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Amina Lawal (1973) , originaria della Nigeria, fu condannata nel febbraio 2002 alla lapidazione, colpevole di "adulterio". A seguito di una imponente mobilitazione dei mass media di tutto il mondo, il caso fu riportato su tutti i principali telegiornali, quotidiani e siti Web.
I numerosi appelli che seguirono questa campagna di sensibilizzazione, portarono all'assoluzione della donna il 25 settembre 2003.

A 2 anni di distanza, la situazione della donna continua ad essere drammatica: salvata dalla lapidazione, sono oggi l'indifferenza, la povertà e la fame, a mettere a repentaglio la vita della 34enne.

 

 

 

DAL SITO DI AMNESTY INTERNATIONAL

Nigeria: Appello in favore di Amina Lawal, Ahmadu Ibrahim, Fatima Usman e Mallam Ado Baranda

 

Amnesty International è estremamente preoccupata per la decisione della corte d'appello della sharia di Funtua, nello stato nigeriano di Katsina, di confermare la condanna a morte per lapidazione per Amina Lawal, la giovane donna che avrebbe avuto un figlio al di fuori del matrimonio.

Questa decisione è incompatibile con la costituzione nigeriana, con gli impegni internazionali per la difesa dei diritti umani firmati dalla Nigeria stessa e con la Carta africana dei diritti umani e dei popoli. La pratica della condanna a morte per lapidazione è una delle peggiori forme di punizione ed è proibita dal Patto internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura.

Oltre ad Amina, altre 3 persone, Ahmadu Ibrahim, Fatima Usman e Mallam Ado Baranda sono stati condannati a morte per lapidazione. L'esecuzione della condanna potrebbe essere eseguita in qualsiasi momento. Tutto questo, nonostante le proteste internazionali e della società civile locale nei confronti delle condanne emesse oramai regolarmente dalle corti della sharia.

Secondo le informazioni pervenute ad Amnesty International, Ahmadu Ibrahim, Fatima Usman e Mallam Ado Baranda non avrebbero avuto alcun rappresentante legale durante i loro processi.

Ahmadu Ibrahim (32 anni) e Fatima Usman (30 anni) erano stati accusati di adulterio sulla base di un rapporto di polizia presentato alla corte della sharia di New Gavu (Stato di Niger) nel maggio di questo anno. In un primo momento erano stati condannati a cinque anni di carcere e a una multa. Le autorità giudiziarie dello Stato, considerando la pena troppo mite ed irrogata secondo un "vecchio codice", hanno ordinato un nuovo processo, terminato con la condanna alla lapidazione.

Mallam Ado Baranda (54 anni) è stato condannato a morte per lapidazione a luglio, nello Stato di Jigawa, per aver stuprato una bambina di 9 anni. A quanto pare, l'uomo avrebbe confessato il suo crimine e avrebbe rifiutato di ricorrere in appello.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutte le circostanze perché è una delle massime forme di crudeltà e vìola il diritto alla vita.

Amnesty International chiede al governo nigeriano di assicurare che Amina Lawal, Ahmadu Ibrahim, Fatima Usman e Mallam Ado Baranda possano godere di tutti i propri diritti per una regolare richiesta di appello a una corte imparziale e indipendente, in accordo con gli obblighi internazionali per i diritti umani firmati dalla Nigeria tra cui l'articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici per la salvaguardia dei diritti umani delle persone condannate a morte.

Amnesty International chiede intanto al governo nigeriano di impedire le esecuzioni di Amina Lawal, Ahmandu Ibrahim, Fatima Usman e Mallam Ado Baranda.

Qualora venissero confermate in appello, Amnesty International chiederà l'annullamento delle condanne emesse nei confronti di Amina Lawal, Ahmandu Ibrahim e Fatima Usman, nonché la commutazione della condanna nei confronti di Mallam Ado Baranda in una pena minore, compatibile con gli standard internazionali in linea con le raccomandazioni delle Nazioni Unite che limitano l'imposizione della pena di morte, laddove è già prevista, ai reati intenzionali con conseguenze letali.

 

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