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Sabato 4 dicembre 2004, a Firenze, il Comitato Toscano PERLA – Comitato per la cancellazione della legge sulla procreazione assistita, in cui convergono numerose donne di associazioni, partiti, reti – ha promosso un incontro per rilanciare un coordinamento nazionale in vista dell’azione referendaria, per la quale si avrà entro il 10 gennaio il pronunciamento della Corte costituzionale. Il programma della giornata, cui molte sono state chiamate ad intervenire, aveva un duplice obiettivo: tracciare i contorni di un progetto di azione comune prima e dopo l’eventuale referendum; esplicitare gli aspetti di un tema complesso (il procreare attraverso la tecnica) e del conflitto tra concezioni diverse circa il rapporto tra Stato ed etica, il rapporto tra legge e responsabilità individuale, quello tra i sessi in merito al processo procreativo. L’obiettivo è stato raggiunto. Sono emerse linee di continuità tra gli interventi: il sostegno al referendum abrogativo piuttosto che ai parziali (e la presa di distanza dai referendum parziali). La definizione di laicità come spazio che garantisce la co-esistenza di posizioni etiche diverse, l’opporsi rispetto ad una concezione politica che tenta di mediare tra differenze etiche.. Il limite della legge a fronte della libertà di scelta individuale in tema di procreazione (quindi no al fatto che le legge selezioni i soggetti idonei ad accedere alle tecniche, vincolando tale accesso all’esistenza della coppia eterosessuale). La salute della donna come asse portante di regolamenti per i Centri. La necessità di ribadire la centralità della mediazione femminile nel processo procreativo, accanto alla necessità di elaborare collettivamente un nuovo ordine simbolico, ragionando sugli scenari inquietanti posti in essere dai cambiamenti della tecnica, che relativizza appunto la centralità del corpo femminile nella procreazione. Segue un resoconto degli interventi al convegno, che si chiude con la decisione di riconvocarsi a fine gennaio, quando si avrà l’esito della Corte Costituzionale. Si sollecita l’allargamento della rete attraverso la promozione di comitati Perla in altre città. Marisa Nicchi (Comitato PERLA). Il referendum ha saltato la riflessione delle donne e la scelta di presentare i quattro quesiti parziali non era scaturita da quel dibattito largo e sociale che noi auspicavamo. E’ necessario recuperare chiarezza. Al Comitato preme che siano abrogate tutte le norme della legge, quindi è preferibile l’abrogativo: i parziali modificherebbero la legge ma non le sue contraddizioni - di fondo quella che seleziona i soggetti considerati idonei ad accedere alle tecniche. L’impegno è chiarire la nostra contrarietà all’impianto della legge e sostenere tutte le iniziative che vanno in questa direzione, di favorire la regolamentazione sanitaria, sostenere che le responsabilità sono liberamente assunte, che la mediazione femminile nella procreazione è imprescindibile, che tale imprescindibilità significa anche un critica rispetto alle tecniche stesse. Creare una convergenza politica tra associazionismo, movimenti delle donne, schieramento politico e referendario, nell’obiettivo di azzerare la legge, senza annullare le differenze. Grazia Zuffa ringrazia per aver raccolto l’invito a discutere in una sede di donne, contenuto nell’articolo scritto insieme a Boccia, pubblicato sul Manifesto di …). Bisogna assumere come perno la responsabilità femminile nella procreazione. Da questo discendono le linee guida per una legge d’iniziativa popolare e la valutazione degli strumenti da mettere in campo, che devono essere articolati in una pluralità, perché questi ragionamenti entrino nel senso comune. Il nostro problema centrale è il limite della legge e la distinzione tra etica e legge. La legge deve dare solo norme sanitarie e non indicare chi è o non è abilitato a procreare. Gli aspetti più aberranti della legge attuale dipendono proprio dall’aver normato questo aspetto. I limiti del referendum sono nella semplificazione che si fa del problema, ma la raccolta di firme è un fatto politico e ha un peso nella valutazione degli strumenti. E’ interessante che siano state