CENTRO DONNA L.I.S.A.

Via Rosina Anselmi 41 00139 Roma 0687141661

info@centrodonnalisa.it

 
                 donne in rete contro la violenza.

vuoi ricevere notizie dal centro donna?


 
iscriviti cancellati

 

 

libera associazione di donne

HOME

chi siamo

come raggiungerci

violenza contro le donne

LEGALE E PRIMA ACCOGLIENZA

appuntamenti

foto

corsi

AUTOPRODUZIONI

COMUNICATI

PROGETTI

FORMAZIONE

DOSSIER ALCA :


"La discriminazione e lo sfruttamento delle donne sono stati storicamente una fonte di profitto per il capitale. L'era neoliberista, ovviamente, non fa eccezione. In America Latina la situazione della donna è drammaticamente peggiorata. Con l'Area di Libero Commercio delle Americhe lo Stato adotterà sempre meno politiche a favore della parità di genere. L'ALCA considera le donne un semplice strumento per ridurre, direttamente o indirettamente, i costi produttivi."


Le donne e l'Area di Libero Commercio delle Americhe


L'analisi dell'opposizione delle donne latinoamericane e le loro proposte alternative, in questo speciale di Mailer Mattié per Selvas.org


Traduzione italiana di Stefania Maria Ciminelli

Revisione di Daniela Grima - di Traduttori per la Pace


(Este articolo, tambien original en español)

 

 



 

SOMMARIO:

L'America Latina in vendita
Divide et impera
Libero commercio contro le donne
Organizzazione e resistenza
Che cosa propongono le donne?
 


20/01/2004

L'America Latina in vendita

I difensori dell'accordo sull'Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) lo presentano come un gigantesco e promettente progetto economico, generatore di crescita e di benessere per le nazioni della regione latinoamericana. Ne occultano però, intenzionalmente, le gravi conseguenze sociali, culturali, ambientali e sui diritti umani di milioni di donne e uomini di tutto il continente.


L'ALCA vuole fare di 34 paesi un immenso mercato, soggetto alle norme dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). I principali offerenti saranno imprese canadesi e statunitensi. Agli altri paesi spetterà il compito di creare le migliori condizioni possibili per garantire il massimo livello di redditività al capitale investito, favorendo la creazione di un ampio mercato di lavoro precario e l'accesso a ingenti risorse energetiche e di biodiversità. L'obiettivo è il controllo del 24% del commercio mondiale, compresi petrolio e gas, situazione che permetterebbe agli Stati Uniti, tra l'altro, di consolidarsi sui mercati internazionali di fronte all'Unione Europea e al Giappone.


La bozza del testo, segretamente preparata a Washington con l'aiuto di alcuni consulenti di compagnie transnazionali, stabilisce infatti la creazione di un mercato del lavoro che agevoli la concorrenza con altre zone di libero commercio, mediante il pagamento di salari bassi; il monopolio dei brevetti; la privatizzazione delle risorse biologiche e del sapere comunitario; concessioni a lungo termine per lo sfruttamento di minerali e idrocarburi; la sostituzione delle colture tradizionali con quelle transgeniche; l'interpretazione della sovranità degli Stati nazionali per quanto riguarda le decisioni su politiche sociali, economiche e ambientali come un "ostacolo tecnico al libero commercio"; il disconoscimento dei tribunali nazionali per dirimere eventuali conflitti con gli investitori stranieri, attribuendo questa competenza ai tribunali a tal fine creati nell'ambito dell'accordo; apertura all'investimento privato in aree quali salute, educazione e servizi pubblici, trasformando in merci i diritti civili fondamentali; eliminazione dei sussidi all'agricoltura e insediamento di basi militari in Centro e Sud America.
La militarizzazione, del resto, è già un dato di fatto in paesi quali Colombia e Ecuador, dove ha lo scopo di garantire, per esempio, l'attività di aziende petrolifere nei territori indigeni.


Divide et impera

Quando nel 1994 il governo di Bill Clinton lanciò il progetto dell'ALCA, l'America Latina versava in una profonda crisi, frutto del rigore dei programmi di aggiustamento strutturale (PAE) e della corruzione, con poca resistenza e scarsa organizzazione popolare. A distanza di dieci anni, però, il contesto sociale e politico è cambiato. La reazione civile al neoliberismo ha portato a una crescita senza precedenti dei movimenti sociali, che ha messo in luce anche la forza delle lotte indigene in diversi paesi. Attualmente è indubbio che esista un ampio consenso di opposizione all'ALCA, a cui si aggiungono le posizioni critiche dei governi di Venezuela, Brasile e Argentina.




