,
alcuni tabù alimentari durante la gravidanza e il puerperio, alcune regole di
purità ed alcune pratiche sessuali come il gishiri”.
In
Africa le mutilazioni genitali sono fondamentali nel matrimonio, esse regolano
la gestione delle risorse e gli scambi sociali.
Ma
il vero significato della ricchezza della sposa o del prezzo della sposa non è
quello di uno scambio commerciale, ma quello di un dono che lo sposo, o meglio
la sua famiglia, cede alla famiglia della donna, in cambio della sua fertilità,
in questo contesto non viene ceduta la donna, ma i suoi diritti.
Fertilità,
però, nasconde dietro di sé un altro concetto: purezza, verginità. A questo
proposito le mutilazioni dei genitali devono salvaguardare la castità delle
donne e secondo alcune credenze popolari accentuarne la fertilità.
Si
capisce ora come il prezzo della sposa è teso a comprare non una donna
qualsiasi ma una illibata, “ben chiusa”, o ben escissa, per scongiurare ogni
desiderio sessuale femminile pre e post-matrimoniale.
Il
prezzo della sposa per molte famiglie costituisce la trattazione economica più
importante della vita e nelle famiglie con figli maschi da sposare esso
costituirà il compenso da donare per avere in cambio un’altra vergine
illibata.
Gioco di ruoli e status nel
gruppo dei pari
Il
significato di persona lo si può far risalire al concetto che gli antichi
latini abbinavano, cioè quello di maschera, stante ad indicare le diverse
personalità che ciascuno di noi può assumere, cosiccome quello di ruolo viene
fatto derivare dalla parola latina rotulus, termine che è proprio del teatro;
ognuno nella vita può assumere ruoli diversi, adottando personalità diverse, o
meglio sviluppando caratteristiche personali differenti in relazione al logos
nel quale si viene a trovare.
Molti
studiosi hanno paragonato la vita ad un dramma nel quale ognuno gioca la propria
parte, ma sempre con riferimenti a settori specifici, come ad esempio la vita
familiare, dove esistono più parti previste e già assegnate, norme accettate e
modelli di comportamento tali per cui allontanarsi da essi significherebbe
incorrere nel biasimo degli altri.
Il
ruolo può essere interpretato come maschera più o meno volontariamente assunta
o autoimposta; consapevoli i sociologi che il ruolo costituisce una categoria
fondamentale per l’analisi sociale, esso però può assumere diverse forme,
poiché può essere più o meno prescrittivo, essere subito passivamente o
perseguito passivamente, inoltre, capita che un individuo non sia libero di
agire all’interno di un ruolo ed uscirne alle volte può rappresentare un
problema.
Dalla
parte delle bambine di Elena Gianini Belotti (1973) affronta l’influenza che i
condizionamenti sociali hanno nella formazione del ruolo femminile, giungendo a
coniare il termine forte di castrazione psicologica; il processo di
interiorizzazione del ruolo non è sempre indolore, perché alle volte implica
repressione di energie, di istinti e di autorealizzazione.
Credo
sia possibile interpretare il complesso sistema delle mutilazioni genitali
femminili come un fondamentale problema di ruoli rigidamente fissati, dove la
sfera maschile si aspetta che quella femminile si comporti sempre in una certa
maniera e viceversa, reprimendo la libera iniziativa, ma soprattutto soffocando
nelle bambine ansie e angosce che sono proprie del mondo degli adulti, così
esse devono tacitamente e incondizionatamente accettare di subire modifiche del
proprio corpo, seguire delle prescrizioni alimentari e comportamentali precise,
reprimere il dolore dentro se stesse durante la carneficina, essere domate con
la forza per evitare di distribuire vergogna e disonore su se stesse e la
propria famiglia, continuare a subire dolori e incorrere in gravi malattie anche
dopo l’operazione, soffrire per tutta la vita durante i rapporti sessuali e
rischiare la vita al momento del concepimento di ogni figlio.
