DOSSIER ALCA :
"La discriminazione e lo sfruttamento delle donne sono stati storicamente una
fonte di profitto per il capitale. L'era neoliberista, ovviamente, non fa
eccezione. In America Latina la situazione della donna è drammaticamente
peggiorata. Con l'Area di Libero Commercio delle Americhe lo Stato adotterà
sempre meno politiche a favore della parità di genere. L'ALCA considera le donne
un semplice strumento per ridurre, direttamente o indirettamente, i costi
produttivi."
Le donne e l'Area di Libero Commercio delle Americhe
L'analisi dell'opposizione delle
donne latinoamericane e le loro proposte alternative, in questo speciale di
Mailer Mattié
per Selvas.org
Traduzione italiana di Stefania Maria Ciminelli
Revisione di Daniela Grima - di
Traduttori
per la Pace
(Este articolo, tambien
original en
español)
SOMMARIO:
L'America Latina in vendita
• Divide et impera
• Libero commercio contro
le donne
•
Organizzazione e resistenza
• Che cosa propongono le
donne?
20/01/2004
L'America Latina in vendita
I difensori dell'accordo sull'Area di Libero Commercio delle
Americhe (ALCA) lo presentano come un gigantesco e promettente progetto
economico, generatore di crescita e di benessere per le nazioni della regione
latinoamericana. Ne occultano però, intenzionalmente, le gravi conseguenze
sociali, culturali, ambientali e sui diritti umani di milioni di donne e uomini
di tutto il continente.
L'ALCA vuole fare di 34 paesi un immenso mercato, soggetto alle norme
dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). I principali offerenti saranno
imprese canadesi e statunitensi. Agli altri paesi spetterà il compito di creare
le migliori condizioni possibili per garantire il massimo livello di redditività
al capitale investito, favorendo la creazione di un ampio mercato di lavoro
precario e l'accesso a ingenti risorse energetiche e di biodiversità.
L'obiettivo è il controllo del 24% del commercio mondiale, compresi petrolio e
gas, situazione che permetterebbe agli Stati Uniti, tra l'altro, di consolidarsi
sui mercati internazionali di fronte all'Unione Europea e al Giappone.
La bozza del testo, segretamente preparata a Washington con l'aiuto di alcuni
consulenti di compagnie transnazionali, stabilisce infatti la creazione di un
mercato del lavoro che agevoli la concorrenza con altre zone di libero
commercio, mediante il pagamento di salari bassi; il monopolio dei brevetti; la
privatizzazione delle risorse biologiche e del sapere comunitario; concessioni a
lungo termine per lo sfruttamento di minerali e idrocarburi; la sostituzione
delle colture tradizionali con quelle transgeniche; l'interpretazione della
sovranità degli Stati nazionali per quanto riguarda le decisioni su politiche
sociali, economiche e ambientali come un "ostacolo tecnico al libero commercio";
il disconoscimento dei tribunali nazionali per dirimere eventuali conflitti con
gli investitori stranieri, attribuendo questa competenza ai tribunali a tal fine
creati nell'ambito dell'accordo; apertura all'investimento privato in aree quali
salute, educazione e servizi pubblici, trasformando in merci i diritti civili
fondamentali; eliminazione dei sussidi all'agricoltura e insediamento di basi
militari in Centro e Sud America. La militarizzazione,
del resto, è già un dato di fatto in paesi quali Colombia e Ecuador, dove ha lo
scopo di garantire, per esempio, l'attività di aziende petrolifere nei territori
indigeni.
Divide et impera
Quando nel 1994 il governo di Bill Clinton lanciò il progetto
dell'ALCA, l'America Latina versava in una profonda crisi, frutto del rigore dei
programmi di aggiustamento strutturale (PAE) e della corruzione, con poca
resistenza e scarsa organizzazione popolare. A distanza di dieci anni, però, il
contesto sociale e politico è cambiato. La reazione civile al neoliberismo ha
portato a una crescita senza precedenti dei movimenti sociali, che ha messo in
luce anche la forza delle lotte indigene in diversi paesi. Attualmente è
indubbio che esista un ampio consenso di opposizione all'ALCA, a cui si
aggiungono le posizioni critiche dei governi di Venezuela, Brasile e Argentina.