Stando così le cose, il piano originario, che prevedeva la firma di un accordo omogeneo tra i 34 paesi, si trova ad affrontare ostacoli sempre maggiori. Gli Stati Uniti, di fatto, hanno cercato in tutti i modi di evitare un ritardo nei negoziati e di rispettare la data prevista per l’entrata in vigore dell’ALCA, il 1º gennaio 2005. A tal fine, hanno promosso essenzialmente trattati di libero commercio per blocchi di paesi, come ad esempio il Piano Puebla Panamá (PPP) in Centro America, oppure hanno stabilito accordi bilaterali in Sudamerica, con il Cile, la Bolivia, l'Ecuador, il Perù e la Colombia.



La strategia statunitense si è palesata chiaramente nel corso dell'VIII Round di Negoziati tenutosi a Miami nel novembre del 2003. In questa occasione il Brasile ha insistito nel richiedere l'eliminazione dei sussidi agricoli e delle altre misure protezionistiche in vigore negli Stati Uniti, a favore di un commercio equo con i paesi del Sud. La risposta del governo di Bush è arrivata con l'annuncio di accordi settoriali con i paesi andini – ad eccezione del Venezuela –, con i quali gli Stati Uniti hanno un interscambio commerciale di 50 miliardi di dollari l'anno e investimenti che raggiungono i 40 miliardi di dollari. Il presidente nordamericano ha inoltre minacciato di firmare l'ALCA anche senza il Brasile. I negoziati bilaterali, infatti, imponendo le norme per il commercio continentale paese per paese, rafforzano la sua posizione. I governi andini che sono giunti a tali accordi a Miami dovranno adesso affrontare e rispondere all'opposizione maggioritaria dei propri cittadini.




Libero commercio contro le donne

La discriminazione e lo sfruttamento delle donne sono stati storicamente una fonte di profitto per il capitale. L'era neoliberista, ovviamente, non fa eccezione. In America Latina, a partire dall'applicazione dei PAE e della liberalizzazione del commercio in paesi come il Messico, la situazione della donna è drammaticamente peggiorata. Il rispetto delle dichiarazioni internazionali e l'osservanza delle norme a favore dei diritti delle donne si sono decisamente scontrati con la potente barriera dei modelli economici. Un miliardo di persone nel mondo vivono in situazione di estrema povertà: 700 milioni sono donne. È un dato di fatto, eppure queste donne contribuiscono in modo significativo con il loro lavoro, remunerato e non, sia alla produzione che alla sopravvivenza delle proprie famiglie. Nei paesi del Sud, per esempio, le donne producono il 70% degli alimenti.

Il libero commercio, d'altra parte, ha una predilezione speciale per il lavoro femminile. Nella fabbriche tessili, di fatto, le donne rappresentano il 90% del totale della manodopera. La loro situazione lavorativa è caratterizzata da salari infimi e da lunghe giornate, di 12-14 ore. Ma anche dalla sistematica violazione della loro dignità e dei loro diritti. Possono addirittura essere costrette ad assumere pillole anticoncezionali all'interno delle stesse aziende senza aver dato il proprio consenso. In Messico, alla maggior parte delle operaie si esige, come requisito preliminare per l'assunzione, un certificato medico che attesti l'assenza di gravidanza, fermo restando l'obbligo di informare regolarmente sul proprio ciclo mestruale. Inutile dire che queste lavoratrici non godono di servizi sociali, di sicurezza sul posto di lavoro né di possibilità di affiliazione sindacale.


L'ALCA, ovviamente, segue la stessa tendenza; è semplicemente priva di una visione di genere. I diritti delle donne non rientrano nei suoi contenuti. Insieme alla flessibilizzazione del lavoro e alla precarietà dell'impiego,(1) l'eliminazione della spesa sociale dello Stato, soprattutto per quanto riguarda salute e istruzione, trasferirà i costi direttamente alle famiglie, e in particolare alle donne. A questo dobbiamo aggiungere gli effetti specifici sull'assistenza medica nell’ambito della salute sessuale e riproduttiva, che si vedrà altresì ridotta. Come è ovvio, lo Stato perderà autonomia per adottare politiche a favore della parità di genere. Di conseguenza, le possibilità di formazione e di partecipazione sociale delle donne saranno ancora più limitate.