La
coppia ruolo-status introduce e fissa i comportamenti individuali e la
prevedibilità nelle risposte comportamentali, per i trasgressori, pena
l’esclusione sociale.
Ciò
significa che la società sostanzia e garantisce i ruoli, ma ad essa è affidato
anche il compito di applicare sanzioni; in questo caso la struttura di
riferimento è data dalla società organizzata in gruppi: i gruppi di
riferimento o il gruppo dei pari.
Inevitabilmente
la teoria sopramenzionata appartiene a tutti i gruppi che hanno un raggio
d’azione limitato e che ricevono pochi stimoli dall’esterno, per una
prospettiva di cambiamento, ciò significa che i comportamenti che gli altri
soggetti del gruppo tengono sono da imitare, perché considerati giusti, forse
gli unici termini di paragone e per sentirsi simili, onde evitare atteggiamenti
di auto estraniazione o di allontanamento sociale derivante da una percezione
del gruppo.
Il
ruolo, per quanto riguarda la posizione delle donne nell’ambito microsociale,
lo status, riferito agli uomini che occupano una posizione di prestigio
avvalorata da forte potere decisionale, le aspettative di ruolo e di status,
intese come l’aspettativa di azione e interazione, il gruppo dei pari, sul
quale gioca il perenne confronto tra donna e donna, tra uomo e uomo e
soprattutto tra famiglia e famiglia, sono elementi sociologici essenziali, utili
per designare nello studio delle mutilazioni genitali un filo conduttore, volto
a districarsi tra i tanti elementi, gli usi e i costumi, che regnano
protagonisti, col fine di individuare le varie componenti rilevanti alla
realizzazione contigua di queste pratiche.
Cambiamenti in corso d’opera in Africa
Sin
dagli anni Ottanta in alcune zone dell’Africa esistono esperienze
alternative all’escissione e all’infibulazione.
Nelle
grandi città della Somalia le donne di alcuni ceti sociali elaborano strategie
per non sottoporre le proprie figlie e nipoti alla mutilazione genitale. Qui
organizzano feste post-circoncisione
in modo da far credere all’ambiente circostante di aver fatto operare le
bambine.
Ultimamente
in Somalia sono in atto diverse esperienze empiriche:
·
Merka (regione del Basso Scebelli): è stata avviata da un gruppo di
donne un’iniziativa di eradicazione della pratica. L’iniziativa utilizza due
team, che operano in sequenza cronologica. Per primo interviene il team
religioso che sensibilizza le famiglie del villaggio bersaglio, chiarendo
l‘equivoco religioso che esiste a proposito. Dopodichè si organizza una festa
di circoncisione collettiva e interviene il team sanitario che gratuitamente espleta una circoncisione del I°
tipo, con puntura clitoridea e fuoriuscita di poche gocce di sangue. La gratuità
dell’operazione è appositamente voluta, è un modo per combattere le
motivazioni economiche, una delle cause che favoriscono il perpetuarsi della
pratica.
·
Kisimayo (regione del Basso Juba): un’associazione di donne porta
avanti strategie per il rispetto dei diritti umani, tra le priorità include l’istruzione,
l’integrità del corpo della donna e la salute della donna.
·
Erigano (regione del Sanag): ad opera di gruppi e associazioni di donne
si mettono in atto strategie per la lotta contro la pratica delle mgf; si
apprezzano i primi risultati: le bambine vengono lasciate intatte o soltanto
circoncise (la clitoride viene simbolicamente
punta).
In
Kenya:
Ÿ
Distretto di Meru: si organizzano momenti di formazione rivolti a coppie
madri/figlie. Si organizzano cerimonie collettive dove le ragazze ricevono il
libro della saggezza, preparato dagli stessi genitori. Sono state prodotte
delle soap opera sul tema specifico e
si organizzano visioni collettive di questo materiale. Gli uomini grazie a
questo materiale e alle campagne per l’eradicazione consigliano fermamente di
non attuarla.
