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Intervista a Naomi Klein
"Abbiamo diritto a resistere"

Marcelo Expósito. Culturas, giornale La Vanguardia, Barcellona,
mercoledi 9 aprile 2003.


ME: Il film, come i suoi testi recenti, sembra prestare attenzione alla proliferazione di alternative e alla decentralizzazione delle modalità di opposizione al capitalismo.

NK: Il titolo "Fire the Experts" ("Licenziate gli esperti") fa da eco allo slogan "¡que se vayan todos!" ("Se ne vadano tutti!"). Molta gente in questo paese ha creduto nell'efficacia del lavoro di esperti che adesso sono stati screditati. Nonostante sia realizzato in prossimità della campagna presidenziale, non sarà un classico film sulle elezioni, ma piuttosto parlerà della democrazia, da vari punti di vista. Abbiamo la visione classica della democrazia rappresentativa, e a un altro livello la presenza del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che ha avuto colloqui con i vari candidati per assicurarsi che nessuno cambi sostanzialmente la politica economica del paese. Come contrasto vogliamo mostrare i movimenti che, senza aspettare messianicamente un
salvatore, costruiscono vie alternative giorno per giorno. Abbiamo parlato con i piqueteros degli MTD (Movimenti dei Lavoratori Disoccupati) per sapere cosa fanno per ridurre la loro dipendenza da un "falso Stato" che non è più in grado di farsi carico di necessità sociali basilari. Il mercato mondializzato ne ha già creati diversi di questi "falsi Stati", le cui condizioni di crisi favoriscono l'emergere di fondamentalismi religiosi o del fascismo. In Argentina al contrario sorgono invece risposte che hanno una base popolare: nei quartieri dove la gente crea microimprese o mense, e anche, su scala più ampia, nelle fabbriche che gli operai hanno occupato per continuare a farle funzionare. In questo paese come in altre parti del mondo si è verificato un processo di deindustrializzazione per cui le fabbriche semplicemente chiusero quando il capitale si spostò in altri luoghi con
condizioni economiche più favorevoli. L'immagine delle fabbriche chiuse e della fuga dei capitali in un mercato globale in cui i lavoratori non hanno nessun potere è il miglior simbolo di quello che non funziona nella globalizzazione economica. Però qui gli operai in molti casi hanno deciso non di interrompere, ma di autogestire la produzione. Di questo parla il film: dello spirito di autonomia sociale, in contrasto con i politici che arrivano e si propongono come salvatori delle masse, e con il FMI che aleggia su tutto.

ME: Intendete evidenziare un qualche tipo di connessione fra i movimenti popolari in Argentina e il movimento globale?

NK: In effetti crediamo che molti dei temi che hanno provocato le nostre proteste nel movimento globale qui si sono state particolarmente intense. E anche molte delle alternative che abbiamo abbozzato in certi momenti di convergenza (centri sociali occupati, contro-conferenze, varie forme di azione diretta...) qui sono in atto in tutto il paese.
Vogliamo mostrare tutto ciò in una situazione specifica, senza analisi generalizzate, che in questo momento mi sembrano poco utili.

ME: Qual è il senso di estendere la disobbedienza sociale, come per esempio le "bombe di pace" che lei ha proposto di "lanciare" in tutto il mondo per bloccare la guerra contro l'Iraq?

NK: E' qualcosa che sta già succedendo. Guarda in Italia il blocco dei treni che trasportano equipaggiamenti militari per la guerra. Pensa allo smantellamento di un aereo militare in Irlanda, o il rifiuto di caricare le navi in molti porti. Si tratta di un aspetto della nostra idea di globalizzazione: circondare e fare pressione da tutte le
direzioni. Pressione reale, non solo simbolica. In questo momento questa idea trova un appoggio massiccio perché l'attuale movimento contro la guerra ha molto a che vedere con la crisi della democrazia.

ME: Come possiamo rendere legittima l'idea di una forma reale, non simbolica, di disobbedienza su larga scala nello scenario di "criminalizzazione della dissidenza" aperto, secondo "Recinti e finestre", dopo l'11 settembre?

NK: Credo che oggi abbiamo un'opportunità senza precedenti perché l'opinione pubblica in paesi come la Spagna, l'Italia o il Regno Unito è preoccupata e si oppone alle iniziative dei propri governi. Si può dire tranquillamente: benissimo, abbiamo espresso la nostra opinione, abbiamo riempito le strade e tutto questo non cambia nulla. Chiaramente bisogna fare qualcosa di più, azioni più elaborate. Il Movimento dei Disobbedienti in Italia ha elaborato un tipo di "difesa aggressiva", per niente passiva: la sua resistenza è effettiva. Ma mai violenta.
Voglio essere precisa su questo punto delicato: dopo l'11-S, penso che non sia più fattibile appoggiare qualunque tipo di resistenza. Solo se facciamo in modo che sia ben chiaro che siamo per le tattiche che rispettano le vite umane e che non considerano le persone come "danni collaterali", saremo in grado di far crescere la legittimità di un tipo di azioni più efficaci. Non possiamo permetterci di lasciare ai nostri
avversari la possibilità di confondere facilmente la differenza fra forme di opposizione legittima e altre che non lo sono. Però l'altro aspetto che mi preoccupa è il solipsismo del "pacifismo debole". Per tutto lo scorso anno ho osservato in America Latina le lotte dei contadini in Bolivia, dei piqueteros in Argentina... Il loro messaggio non è "pace", ma piuttosto: "c'è una guerra già in atto", che colpisce il lavoro delle persone, la loro vita quotidiana. E hanno diritto a resistere. C'è bisogno di progredire nelle tattiche di lotta per la giustizia sociale, e farlo con attenzione: perché nello stesso momento
in cui ci scontriamo contro la logica della guerra, dobbiamo anche proteggere il nostro stesso diritto a combattere.

Trad. ital.: Vanni Brusadin.

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