L'ALCA avrà ripercussioni sulle donne anche in quanto produttrici di alimenti. Da una parte, il documento prevede l'introduzione di colture e di alimenti transgenici; dall'altra, l'applicazione degli accordi sui brevetti della OMC alla biodiversità e al sapere. Le donne perderanno così il controllo sulle colture tradizionali, e sui diversi usi, rituali e curativi, che i loro popoli danno alle piante. Le comunità, in generale, si troveranno dunque in una situazione di estrema vulnerabilità rispetto alla propria sicurezza alimentare, mentre i beni che garantiscono il fabbisogno essenziale per la sopravvivenza saranno accessibili solo attraverso i mercati in potere delle transnazionali.
(2)


Bisogna tenere presente, inoltre, l'aumento di forza lavoro femminile allontanata dai campi, insieme a quella delle piccole e medie imprese che non sono in grado di competere con il capitale e con i prodotti stranieri. Ciò si tradurrà, a sua volta, in una crescita della migrazione interna verso i nuovi centri di attività economica, principalmente verso la produzione di beni per l'esportazione. Non dobbiamo però dimenticare che il neoliberismo allontana dai modi di vita tradizionali una quantità di persone maggiore rispetto a quella che può realmente assorbire il mercato del lavoro. Per le donne, in particolare, questo ha significato estrema povertà ed emigrazione verso i paesi del Nord; vale a dire, sfruttamento lavorativo e sessuale, disgregazione familiare e delle comunità.


L'ALCA, insomma, considera le donne un semplice strumento per ridurre, direttamente o indirettamente, i costi produttivi. Le esclude dalla presa di decisioni, minaccia i loro diritti fondamentali e limita quindi notevolmente lo sviluppo della democrazia nelle nazioni latinoamericane.
(3)



Organizzazione e resistenza





Che cosa propongono le donne?

Per le donne latinoamericane è ormai improrogabile la costruzione di un nuovo ordine economico e internazionale, il nucleo del quale deve essere lo sviluppo della democrazia partecipativa a tutti i livelli della vita sociale. Le donne chiedono, quindi, che le decisioni da prendere in merito all'ALCA siano sottoposte a consultazione popolare e che inoltre i governi informino sullo stato dei negoziati in tutte le lingue parlate nei diversi paesi. Propongono, ovviamente, la ricerca di meccanismi alternativi per un'integrazione equa e solidale, sempre a favore dell'autonomia delle nazioni e del rispetto dei diritti civili.



Le donne appoggiano un ordine internazionale basato sulla sostenibilità, la parità di genere e la soddisfazione delle necessità umane. Vale a dire, un ordine il cui asse principale non sia l'interesse commerciale delle transnazionali. Ritengono d'altra parte essenziale la vigenza e l'applicazione del diritto internazionale, di documenti quali, fra gli altri, la Dichiarazione dei diritti umani, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e l'Accordo 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) sui diritti degli indigeni.(9) Chiedono l'intervento delle Nazioni Unite e, agli organismi economici multilaterali, la cessazione delle politiche di aggiustamento, della promozione e del finanziamento di megaprogetti insostenibili e il condono del debito estero.


Prendono in considerazione la costruzione di modelli alternativi di integrazione, come stimolo alla riorganizzazione delle economie nazionali. In questo processo, settori fondamentali quali l'agricoltura e la produzione di alimenti in generale devono rimanere ai margini degli accordi della OMC. È necessario, quindi, adottare politiche di riforma agraria e concedere incentivi alla produzione locale, rifiutando le coltivazioni e gli alimenti transgenici e l'appropriazione privata della biodiversità.