In
Uganda:
dal
1995 funziona un progetto per l’eliminazione delle mgf, il progetto coinvolge
gli anziani e i capi comunità. Questi anziani organizzano cerimonie
alternative per fasce di età e con delle simboliche offerte di doni.
In
Gambia:
l’associazione
per la promozione delle ragazze e il progresso delle donne, da un paio di anni
organizza cerimonie d’iniziazione
alternative senza taglio.
In
Mali:
un
gruppo locale ha sostituito l’asportazione della clitoride con un gesto
simbolico: il taglio del pallone di banano.
Il
percorso della presa di coscienza è lungo e sofferto, giacché coinvolge quel
cambiamento nel ruolo tradizionale attribuito all’uomo e alla donna nella
società e nella famiglia.
Da vittime a protagoniste a testimoni
Quasi
tutte le donne da me intervistate presentano una caratteristica comune: l’aver
vissuto nell’arco della propria vita lo stato di vittime, di protagoniste e di
testimoni.
Il
concetto di vittimismo si riferisce al periodo della vita (momento
dell’intervento e sofferenze derivanti da esso) che le ha viste coinvolte,
spesso contro la propria volontà o con l’inganno, nel rito della mutilazione
dei propri genitali.
Il
concetto di protagonismo rileva i cerimoniali, tipici di alcune tribù e
villaggi, che festeggiano le bambine infibulate, ponendole al centro
dell’attenzione, tanto da farle sentire protagoniste del momento.
La
testimonianza, invece, delinea il pensiero attuale delle donne intervistate e la
concezione negativa che hanno della mutilazione dei genitali femminili, tanto da
essere tra le principali sostenitrici della lotta per l’abolizione della
pratica. Esse sono testimoni di momenti traumatici e dolorosi, è per questo che
si battono allo scopo di porre termine alle mutilazioni.
La
maggior parte di loro ha subito l’intervento in casa con strumenti non
disinfettati, ha ricevuto punti di sutura anomali, poiché “è stata cucita”
con pinzette o spine.
Z.
è stata operata in casa dalla moglie del barbiere, parla di un dolore
fortissimo e della perdita di molto sangue. La sua è stata un’operazione di
gruppo: “andammo io e altre due bambine, […] io lo sapevo che mi dovevano
fare perché pure alle mie sorelle lo facevano e io ero contenta che pure a me
lo facevano”. Racconta gli atroci dolori post intervento, le era impossibile
dormire, magiare e urinare. “E allora io piangevo in silenzio”: la
molteplicità delle sofferenze alle quali le bambine sono sottoposte termina in
un pianto, che deve essere obbligatoriamente silente, per dare dimostrazione del
proprio coraggio, del proprio self-control e della forza morale. Bastava poco a
Z. per essere felice in quei momenti: “ma poi venivano le mie sorelle da me a
farmi compagnia e io ero contenta”. Tra le diverse umiliazioni che ha dovuto
sopportare, Z. menziona il momento in cui: “mia madre disse adesso ti
controllo il buco, che se è grande dobbiamo rifare tutto”.
Il
racconto di Z., e di tutte le altre donne che ho intervistato, si svolge sempre
osservando alcune tappe: il rito della mutilazione genitale femminile è
scandito da precise azioni, cerimoniali, modi di reagire, processo di
riabilitazione. Ci sono dei tempi da rispettare e determinati comportamenti da
assumere durante l’intero svolgimento della pratica. E’ possibile
rintracciare nel rito della mutilazione sessuale un ritmo biologico del rito
stesso. La sorte di S. è stata differente rispetto a quella di Z., infatti ha
potuto usufruire di alcuni calmanti che il padre le
somministrava per attutire il dolore. Il dolore è stato quasi
inesistente per F. che è stata operata in ospedale e che ricorda ben poco
dell’accaduto.