Stando così le cose, il piano originario, che prevedeva la
firma di un accordo omogeneo tra i 34 paesi, si trova ad affrontare ostacoli
sempre maggiori. Gli Stati Uniti, di fatto, hanno cercato in tutti i modi di
evitare un ritardo nei negoziati e di rispettare la data prevista per l’entrata
in vigore dell’ALCA, il 1º gennaio 2005. A tal fine, hanno promosso
essenzialmente trattati di libero commercio per blocchi di paesi, come ad
esempio il Piano Puebla Panamá (PPP) in Centro America, oppure hanno stabilito
accordi bilaterali in Sudamerica, con il Cile, la Bolivia, l'Ecuador, il Perù e
la Colombia.
La strategia statunitense si è palesata chiaramente nel corso dell'VIII
Round di Negoziati tenutosi a Miami nel novembre del 2003. In questa occasione
il Brasile ha insistito nel richiedere l'eliminazione dei sussidi agricoli e
delle altre misure protezionistiche in vigore negli Stati Uniti, a favore di un
commercio equo con i paesi del Sud. La risposta del governo di Bush è arrivata
con l'annuncio di accordi settoriali con i paesi andini – ad eccezione del
Venezuela –, con i quali gli Stati Uniti hanno un interscambio commerciale di 50
miliardi di dollari l'anno e investimenti che raggiungono i 40 miliardi di
dollari. Il presidente nordamericano ha inoltre minacciato di firmare l'ALCA
anche senza il Brasile. I negoziati bilaterali, infatti, imponendo le norme per
il commercio continentale paese per paese, rafforzano la sua posizione. I
governi andini che sono giunti a tali accordi a Miami dovranno adesso affrontare
e rispondere all'opposizione maggioritaria dei propri cittadini.
Libero commercio contro le donne
La discriminazione e lo sfruttamento delle donne sono stati
storicamente una fonte di profitto per il capitale. L'era neoliberista,
ovviamente, non fa eccezione. In America Latina, a partire dall'applicazione dei
PAE e della liberalizzazione del commercio in paesi come il Messico, la
situazione della donna è drammaticamente peggiorata. Il rispetto delle
dichiarazioni internazionali e l'osservanza delle norme a favore dei diritti
delle donne si sono decisamente scontrati con la potente barriera dei modelli
economici. Un miliardo di persone nel mondo vivono in situazione di estrema
povertà: 700 milioni sono donne. È un dato di fatto, eppure queste donne
contribuiscono in modo significativo con il loro lavoro, remunerato e non, sia
alla produzione che alla sopravvivenza delle proprie famiglie. Nei paesi del
Sud, per esempio, le donne producono il 70% degli alimenti.
Il libero commercio, d'altra parte, ha una predilezione speciale per il
lavoro femminile. Nella fabbriche tessili, di fatto, le donne rappresentano il
90% del totale della manodopera. La loro situazione lavorativa è
caratterizzata da salari infimi e da lunghe giornate, di 12-14 ore. Ma anche
dalla sistematica violazione della loro dignità e dei loro diritti. Possono
addirittura essere costrette ad assumere pillole anticoncezionali all'interno
delle stesse aziende senza aver dato il proprio consenso. In Messico, alla
maggior parte delle operaie si esige, come requisito preliminare per
l'assunzione, un certificato medico che attesti l'assenza di gravidanza, fermo
restando l'obbligo di informare regolarmente sul proprio ciclo mestruale.
Inutile dire che queste lavoratrici non godono di servizi sociali, di sicurezza
sul posto di lavoro né di possibilità di affiliazione sindacale.
L'ALCA, ovviamente, segue la stessa tendenza; è semplicemente priva di una
visione di genere. I diritti delle donne non rientrano nei suoi contenuti.