raccolte più firme sull’abrogativo, perché questo esprime un orientamento. La parzialità degli altri quesiti contribuisce alla confusione. Come andare avanti sul referendum? No alle manovre anti-referendarie, quindi NO a proposte di legge alternative che lo precedano. Evitare la retorica referendaria per la quale ci sarebbe la vox populi contro il palazzo. Piuttosto, il referendum è da considerarsi un impegno, un passaggio di mano alla società civile, dunque la gestione politica di questo strumento non può essere ristretta ma allargata. E’ argomento dirimente il fatto che non esista una base di appoggio parlamentare. La proposta di Amato, su cui Flamigni ha preso posizione favorevole, è che su questi temi si confrontino una visione laica ed una cattolica, tra le quali bisogna trovare un punto di incontro. Amato vuole dimostrarci come da laico venga incontro ai valori dei cattolici. Sosteniamo che alla base di questo ragionamento c’è un difetto di analisi politica. La questione non è trovare una mediazione tra laici e cattolici, perché la laicità è la garanzia dell’esistenza di tutte le posizioni etiche, e che le leggi non possano sostenere o l’una o l’altra. La questione è il rapporto tra libera scelta individuale e ruolo dello Stato: etica e diritto devono essere mantenuti divisi. C’è un conflitto storico sul corpo femminile, di cui la legge è sempre stato uno strumento. C’è una questione politica e storica per cui è evidente la restaurazione familista in corso, che passa anche da altre leggi: quella sulle droghe, in cui la famiglia diventa il controllore primario e in cui le terapie coattive hanno un grande rilievo; quella sull’affido congiunto, che ribadisce il controllo dello Stato sulle scelte individuali. I punti di maggior insidia nel percorso referendario sono la tendenza semplificativa, cioè rimanere schiacciate tra diritto e divieto; il venir meno del necessario approccio critico alle tecnologie, cioè la possibilità di comprendere in quale contesto emergono e le loro ambivalenze. Il rischio di ridurre il desiderio di maternità al diritto di maternità. Lo scontro ideologico tra progressismo e oscurantismo: l’esaltazione della natura contro l’artificio della scienza è un rischio qualora venga meno il discorso sulla coscienza del limite, cioè il rapporto tra libertà e responsabilità. Tale coscienza sta in un contesto di relazioni: è il discorso critico che circola nel sociale che dà misura alla responsabilità individuale e significato al limite della legge, da cui procede l’invadenza della proibizione. Altro rischio è l’astrazione della vita nascente. Nella proposta Amato c’è un passaggio inquietante, in cui la donazione di organi del figlio “premorto” (?!) e la donazione di embrioni è messa sullo stesso piano. Zuffa è colpita dalla riduzione fantastica, assolutamente disumana, in cui il vissuto dei soggetti è completamente annullato. Abbiamo detto che è il nascere da donna la relazione che ci fa umani, ed è questo l’aggancio etico. Elena Del Grosso (genetista, Rete Bologna). Dichiara: né con il papa, né con l’imperatore, bisogna denunciare che tutti i disegni di legge hanno un tentativo di normalizzazione. La legge 40 pone come dato indiscutibile un modello di riduzionismo genetico, amplificandolo, dandogli statuto di legittimità attraverso un modello di famiglia che si fonda sull’identità genetica. Proclamare il diritto del nascituro a conoscere la propria identità genetica è pericoloso per la democrazia perché rende possibile stigmatizzare il diverso sulla base del suo DNA. Attraverso il corpo femminile si fanno passare modelli ideologici. Il limite della scienza non deve passare dalla legge, ma dal fatto che la scienza sia un luogo aperto. I 4.000.000 di firme sono un fatto politico significativo, che ha rimesso in moto tante soggettitivà diverse: non se ne sono occupate solo le donne. A questo percorso partecipano anche moltissime giovani, che hanno della tecnologia e del corpo una visione diversa da quella delle donne della generazione del ‘femminismo storico’. La Rete di Bologna si è mossa con appelli alla Regione nell’esprimersi sull’eccezione di incostituzionalità. Nell’imporre al Consiglio Comunale e Regionale