Non
sono state altrettanto fortunate le altre, che come ha raccontato M.: “ho
avuto un’infezione.. mia madre disse che gli strumenti non furono
disinfettati”. S., una giovane donna proveniente dal Benin, ha detto “io
sono stata rovinata tutta. Mi hanno fatto un disastro. Mi hanno cucito tutto e
mi hanno levato tutto. Mi hanno cucito con un filo e
poi la ferita si apriva e mi hanno messo delle pinzette. […] Io quel
giorno non me lo dimenticherò mai perché mi è stato fatto troppo del male.
Erano dolori fisici e umiliazione. Guardavo questa donna che tagliava senza
fermarsi, cuciva ed era soddisfatta del suo lavoro”. C’è poi tra loro chi
ritiene che non sia il caso di parlare della propria
mutilazione perché riguarda la vita privata, mentre chi, come A. non
ricorda dolore, perché la soddisfazione e la gioia di essere stata mutilata e
quindi di essere come le altre le ha fatto dimenticare i momenti cattivi per
lasciare spazio ad un piacevole ricordo che “la faceva sentire grande ed
importante”.
Alcune
di loro sono state festeggiate ed hanno ricevuto dei regali, come vuole la
tradizione, altre hanno visto scorrere il momento in maniera silenziosa, hanno
sotterrato il ricordo dentro se stesse e lo hanno
etichettato come tabù, cioè come argomento di cui non si può e non si
deve parlare.
Per
Z. è stata organizzata una piccola festa, alla quale lei non poteva prendere
parte a causa delle pessime condizioni fisiche in cui versava dopo
l’intervento, “quando ho fatto la mia festa sono stata male.. mi faceva male
tutto, ma ero contenta perché avevano preparato tante cose da mangiare per me..
ma io non mi sentivo bene e non ce la facevo”. La madre di S. organizzò un
rinfresco, contro la volontà del marito, il quale non tollerava l’idea che le
figlie fossero state mutilate. S. ricevette in regalo vestiti nuovi e una
collana di perline. F. non ricevette nulla in regalo e per lei non ci furono
festicciole o rinfreschi, M. dice di non ricordare niente dell’intervento di
mutilazione, ma ha in mente, con grande piacere, l’intervento di
deinfibulazione.
Tutte
loro sono testimoni e promotrici. Testimoniano la gravità dell’intervento e
promuovono l’informazione e la sensibilizzazione affinché il rito venga
contrastato e abolito. Alcune sono più attive delle altre in questo impegno, ma
tutte, tranne R., giudicano con tono estremamente negativo la mutilazione
genitale femminile.
Mentre
Z. è a favore del rito alternativo[6],
Sirad dice che deve scomparire completamente il concetto di mutilazione. F. si
sente coinvolta in una vera e propria battaglia, dichiara che non sottoporrebbe
mai le proprie figlie all’intervento. M. disprezza le proprie origini: “io
sono una di quelle che rifiuta la sua terra, infatti non ti dirò di essere
orgogliosa di essere africana, perché non lo sono. Ho vergogna delle mie
origini. Provengo da una terra dove l’uomo controlla tutto”. M. si dichiara
favorevole al rito alternativo, perché salva quanto di tradizionale esiste nel
compimento della pratica. S. pensa che le campagne di informazione e il lavoro
di persuasione che le organizzazioni, i volontari e le stesse donne promuovono,
sono limitate se non si fornisce alla popolazione africana la possibilità di
poterle comprendere pienamente, la soluzione risiede nell’istruzione. Un
popolo istruito è capace di scegliere, di intendere e di comprendere gli
effetti che derivano dall’agire
tradizionale. Si schiera a favore del rito alternativo: “se evitano di farti a
brandelli come hanno fatto a me è buono”.