Insieme alla flessibilizzazione del lavoro e alla precarietà dell'impiego,(1)
l'eliminazione della spesa sociale dello Stato, soprattutto per quanto riguarda
salute e istruzione, trasferirà i costi direttamente alle famiglie, e in
particolare alle donne. A questo dobbiamo aggiungere gli effetti specifici
sull'assistenza medica nell’ambito della salute sessuale e riproduttiva, che si
vedrà altresì ridotta. Come è ovvio, lo Stato perderà autonomia per adottare
politiche a favore della parità di genere. Di conseguenza, le possibilità di
formazione e di partecipazione sociale delle donne saranno ancora più limitate.
L'ALCA avrà ripercussioni sulle donne anche in quanto produttrici di alimenti.
Da una parte, il documento prevede l'introduzione di colture e di alimenti
transgenici; dall'altra, l'applicazione degli accordi sui brevetti della OMC
alla biodiversità e al sapere. Le donne perderanno così il controllo sulle
colture tradizionali, e sui diversi usi, rituali e curativi, che i loro popoli
danno alle piante. Le comunità, in generale, si troveranno dunque in una
situazione di estrema vulnerabilità rispetto alla propria sicurezza alimentare,
mentre i beni che garantiscono il fabbisogno essenziale per la sopravvivenza
saranno accessibili solo attraverso i mercati in potere delle transnazionali.(2)
Bisogna tenere presente, inoltre, l'aumento di forza lavoro femminile
allontanata dai campi, insieme a quella delle piccole e medie imprese che non
sono in grado di competere con il capitale e con i prodotti stranieri. Ciò si
tradurrà, a sua volta, in una crescita della migrazione interna verso i nuovi
centri di attività economica, principalmente verso la produzione di beni per
l'esportazione. Non dobbiamo però dimenticare che il neoliberismo allontana dai
modi di vita tradizionali una quantità di persone maggiore rispetto a quella che
può realmente assorbire il mercato del lavoro. Per le donne, in particolare,
questo ha significato estrema povertà ed emigrazione verso i paesi del Nord;
vale a dire, sfruttamento lavorativo e sessuale, disgregazione familiare e delle
comunità.
L'ALCA, insomma, considera le donne un semplice strumento per ridurre,
direttamente o indirettamente, i costi produttivi. Le esclude dalla presa di
decisioni, minaccia i loro diritti fondamentali e limita quindi notevolmente lo
sviluppo della democrazia nelle nazioni latinoamericane.(3)
Organizzazione e resistenza
Che cosa propongono le donne?
Per le donne latinoamericane è ormai improrogabile la costruzione
di un nuovo ordine economico e internazionale, il nucleo del quale deve essere
lo sviluppo della democrazia partecipativa a tutti i livelli della vita sociale.
Le donne chiedono, quindi, che le decisioni da prendere in merito all'ALCA siano
sottoposte a consultazione popolare e che inoltre i governi informino sullo
stato dei negoziati in tutte le lingue parlate nei diversi paesi. Propongono,
ovviamente, la ricerca di meccanismi alternativi per un'integrazione equa e
solidale, sempre a favore dell'autonomia delle nazioni e del rispetto dei
diritti civili.
Le donne appoggiano un ordine internazionale basato sulla sostenibilità, la
parità di genere e la soddisfazione delle necessità umane. Vale a dire, un
ordine il cui asse principale non sia l'interesse commerciale delle
transnazionali. Ritengono d'altra parte essenziale la vigenza e l'applicazione
del diritto internazionale, di documenti quali, fra gli altri, la Dichiarazione
dei diritti umani, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e
culturali, la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di
discriminazione contro le donne e l'Accordo 169 dell'Organizzazione
Internazionale del Lavoro (OIL) sui diritti degli indigeni.(9) Chiedono
l'intervento delle Nazioni Unite e, agli organismi economici multilaterali, la
cessazione delle politiche di aggiustamento, della promozione e del
finanziamento di megaprogetti insostenibili e il condono del debito estero.
Prendono in considerazione la costruzione di modelli alternativi di
integrazione, come stimolo alla riorganizzazione delle economie nazionali. In
questo processo, settori fondamentali quali l'agricoltura e la produzione di
alimenti in generale devono rimanere ai margini degli accordi della OMC. È
necessario, quindi, adottare politiche di riforma agraria e concedere incentivi
alla produzione locale, rifiutando le coltivazioni e gli alimenti transgenici e
l'appropriazione privata della biodiversità.
