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Un femminismo dalle molte identità


La riforma del codice penale è l'ultima occasione di scontro sui diritti delle donne


La stampa europea era inorridita, un mese fa, quando il parlamento turco ha discusso la proposta di includere nel codice penale il reato di «adulterio», zinab. Quella proposta poi non è passata, anche per la mobilitazione di molte donne turche che sono andate a centinaia a protestare davanti al parlamento, ad Ankara. In questione del resto non c'era solo l'adulterio: il parlamento discuteva una riforma del codice penale circa i reati di violenza contro le donne, e il dibattito ha rivelato quanto profonda sia la cultura maschilista nel paese. Il bilancio di quella riforma però è tutto sommato positivo, dicono ora avvocate e femministe. «Ora è previsto il reato di violenza sessuale: il nostro vecchio codice definiva stupro solo la penetrazione, e non considerava altre aggressioni», dice Mine Kocak, una delle fondatrici di un collettivo femminista di Istanbul: «Peggio ancora: lo stato si riservava il diritto di verificare se una donna è vergine, o se lo era prima di una violenza». Sono scomparse le attenuanti per il «delitto d'onore»: e questo «è il risultato di anni di lotte delle donne», fa notare l'avvocata Eren Keskin, dell'Associazione per i diritti umani (Ihp). E' rimasta però la previsione di «delitto tradizionale», o «tribale», e questo fa infuriare l'avvocata quanto la femminista: «Si tratta di fatti di sangue commessi in un contesto "tradizionale": di fatto, si applica alla regione kurda. Se un marito uccide la moglie per gelosia a Istanbul è "delitto d'onore", se succede in un villaggio kurdo era e resta una questione "tribale". Questa è una definizione per umiliare i kurdi, per dire che sono incivili e arretrati. Noi diciamo che il sistema patriarcale non è appannaggio dei kurdi e non c'è differenza tra i delitti "d'onore" o "tribali": sono tutti delitti contro le donne». Mentre il parlamento discuteva tutto questo, dunque, circa 400 donne sono andate a protestare a Ankara: «C'erano un po' tutte», racconta Mine: «le femministe, i gruppi delle kurde, le lesbiche e transessuali, anche le kemaliste che si scandalizzavano a sentire le kurde dire slogan nella loro lingua». (L'aggettivo kemalista, dal nome del fondatore della repubblica Kemal Ataturk, rimanda all'ideologia ufficiale dello stato unitario e laico: ma per queste giovani turche rimanda anche allo stato autoritario che ne è risultato).

Mine Kocak è tra le donne che nei primi anni `90, all'Università del Bosforo, ha avviato un collettivo di studentesse che ha aperto un centro di documentazione, una pubblicazione annuale, e soprattutto una rete di «case delle donne» unica a Istanbul. Il «Circolo delle donne femministe» oggi raccoglie un centinaio di donne: molte sono artiste (e usano la performance come strumento di intervento pubblico), altre sono professioniste, poi ci sono le nuove leve di studentesse. Lavorano con le profughe kurde a Istanbul («maltrattate dalle autorità e costrette a una vita grama: e molte non escono mai perché non parlano il turco»). Sono andate a manifestare contro la guerra a Siropi, al confine turco-iracheno. «Ci definiamo antisistema, antimilitariste, antinazionaliste, e vogliamo cercare terreni comuni anche con donne dalle identità diverse». Insiste: «Cerchiamo di costruire un femminismo multiculturale, una piattaforma delle donne che tenga conto di molteplici identità». Aggiunge: «Abbiamo cercato contatti anche con le islamiste». Avete trovato terreni comuni? «Per la verità no. Solo quando la Marcia mondiale delle donne ha fatto tappa qui sono venute anche loro. Ma pensiamo importante continuare a cercare il dialogo». E cita, inevitabile, il foulard.

In Turchia, in omaggio alla laicità ufficiale, vige il divieto di indossare foulard o copricapo islamici nelle scuole e negli uffici pubblici. «E noi pensiamo che sia sbagliato», obietta Mine: «Significa lasciare le giovani islamiche al margine della società, perché alcune decideranno di toglierlo ma molte altre, per la pressione delle famiglie o per convinzione, saranno costrette a restare a casa. I loro uomini però possono andare all'università, esercitare le professioni, entrare nella vita sociale, e lo fanno. E' una discriminazione specifica: le donne, come al solito, diventano il campo di battaglia simbolico». Concorda l'avvocata Eren Keskin: «L'obbligo di coprirsi la testa o vestire in un certo modo è un'oppressione, ma anche l'obbligo di togliere il foulard. Penso che le donne in Turchia debbano poterlo portare, se è una libera scelta, ed essere presenti nella società: il contrario sarebbe una ulteriore discriminazione. L'oppressione del sistema patriarcale è molto più generale e vasta, le donne con il foulard sono solo più oppresse delle altre».

Gli argomenti del collettivo femminista o dell'avvocata per i diritti umani sono controversi: e certo non è per acquiescenza all'ideologia religiosa che vorrebbero tollerare il foulard - piuttosto, è per insofferenza verso uno stato che «costruisce» nemici. Ma anche loro, come molte (e molti) altri, sono allarmate dall'avanzata di politiche di stampo religioso, soprattutto nella scuola o nella vita culturale. Così, altre considerano il foulard una linea invalicabile proprio perché è simbolico: «I nostri governanti si fingono tanto europei ma vogliono imporci l'ideologia religiosa», dice Filiz Onat, attrice di teatro che dieci anni fa ha perso il marito, noto scrittore, in un attentato mai chiarito (si parlò degli Hizbullah o altre squadre paramilitari manovrate dallo stato, e lei è convinta che la Turchia sia ancora lontana dalla democrazia): per lei il pericolo islamista è sottovalutato.
 

 
Articolo di Marina Forti  sull'incontro con Mine Kocak, apparso sul Manifesto del  20 ottobre 2004

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