A.
dichiara di essere contro la mutilazione dei genitali delle donne, ma allo
stesso tempo afferma che se si trovasse in Eritrea sottoporrebbe le figlie
all’intervento. Le sue posizioni appaiono estreme e contraddittorie, poiché
è contraria alla proposta del rito alternativo, infatti sostiene la totale
sospensione della pratica, ma se le venisse concessa la possibilità di mutilare
le figlie lo farebbe. Infine le posizioni di R. sono contrastanti con quelle di
tutte le altre donne: sostiene la mutilazione genitale femminile ed è in
disaccordo con la proposta del rito alternativo perché: “per me va fatta
tutta l’infibulazione. La tradizione non dice di una puntura di spillo. Non mi
piace questo rito alternativo”. R. non ha mai pensato alla possibilità di
deinfibularsi perché “ci crede”. Non ha figli, ma se avesse una figlia la
sottoporrebbe all’intervento di mutilazione, portandola in Africa o cercando
una soluzione clandestina in Italia.
Non
si hanno dati certi, ma si ha ragione di sostenere che molte donne africane
facciano venire in Italia delle donne dal proprio paese di origine affinché
mutilino le proprie figlie.
La cultura di origine, il tipo
di mutilazione, il consenso
Le
notizie che ho raccolto intorno al consenso di entrambi i genitori e la cultura
familiare di provenienza sono scarse. Generalmente il livello di istruzione
delle famiglie delle donne intervistate è basso, tranne nel caso di S. La sua
situazione presenta un’anomalia sul totale del campione intervistato: la madre
è favorevole all’infibulazione, il padre è in netto disaccordo; “mio padre
non era molto favorevole. Lui proveniva da una famiglia prestigiosa e insegnava.
Aveva idee diverse rispetto a quelle comuni. Lui diceva che in altri posti le
bambine non venivano infibulate e che vivevano ugualmente, serene. Ma mia madre
era decisa, voleva sottoporci all’infibulazione, anche le nostre cugine
dovevano farlo”. L’anomalia si basa sulla presenza di un genitore istruito,
pare che abbia vissuto all’estero e che sia stato a lungo a
Roma. Purtroppo ciò non è bastato a fermare la volontà della mamma di
S., che ha deciso di sottoporre le figlie all’intervento. Un segno dissonante
si evince anche dalle dichiarazioni di F., la quale ha dichiarato di essere
stata operata in ospedale. Avanzo l’ipotesi secondo la quale più è alto il
livello culturale delle famiglie di provenienza e meno si tende a far soffrire
le bambine al momento dell’operazione. A dimostrazione di ciò esistono le
storie di S., curata dal padre con dei farmaci antidolorifici e F., operata in
ospedale.
L’azione dotata di senso
Ha
scritto uno dei maestri della sociologia: “La sociologia deve designare una
scienza la quale si propone di intendere in virtù di un procedimento
interpretativo, l’agire sociale, e quindi di spiegarlo causalmente nel suo
corso e nei suoi effetti. Inoltre, per agire si deve intendere un atteggiamento
umano, se e in quanto l’individuo che agisce o gli individui che agiscono
congiungono ad esso un senso soggettivo. Per agire sociale si deve però
intendere un agire che sia riferito all’atteggiamento di altri individui, e
orientato nel suo corso in base a questo” (Weber, 1968).
Quindi
l’azione è tale solo in quanto dotata di senso e muove da una motivazione
individuale. L’azione sociale si ha quando tale motivazione è diretta verso
altri soggetti individuali. Secondo Weber il senso può essere attribuito o ad
un singolo soggetto agente o ad un soggetto agente inteso come gruppo o media di
soggetti agenti o come tipo ideale di un soggetto agente. Inoltre Weber scrive:
“l’agire sociale (comprendendo il tralasciare o il subire) può essere
orientato in vista dell’atteggiamento passato, presente, o previsto come
futuro di altri individui” (Weber, 1968). Sempre esaminando l’agire sociale,
l’autore elabora i famosissimi quattro fondamenti determinanti dell’agire
sociale:
·
In modo razionale rispetto allo scopo
·
In modo razionale rispetto al valore
·
affettivamente
·
tradizionalmente
Weber
affronta poi il problema della relazione sociale asserendo che con tale
espressione si deve intendere un comportamento di più individui instaurato
reciprocamente secondo il suo contenuto di senso e orientato in conformità.