interventi in cui effettuare il monitoraggio sugli effetti della legge. Nel fare pressione sulle istituzioni perché i consultori diventino di nuovo luoghi di riflessione politica, spazi laici, e dunque non stipulare convenzioni con associazioni che nello statuto esprimono posizioni contro la legge sull’aborto. Rita Bernardini (Radicali, Comitato Luca Coscioni). Raccogliere la firme ha permesso di informare. Deve esserci attenzione sulle scelte della Corte, per evitare i giochetti politici, come è la proposta Amato. Si sta purtroppo verificando un vuoto di informazione: ad esempio, non si sa che la ricerca sulle cellule embrionali si fa: non su quelle italiane, ma con linee cellulari importate dall’Australia. Mauro Barni (vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica). La strada giusta è quella già indicata dal Comitato, cioè lavorare sulle linee guida dei Centri di sterilità. In altri Paesi i Parlamenti danno linee guida, non leggi. Elementi come il divieto del disconoscimento di paternità devono essere regolamentati dal Codice civile, non da leggi. Per rendere l’idea delle differenti posizioni anche entro il contesto cattolico, cita due giuristi cattolici, in contrapposizione tra loro: D’Agostino, che è arrivato a dire che “l’embrione è uno di noi” e che la legge 40 non è cattolica, ma etica. Busnelli, che dichiara che questa legge non va bene perché è una mina contro la 194, su cui è stato raggiunto un onorevole compromesso. Lo scopo di questa legge deve essere curare l’infertilità (che è una patologia), non di dichiarare se l’embrione sia o meno persona, né indicare quali persone possano accedere. Vittoria Franco (DS). I comportamenti diffusi a livello sociale esprimono la libertà e responsabilità femminile, ma è vero che siamo sotto attacco del revanscismo cattolico, come dimostrano le dichiarazioni di Buttiglione. Bisogna avviare una riflessione sul perché in Italia ci sia questa enorme difficoltà a fare una legge giusta. Nega che sia possibile una mediazione tra posizioni etiche, e sostiene la necessità di passare dal piano etico a quello politico sostenendo la strada dei referendum. Anche Elettra Deiana (PRC) parla di revanscismo. La sinistra è rifluita rispetto ai punti di rottura innescati dal movimento delle donne. Il legislatore non ha un potere assoluto, può legiferare entro il limite che gli è concesso. Per l’aborto c’era una conoscenza condivisa, mentre in questo casso c’è ignoranza diffusa o nicchie di conoscenza. Sostiene il referendum abrogativo, è contraria a proposte di legge oggi, dopo il referendum è per una legge leggerissima che indichi poche cose precise inerenti alla salute. Gianni Baldini (giurista, Cartello associazioni contro la legge). Sostiene il referendum abrogativo, e informa che nel cartello di associazioni si è formato un gruppo di lavoro che sta lavorando ad una proposta di legge, in modo tale che nel periodo successivo al referendum non si torni al panico da vuoto. Il Cartello sta promuovendo quattro azioni giudiziare, attualmente in corso, delle quali una è il ricorso al Tar contro le linee guida promulgato a luglio, le altre tre riguardano distinte coppie in cui è presente infertilità con patologie genetiche trasmissibili. Caludia Livi (Centro di Procreazione Assistita Demetra di Firenze, PERLA), descrive come all’inizio fosse contraria al referendum, come poi si sia convinta nel sostenerlo e sorpresa dal numero di persone che lo hanno firmato. Sarà fondamentale la preparazione al referendum vero e proprio. Da questo punto di vista, l’abrogativo è la strada più tranquilla, ma forse non quella politicamente più efficace. Infatti molte persone che hanno firmato temono il vuoto normativo. Paola Bartolucci (DS) Sostiene la necessità di mantenere l’ampiezza della riflessione e riconvocarsi prima della decisione della Corte costituzionale. Goniglio (Italia dei valori) racconta di come nella raccolta delle firme le persone abbiano espresso anche la propria titubanza, pur nel dichiararsi contro la legge presente, manifestando una mancanza di chiarezza circa le posizioni da assumere. Eleonora Cirant (Libera università delle donne di Milano), ragionando sul percorso fatto nei mesi precedenti