 
Al tempo stesso, devono essere rafforzate le politiche pubbliche sulla salute, l'istruzione e gli altri diritti collettivi. Lo Stato deve inoltre garantire la partecipazione della donna a tutti i livelli, insieme al riconoscimento sociale ed economico del suo lavoro. I programmi devono prevedere il ritorno e l'indennizzo delle donne costrette ad emigrare dai campi e dalle città, facilitandone la reintegrazione nell'ambiente familiare e comunitario.
(10)

 Un'altra via verso l'eguaglianza è anche il pieno riconoscimento della diversità culturale, tratto caratteristico delle società latinoamericane e, quindi, elemento indispensabile per lo sviluppo della democrazia partecipativa. In questo modo, le diverse lingue, credenze, pratiche mediche e cosmovisioni dovranno essere pienamente integrate nella vita nazionale.(11)


L'alternativa delle donne all'ALCA è, dunque, la costruzione di un mondo solidale, democratico, pluralista, ecologicamente sostenibile, pacifico e basato sul diritto internazionale. In contrapposizione all'ALCA, insomma, le donne propongono il rispetto per la vita, la libertà, la sovranità e la coesistenza pacifica delle culture.


 


 

 

 

Note:

(1) Elizabeth Paredo: "Bolivia. Los impactos del ALCA en las mujeres" ('Bolivia. Le ripercussioni dell'ALCA sulle donne'). Documento presentato al primo incontro nazionale "Los impactos del ALCA en Bolivia" ('Le ripercussioni dell'ALCA in Bolivia'). Red de Mujeres Transformando la Economía (REMTE). Cochabamba, maggio 2002. All'indirizzo: alainet.org/publica/mujalca.

(2) Mujeres del campo de América Latina y el Caribe; Vía campesina; Comité de Género de Alianza Social Continental; Marcha Mundial de las Mujeres; REMTE: "Manifiesto de las mujeres de las Américas ante la VII Reunión Ministerial del ALCA" ('Manifesto delle donne delle Americhe in occasione della VII Riunione Ministeriale dell'ALCA'). Quito, ottobre 2002. All'indirizzo:

movimientos.org/remte.
(3) "Declaración contra el ALCA de las mujeres de Brasil" ('Dichiarazione delle donne brasiliane contro l'ALCA'). Porto Alegre, febbraio 2002. All'indirizzo: alainet.org/publica/mujalca.

(4) "Declaración continental de mujeres". Primer Encuentro Hemisférico de Lucha Contra el ALCA. L'Avana, novembre 2001. All'indirizzo: alainet.org/publica/mujalca.

(5)Mujeres del campo de América Latina y el Caribe; Vía Campesina; Comité de Género de Alianza Social Continental; Marcha Mundial de las Mujeres; REMTE: "Manifiesto de las mujeres de las Américas ante la VII Reunión Ministerial del ALCA" ("Manifesto delle donne delle Americhe in occasione della VII Riunione Ministeriale dell'ALCA"). Quito, ottobre 2002. All'indirizzo: movimientos.org/remte.
(6)ainfos.ca/index 24.html.

(7) Boletín Informativo Campaña Continental Contra el ALCA, 19. 11. 2003. All'indirizzo: movimientos.org/listas/info/alca.no.
(8)"Mujeres frente al ALCA". Agencia Informativa Pachacamac.
Quito, 24. 8. 2002
(9) Elizabeth Paredo; Art. cit.

(10)"Declaración política de las mujeres del campo y de la pesca". Valparaíso, Cile, aprile 2002. All'indirizzo: movimientos.org.

(11) Conclusiones del Encuentro de Mujeres contra el ALCA. Chiapas, Messico, giugno 2003. All'indirizzo: ainfos.ca/index 24.html.



Mailer Mattié, Economista venezuelana, esperta di Antropologia economica e Cooperazione internazionale finalizzata allo sviluppo sostenibile.
E-mail: mailermattie@yahoo.es

materiali

legislazione

centri antiviolenza

 DONNE IN RETE CONTRO LA VIOLENZA

consultori a Roma

rassegna stampa

contraccezione e aborto

LINKS

 

site search by freefind advanced


 

Via Rosina Anselmi 41 00139 Roma 0687141661

Puoi sostenere le attività del Centro Donna L.I.S.A.  inviando un contributo a  Ass. Donne in Genere O.N.L.U.S. IBAN  IT97 H062 8003 2050 0000 3010 136 

Donne in Genere è una O.N.L.U.S.Ogni contributo in suo favore e' detraibile ai sensi dell'art. 13 del D.Lgs 4/12/97 n. 460 O.N.L.U.S.