Alla
domanda: per quale motivo secondo lei si pratica la mutilazione genitale
femminile? Cinque di loro hanno portato come spiegazione il ruolo che la
tradizione svolge nelle proprie comunità, si tratta cioè di un agire sociale
mosso da un’abitudine acquisita. R. ha affermato: “è una tradizione, io
credo alle tradizioni”. S. ha risposto: “ io penso che è la tradizione, è
un modo per essere diversi, per appartenere ad un gruppo”. Z. suggerisce un
modo di considerare la mutilazione genitale femminile come un agire sociale
razionale rispetto al valore, infatti risponde alla stessa domanda dicendo che
il fine che dà vita alla pratica è la religione, anche se ha
attualmente seri ripensamenti circa tale giustificazione: “mia madre
diceva che il Profeta si arrabbiava se non lo facevamo, e io non volevo perché
poi succedono le cose brutte. Ma poi quando sono venuta in Italia ho scoperto
che non è vero. Mi hanno detto che il Profeta non lo dice.. ma io non lo so. Io
non so leggere tanto bene. Quando ero piccola non leggevo. Ma poi lo facevano
tutti e allora io pensavo che era vero”. Le parole di Z. sono la testimonianza
che molte volte il rito non viene praticato perché sentito come una necessità
sociale o religiosa, esso diventa il risultato di un processo di imitazione
sociale.
“Perché
lo fanno tutti. Per non sentirsi diversi. Perché se sei diversa sono problemi.
Ti escludono. I genitori ci fanno l’operazione per farci vivere integrate
nella nostra comunità”. La risposta di F., potrebbe classificarsi come un
tipo di agire sociale affettivo: i genitori provvedono ad infibulare la propria
figlia affinché possa integrarsi serenamente nella comunità di appartenenza,
in questo modo sarà socialmente accettata e godrà dei privilegi sociali
riconosciuti dal proprio gruppo. Il consenso dei genitori a legittimare la
pratica, quindi, potrebbe anche essere interpretato come un gesto di affetto che
essi dimostrano nei confronti della bambina.
Infine,
la mutilazione dei genitali femminili viene concepita da S. come la possibilità
di trovare marito più facilmente ed
essere rispettata. Dei quattro tipi di agire sociale dotati di senso, quello
proposto da S., potrebbe
corrispondere all’agire sociale razionale rispetto allo scopo.
“L’Occidente”
Considerata
l’odierna situazione mondiale è fuori dubbio che sussistano differenze
economiche, politiche e sociali, tra le diverse società.
Dalle
interviste rilasciate sono emerse diverse carenze di cui l’Italia, come paese
occidentale, è colpevole.
Alle
origini di questo conflitto c’è da evidenziare la differenza che sussiste tra
un’area economicamente sviluppata, quale può apparire il binomio
Italia/Occidente, e una meno sviluppato quale è l’Africa.
Come
aveva già fatto notare Ferdinand Tonnies, esiste una radicale linea di
separazione tra la Gemeinschaft (comunità) e la Gesellschaft
(società). La comunità è una realtà naturale, vi si partecipa
immedesimandosi completamente in essa, si è coinvolti emotivamente in modo
istintivo. Tra i membri della comunità vi è un’intima conoscenza e
un’intima simpatia. Nella società, contrariamente a quanto avviene nella
comunità, gli individui sono uniti contrattualmente, in essa vigono
l’individualismo e l’egoismo. Gli individui stanno gli uni contro gli altri,
cercando ognuno la propria convenienza. Il rapporto economico è fondato sul
profitto che si può ricevere dallo scambio, gli individui non si preoccupano
dell’utilità dei beni in quanto tali, ma del valore di scambio.