a livello locale e nazionale, sottolinea la scarsa tenuta della rete tra movimenti, società civile e donne dei partiti. A Milano non è stato possibile realizzare un coordinamento, mentre ha tenuto il gruppo di auto-riflessione che ha reso possibile alle partecipanti elaborare temi e contraddizioni nel merito dei temi (riscontrati nell’intervento di Zuffa). Mentre le inziative di auto-riflessione continuano a svolgersi (l’ultima, quella del 3 dicembre a Parma), a livello nazionale si può ripartire da qui, dal sostegno al referendum e dalla proposta di elaborazione di una legge d’iniziativa popolare, solo se si è d’accordo sulla linea comune, su cui anche le parlamentari (soprattutto DS) devono esprimersi senza ambiguità: una legge leggerissima/regolamento che non definisca quali soggetti possono accedere alle tecniche (oltre all’indecidibilità della questione etica circa lo statuto dell’embrione). Piera Stefanini (Rete Bologna) non è d’accordo con l’intervento precedente circa la mancanza di collegamento tra movimenti e partiti, ricordando come la rete di Bologna abbia continuato a lavorare. Alidina Marchettini (PERLA) ringrazia per l'incontro ed espone parere positivo per l'evento, anche in riferimento alla necessità enucleata da Zuffa e Boccia che si parli dei difficili argomenti della PMA. Rilancia l’appuntamento a Firenze o altrove dopo la decisione delle due corti (il secondo entro febbraio) sui quesiti referendari. In riferimento al discorso di Franco, che sottolineava la difficoltà di mediare anche in sede parlamentare tra etica e politica, sostiene che "la laicità è il terreno di mediazione tra piano etico e piano politico". Mara Baronti (PERLA) sollecita di rivedersi a fine gennaio, dopo l’esito della Corte, possibilmente in una rete più ampia. Grazie alle donne elette nelle Regioni, è possibile un lavoro trasversale. Propone un titolo: “nascere da donna ci rende umani”. Bisogna parlare di desiderio, non di diritto alla maternità. E’ in disaccordo con Mancina che invita le donne DS a firmare il testo di Amato. Difendendo l’impianto del Comitato Perla, sollecita lo scambio tra donne fuori e dentro i partiti. Maria Luisa Boccia sostiene che il Comitato Perla ha già delineato un percorso. La prima questione attiene alla politica e alla laicità. C’è confusione tra i parlamentari su come intendere la laicità dello Stato, sul rapporto tra le etiche e la legge. Il sostenere che la questione è politica (come Franco fa) non significa che lo Stato dica cosa bisogna fare. Il/la Parlamentare deve operare secondo un principio di responsabilità che riconosce il pluralismo delle posizioni etiche, dunque deve riconoscere che in questo ambito la legge ha un limite. Bisogna esplicitare che è in corso un conflitto circa il ruolo della legge in questa materia: l’uso della tecnologia in rapporto alle scelte individuali. Siamo su un crinale in cui non sappiamo ancora cosa resterà e cosa cambierà di un ordine simbolico millenario. Rispetto a questa trasformazione simbolica e sociale la legge è solo l’ultimo atto. Prima, il cambiamento passa dalle soggettività. Dunque, devono venire a conflitto le due concezioni della legge. Quella che sosteniamo ha come asse la tutela dalla salute della donna e il contrasto al riduzionismo genetico. Non dobbiamo farci trascinare dall’idea di una legge in materia di PMA, ma lavorare sul regolamento dei centri a livello regionale. Se la Corte approva tutti e cinque i referendum, dobbiamo prendere posizione sull’abrogativo, non sui parziali. La legge 40 ci ha, tutto sommato, fatto un regalo, impedendoci di tenerci lontano dallo scenario inquietante delle nuove tecnologie, che la mostruosità della legge ci ha obbligato a guardare. Siamo di fronte a due forme del controllo sul corpo femminile: quello scientifico-medico e quello familista (patriarcale), la cui finalità è comune: il controllo della procreazione, da sempre al centro del conflitto fra i sessi. E’ grave che Flamigni sostenga Amato, perché sostiene nel contempo questa impalcatura etico-morale. Quella di Amato &co non è mediazione tra laici e cattolici, ma tra uomini per il controllo sulla procreazione. L’avanzare delle tecniche di riproduzione assistita