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Appello a sostegno delle donne di Termini Imerese in lotta contro la chiusura degli stabilimenti FIAT

Le donne di Termini e dei paesi vicini hanno manifestato per esprimere rabbia e protesta contro la chiusura degli stabilimenti Fiat.

Non si tratta soltanto di solidarietà nei confronti dei loro uomini e di preoccupazione per il futuro dei loro figli, che sono comunque sentimenti legittimi e comprensibili.

Queste donne hanno alle spalle una storia di soprusi e di dura fatica; sono figlie delle donne che hanno partecipato negli anni ‘50 all’occupazione delle terre e sono state le prime a metà degli anni ’70 ad esigere l’applicazione della legge di parità contro la Fiat che rifiutava di assumerle.

Oggi scendono in piazza per difendere la qualità della vita e la convivenza democratica di una zona della Sicilia che, è bene ricordarlo, è ad alta densità mafiosa. La scomparsa della Fiat, unica significativa realtà occupazionale della Sicilia occidentale, avrebbe, infatti, effetti devastanti sia sul piano economico che sociale.

Sono poche, una cinquantina, le lavoratrici Fiat, la maggior parte sono, non certo per scelta, disoccupate o inoccupate, di conseguenza lo stipendio del marito costituisce l’unica fonte di reddito sicuro.

Il venir meno di questa sicurezza distrugge progetti, azzera speranze, vanifica sacrifici, apre insomma il baratro dell’ansia, della precarietà, perfino della miseria. Preoccupazione e paura sono  in questi giorni leggibili sul volto di donne e uomini.

Le donne che già scontano sulla loro pelle una situazione di ritardo rispetto al resto d’Italia in termini di possibilità d’occupazione e di quantità e qualità dei servizi, non intendono ritornare indietro.

Le regole del mercato nell’epoca della globalizzazione neoliberista sono lontanissime dalle ragioni delle donne, attente per storia e per cultura alla cura dei corpi e della vita, quella concreta, quotidiana, fatta di tante piccole cose essenziali. Nessun essere umano può essere sacrificato, umiliato in nome delle tanto decantate, anche a sinistra, “magnifiche e progressive sorti” del capitalismo e del privato, i cui vantaggi ricadono su una ristretta minoranza del genere umano.

Il Presidente della regione Sicilia, On. Cuffaro, ha paragonato ad un terremoto quanto sta avvenendo. C’è tuttavia una differenza sostanziale che rende più amara tutta la vicenda. La crisi della Fiat non è una fatalità che sfugge alla possibilità di controllo ed intervento umano. Al contrario è il risultato di scelte politiche ed economiche miopi e sbagliate di cui sono responsabili le classi dirigenti del nostro paese. Le conseguenze le piangeranno in “lacrime e sangue” soltanto i lavoratori, le lavoratrici, le loro famiglie. Non ne risentirà il tenore di vita della famiglia Agnelli, né dei grossi manager con prebende da capogiro, né dei ministri né di tutti gli altri che avrebbero dovuto prevedere e programmare in tempo una via d’uscita e una ripresa, invece di erogare, senza alcuna contropartita, migliaia di miliardi su miliardi al nostro falso gioiello nazionale.

Oggi l’emergenza rende più difficile trovare una soluzione adeguata. Ma siccome gli esseri umani, al di là dei sogni propagandati, devono nutrirsi, avere una casa, studiare, curarsi se sono ammalati, almeno in un paese che si dice civile, non si può rinviare. Il rischio è che nella regione del 61 a 0 (tutti i collegi sono andati nelle ultime elezioni politiche al Polo delle libertà) si diano risposte assistenziali e clientelari, tese a dividere ed indebolire i lavoratori, rendendoli ricattabili ed emarginando i più scomodi.

Contrastiamo questa tendenza e sosteniamo la lotta delle donne e degli uomini di Termini, che sentiamo come nostra. Vogliamo incontrarci e discutere con loro una seria e possibile via d’uscita, tra cui la proposta di Rifondazione Comunista della nazionalizzazione, per rilanciare anche attraverso consistenti investimenti nella ricerca e nella innovazione, un settore che può ulteriormente espandersi.

E’ in gioco la loro vita ma anche la civiltà ed il futuro del nostro Paese.

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