A.
si presenta e subito precisa che in Italia “si trova bene”, prosegue e dice:
“anche se in questo periodo mi sento una povera donna depressa e mutilata”.
A. ha vissuto serenamente gli anni trascorsi in Italia, ma dal mese di gennaio
di questo stesso anno, quando cioè è scoppiata la tempesta mediatica circa la
proposta del rito alternativo, si sente costantemente osservata. Uno spunto di
riflessione viene offerto dalla distinzione, precedentemente menzionata, tra
comunità e società. Quello che A. rimprovera alla stampa e ai servizi di
informazione è la poca cura nel trattare e diffondere le notizie. Mossi da
individualismo ed egoismo, quello che conta è lo scambio in sè, si trascura di
affrontare con discrezione notizie “esplosive” dal punto di vista
giornalistico, ma delicate e intime per coloro che vivono quotidianamente il
problema. A. si sente doppiamente umiliata quando anche la sua datrice di
lavoro, con la quale non ha mai condiviso alcuna confidenza, si interessa
all’argomento e cerca di investigare nell’intimità di A.
A
metà intervista A, seriamente provata, rimprovera agli occidentali il ruolo
didattico che pretendono di ricoprire: “e poi cari occidentali io sono stanca.
Ci dicete come ci dobbiamo comportare con le nostre madri e con le nostre zie e
con i parenti e con i nostri figli. Ma noi non veniamo da voi a dire come vi
dovete comportare con vostra famiglia”. L’ennesima violazione A la subisce
quando:” le maestre delle mi figlie sono andate nel bagno con loro per
controllare se ci avevo fatto la infibulazione”. Si chiede dove sia finito il
rispetto della privacy, ma subito dopo afferma: “devo decidere di tutto sui mi
fili fino a quando si sposano. Poi decide il marito”.
A
tale proposito anche S. fa delle accuse nei confronti del modo di agire
occidentale, chiedendo di non giudicare la mutilazione genitale come una
barbarie, ma cercando di comprenderla e studiarla, soprattutto evitando di
imporre soluzioni che potrebbero sembrare efficaci. Confida nella popolazione
giovanile, la vede interessata e attiva ai problemi sociali. Z., F., M. e le
altre, in Italia vivono molto bene e sono riconoscenti ai datori di lavoro per
aver risolto la questione dei documenti, praticamente, inesistenti (Z.), al
Ministero degli Esteri per averle assegnato una borsa di studio (F.,
all’università per averle dato l’opportunità di studiare (M.). Inoltre due
di loro sono state deinfibulate nel nostro paese, adesso hanno meno problemi
fisici e una vita sessuale meno dolorosa.
Quindi…
La
soluzione del problema esiste, ed è un sistema politico democratico. Tuttavia,
la vittoria della democrazia è incompleta se non si accompagna ad un rinnovato
impegno nella protezione dei diritti umani. Affinché essa possa progredire, è
essenziale che i diritti umani siano intesi non solo come diritti civili e
politici, ma che comprendano anche i diritti economici, sociali e culturali.
L’estensione della democrazia ad un numero sempre maggiore di paesi impone
inoltre di ripensare le relazioni internazionali per sottrarle al dominio
dell’egoismo di stato e della
forza.
Il
concetto di democrazia prevede piena libertà di scelta e possibilità di
istruzione estesa a tutti, indipendentemente dal genere, così come dalla razza,
dalla confessione religiosa e dalle idee politiche.
Quello
che si propone è , forse, un concetto fondamentalmente idealista, attraverso
l’avanzamento di una prospettiva cosmopolitica che propone un nuovo modello di
organizzazione transnazionale, in modo da fare attenzione alle riforme di
organizzazioni intergovernative quali le Nazioni Unite e l’Unione Europea.