ha cambiato il significato di figlio, madre e padre, in relazione all’identità genetica. Uno degli scenari possibile è che si nasca da una macchina, fuori dal corpo femminile: siamo pronte/i a questo salto? “Non lo so. Vorrei approfittare dell’intervallo per spostare i rapporti di forza”. E’ una sfida enorme che non possiamo affrontare con il bagaglio tradizionale: non con l’autodeterminazione, o con il femminismo. Non può essere un fatto elitaria, ma coinvolgere tutti. Anche se il referendum vince, la cosa non si ferma: è una questione a cui dobbiamo dare durata. Erminia Ermini (PRC), pur essendosi spesa molto per i referendum, riconosce che questi sforzi sono stati fatti dentro un percorso ed un ambito discorsivo tracciato da altri. La proposta su come procedere insieme è molto vicina a quella tracciata dal Cartello di associazioni. Prendiamo atto del ritardo con cui interveniamo su questo “salto” che è il procreare fuori da corpo femminile, e che le due forme di controllo delineate da Boccia abbiano già stretto una solida alleanza. Attenzione al ruolo di consulente che si attribuisce al medico che segue la coppia nel percorso di PMA: è piuttosto un ruolo di controllo. La questione dell’identità genetica certa per il nascituro si è posta, in altra forma, con la nuova legge sulle adozioni (enuncia, appunto, il diritto dell’adottato/a di conoscere la propria identità genetica). Argomento da utilizzare contro la retorica del far west (cioè la vulgata mediatica secondo cui in mancanza di leggi si apre il far west procreativo), è che in ogni caso esiste una normativa europea cui riferirsi (più permissiva di quella italiana). Per Monica Toraldo di Francia (Docente di Bioetica), Boccia ha ben individuato il conflitto in atto circa la laicità dello Stato. E’ preoccupata per la trasversalità dello schieramento di quanti pensano che leggi debbano intervenire in questa materia, anche tra i liberali. La rappresentazione mediatica della scienza ha molto rafforzato questo schieramento trasversale, semplificando un nodo complesso. Biosogna intervenire a tutti i livelli, sia quello teorico-filosofico, in cui questa posizione si sta esprimendo senza il nostro contradditorio, sia quello della società civile, in cui moltiplicare i momenti di dibattito senza ridurre la questione al uno schieramento tra laici e cattolici. Giovanna Cappelli (Forum donne PRC), quasi in chiusura, esprime soddisfazione per un incontro in si sono stati presenti le due dimensioni, sia il fare che il riflettere. Ripensando al percorso del femminismo, riflette su come mentre le donne lottavano per l’autodeterminazione, contestualmente la tecnologia faceva questi passaggi e l’economia globalizzata poneva le condizioni per nuove forme di patriarcato. Non è vero che il patriarcato è morto: si sta ristrutturando da più parti. Alla raccolta di firma dà la dignità di un movimento. E’ chiaro, dopo il dibattito della giornata, come non si debba fare una legge (tra cui annovera la proposta Bolognesi, che sosteneva la necessità di un’etica condivisa) d’iniziativa popolare, ma regolamenti. Giovanna Fava (Forum donne giuriste) ribadisce come gli stessi meccanismi siano in atto nella proposta di legge sull’affido congiunto, ed invita a visitare il sito per conoscere le posizioni espresse dal forum: www.forumdonnegiuriste.it Rosaria Marella (giurista) invita ad utilizzare più linguaggi espressivi per mostrare la complessità dei temi. Ad esempio, cita una precedente esperienza in cui partecipò alla produzione di uno sceneggiato per fare capire che cosa è la depressione. Elisabetta Chelo (ginecologa in centri di PMA) spiega come il proprio sia diventato lavoro da controllore. L’embrione è al primo posto, all’ultimo la donna. E’ d’accordo sul sostenere l’abrogativo totale. Quanto alla proposta di Amato, se si occupasse solo di tecniche per l’infertilità sarebbe benvenuta, perché consentirebbe di aggirare i punti critici della legge attuale, permettendo di fare quel che ora non si può. Ma questa non è una legge che riguarda le coppie infertili: è il cavallo di Troia su questioni molto più ampie, come descritto dagli interventi precedenti.
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