Al tempo stesso, devono essere rafforzate le politiche pubbliche sulla salute,
l'istruzione e gli altri diritti collettivi. Lo Stato deve inoltre garantire la
partecipazione della donna a tutti i livelli, insieme al riconoscimento sociale
ed economico del suo lavoro. I programmi devono prevedere il ritorno e
l'indennizzo delle donne costrette ad emigrare dai campi e dalle città,
facilitandone la reintegrazione nell'ambiente familiare e comunitario.(10)
Un'altra via verso
l'eguaglianza è anche il pieno riconoscimento della diversità culturale, tratto
caratteristico delle società latinoamericane e, quindi, elemento indispensabile
per lo sviluppo della democrazia partecipativa. In questo modo, le diverse
lingue, credenze, pratiche mediche e cosmovisioni dovranno essere pienamente
integrate nella vita nazionale.(11)
L'alternativa delle donne all'ALCA è, dunque, la costruzione di un mondo
solidale, democratico, pluralista, ecologicamente sostenibile, pacifico e basato
sul diritto internazionale. In contrapposizione all'ALCA, insomma, le donne
propongono il rispetto per la vita, la libertà, la sovranità e la coesistenza
pacifica delle culture.
Note:
(1) Elizabeth
Paredo: "Bolivia. Los impactos del ALCA en las mujeres" ('Bolivia. Le
ripercussioni dell'ALCA sulle donne'). Documento presentato al primo incontro
nazionale "Los impactos del ALCA en Bolivia" ('Le ripercussioni dell'ALCA in
Bolivia'). Red de Mujeres Transformando la
Economía (REMTE). Cochabamba, maggio 2002.
All'indirizzo: alainet.org/publica/mujalca.
(2) Mujeres del campo de
América Latina y el Caribe; Vía campesina; Comité de Género de Alianza Social
Continental; Marcha Mundial de las Mujeres; REMTE: "Manifiesto de las mujeres de
las Américas ante la VII Reunión Ministerial del ALCA" ('Manifesto delle donne
delle Americhe in occasione della VII Riunione Ministeriale dell'ALCA'). Quito,
ottobre 2002. All'indirizzo:
movimientos.org/remte.
(3) "Declaración contra el ALCA de las mujeres de Brasil" ('Dichiarazione
delle donne brasiliane contro l'ALCA'). Porto Alegre, febbraio 2002.
All'indirizzo: alainet.org/publica/mujalca.
(4)
"Declaración continental de mujeres". Primer
Encuentro Hemisférico de Lucha Contra el ALCA. L'Avana, novembre 2001.
All'indirizzo: alainet.org/publica/mujalca.
(5)Mujeres del campo de
América Latina y el Caribe; Vía Campesina; Comité de Género de Alianza Social
Continental; Marcha Mundial de las Mujeres; REMTE: "Manifiesto de las mujeres de
las Américas ante la VII Reunión Ministerial del ALCA" ("Manifesto delle donne
delle Americhe in occasione della VII Riunione Ministeriale dell'ALCA"). Quito,
ottobre 2002. All'indirizzo: movimientos.org/remte.
(6)ainfos.ca/index 24.html.
(7) Boletín Informativo
Campaña Continental Contra el ALCA, 19. 11. 2003. All'indirizzo: movimientos.org/listas/info/alca.no.
(8)"Mujeres frente al ALCA". Agencia Informativa Pachacamac.
Quito, 24. 8. 2002
(9) Elizabeth Paredo; Art. cit.
(10)"Declaración política
de las mujeres del campo y de la pesca". Valparaíso, Cile, aprile 2002.
All'indirizzo: movimientos.org.
(11) Conclusiones del
Encuentro de Mujeres contra el ALCA. Chiapas, Messico, giugno 2003.
All'indirizzo: ainfos.ca/index 24.html.
Mailer Mattié, Economista
venezuelana, esperta di Antropologia economica e Cooperazione internazionale
finalizzata allo sviluppo sostenibile.
E-mail:
mailermattie@yahoo.es