Un
vero e proprio cambiamento di paradigma lo si raggiungerà quando tutte le
popolazioni potranno avvalersi dei propri diritti; dopo aver assicurato
istruzione, tutela dei diritti fondamentali e soddisfazione dei beni di prima
specie. Affinché si arrivi a ciò, bisogna adottare delle misure preventive,
che fungano anche da moderatori: campagne di informazione, istruzione e
soprattutto riti e metodi alternativi. In tal modo si può prevedere una lenta
ma proficua crescita verso il rispetto del proprio corpo e dell’integrità
fisica e mentale, non sopprimendo le proprie origini, le tradizioni e i costumi.
Nel
nostro piccolo possiamo imparare ad ascoltare ed aiutare. Propongo agli
intellettuali e a coloro i quali sono attivi per l’abolizione della pratica e
che ho avuto modo di conoscere, di ascoltare, non solo le donne che sono
coinvolte e che hanno subito l’intervento, ma di prestare attenzione al lavoro
e al punto di vista di tutti coloro che sono nel settore, in modo tale da
collaborare, proporre, cercare il dialogo, per una crescita fruttuosa e per
evitare manipolazioni mediatiche, che spesso risultano deleterie per le donne
mutilate e per l’impegno stesso che tanti scrittori, antropologi, giornalisti,
assistenti sociali, psicologi, psichiatri, ginecologi, svolgono.
Sfortunatamente
ho riscontrato tra alcuni di loro, inizialmente dichiaratisi disponibili ed
entusiasti a fornire informazioni, poca flessibilità e
poca permeabilità.
Credo
che l’ascolto e il reclutamento di idee, dati nuovi e stimoli diversi dai
propri sia fondamentale per un buon lavoro interdisciplinare, come quello che la
questione della mutilazione ai genitali femminili delle donne richiede (infatti
chiama in causa il parere di medici, antropologi, giuristi, filosofi etici,
religiosi, sociologi, psicologici).
La
tutela dei diritti delle persone, in particolare di quelle più deboli e
discriminate come le donne è un compito troppo importante, urgente e difficile
perché possa essere monopolizzato da un’unica prospettiva.
[1]
(Sudan, Nigeria, Costa d’Avorio, Uganda, Mali, Benin, Burkina Faso,
Egitto, Etiopia, Eritrea, Somalia, Gibuti).
[2]
(Tailandia e Malesia).
[3]
(Europa, Usa e Canada).
[4]
L’importanza
di uno studio integrato tra sociologia, psicologia e fisiologia, appare già
nel 1935, con Marcel Mauss, in “Le
tecniche del corpo”.
[5]
I matrimoni forzati costituiscono una forma di maltrattamento, poiché
violano il pieno e libero consenso delle parti coinvolte, creano il contesto
per il consumo del rapporto sessuale senza
consenso. Spesso le ragazze vengono fatte sposare all’età di 10-11
anni, e tali matrimoni prematuri espongono giovani ragazze, spesso nell’età
della pubertà, a relazioni sessuali senza il loro consenso e ciò implica
la violazione dei diritti del fanciullo, Amnesty International, Corpi violati menti spezzate, atti della conferenza, Firenze 22
marzo 2001.
[6]
“La pratica simbolica e alternativa consiste
in una puntura di ago sottile
(puntura di spillo) sulla mucosa esterna che ricopre il clitoride dopo anestesia
locale con specifica crema anestetica. L’obiettivo
è quello di dare la possibilità alle bambine delle famiglie più
tradizionali di evitare un danno
maggiore, o meglio, di azzerarlo
e di vivere protette e rispettate sia nella famiglia d’origine che nella
società in cui vivono. Hanno il loro rito
validato dal riconoscimento delle figure importanti della
comunità (anziani/e, uomini, religiosi) ma senza la sofferenza e la
mutilazione”.(Lucrezia Catania e Abdulcadir Omar Hussen, del Centro di
Riferimento Regionale Per la Cura e la Prevenzione delle Complicanze delle
Mutilazioni Genitali Femminili, ospedale di Careggi, Firenze). |
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