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I DIRITTI PER LA SALUTE…

In questa giornata Europea sui diritti e la salute delle donne riuscire insieme a focalizzare, come donne e come operatori della sanità pubblica, tutte le involuzioni, la disumanità, il privato che incombe sul diritto alla salute e sul sistema sanitario è necessario ed indispensabile per:

 

  • dare corpo alle specificità di genere sia nel campo della prevenzione che della cura,  e nel garantire una scelta di maternità libera e cosciente, impedendo che la donna, in una visione maschilista, sia oggetto di totale disinteresse o di  condizionamenti “scientifici-morali” e di sperimentazioni;
  • dare voce alla denuncia dei processi di annientamento del servizio sanitario pubblico che, utilizzando la forza lavoro delle donne come principali sostitute dei servizi e strutture chiusi o privatizzati, concretizza lo smantellamento dello stato sociale ed impone la “centralità della famiglia” per aumentare carichi di lavoro e sfruttamento;
  • dare spazio alle mobilitazione, alle lotte, ai momenti di organizzazione di base che partendo dai propri e reali bisogni stanno riconquistando i diritti negati e concretizzando autodeterminazione;
  • dare forza al diritto/bisogno di imporre alla scienza medica la salute della donna nella sua complessità: dalla produzione alla riproduzione, dal lavoro casalingo a quello retribuito, dalla molteplicità dei ruoli sociali obbligati a quelli scelti, individuando l’incidenza e le cause di tutte quelle patologie psico-fisiche, ancora oggi principalmente rivolte alla identità maschile.

 

Tutto questo non significa separarsi o contrapporsi agli obiettivi che tutti noi ci proponiamo e concretizziamo sul diritto ad una salute pubblica, universale, gratuita ed umanizzata, ma è uno strumento di articolazione e di analisi che partendo dalla specificità “dell’universo donne” arricchisce la nostra voglia/forza di trasformazione e cambiamento.

 

Mai come oggi l’attacco del capitale è generalizzato, globalizzato e rivolto all’annientamento di ogni espressioni di vita e di diritti già conquistati;  la nostra capacità organizzativa e di proposizione di obiettivi deve essere perciò chiara e determinante per non permettere soluzioni false o mediate e per avere la forza di concretizzare il diritto alla salute anche come ripresa di uno spazio mentale che pensi e sogni un mondo a misura di bambino/a, donna, uomo, anziano/a.

Un’articolazione delle nostre lotte che partendo dalle specificità di genere e dalle diverse fase di crescita e di vita, sappia mettere in campo tutte le energie per una globale trasformazione in tutti i continenti, in tutti i corpi ed in tutte le menti.

 

Troppo scontato sarebbe iniziare dicendo che da sempre le donne sono stato strumento di sfruttamento e di sottomissione maschilista, ci interessa invece partire dall’esperienza Italiana su tutti i servizi sanitari pubblici chiusi e trasformati negli ultimi 30  anni che hanno aumentato i carichi di lavoro all’interno delle famiglie, costringendo le donne a diventare infermiere/assistenti dei propri figli e parenti:

nel ’75 avevamo 10 posti letto ogni 1000 abitante, oggi ne abbiamo 5 ed in alcune regioni arrivano a 3; i tempi di ricovero erano in media 16 giorni  , oggi sono stati ridotti a 7 sempre in una media nazionale. Questo ha comportato che molti pazienti ancora bisognosi di cure sanitarie venissero “scaricati” all’interno della famiglia mentre venivano negati tutti quei servizi “alternativi” promessi sul territorio (spesa prevista di 6,5 miliardi di euro all’anno, nel piano sanitario 2004, con un fabbisogno di 15 miliardi !?): dall’assistenza domiciliare, alla preospedalizzazione, alle residenze per gli anziani (15% della popolazione di cui il 30% disabili), alle case famiglie per le patologie psichiatriche, alle strutture per i pazienti terminali (70.000 nel 2003).

Rispetto ali anziani c’è da sottolineare che in Italia, già nel 2004, una persona ogni 20 aveva più di 80 anni e che la bassa natalità potrebbe portarci, fra alcune decine di anni, a 20 anziani per ogni bambino con meno di 5 anni.

Ma anche i servizi dedicati ad un numero sempre più esiguo di bambini... non rispondono minimamente alla domanda e rispetto agli asili nido, in Italia, c’è una media del 7% (4% nel Sud ed il 18% nel Centronord) di posti disponibili, portandoci al terz’ ultimo posto in Europa.

Anche l’occupazione delle donne nel campo sanitario (70% fra i dipendenti medici e non medici ed il 90% nelle cooperative sociali attive nei servizi territoriali) denota l’abuso sociale a livello di genere per tutte le attività di ausilio e cura.

Inoltre di queste occupate il 50% è precaria ed esternalizzata, con contratti a termine, socia di cooperative, dipendente a part time con orario spezzato e carichi di lavoro disumani, tutte con salari da fame e costanti ricatti e minacce di licenziamento. Da un monitoraggio, di marzo 2006, nelle aziende sanitarie Laziali i precari e gli esternalizzati sono più di 8000 addetti con una componente predominante di donne.

In una ricerca ISTAT del 2006, sul territorio nazionale risulta che il tempo libero delle donne è molto inferiore a quello degli uomini (1 ora in meno come media giornaliera) iniziando a diminuire già dai dieci anni quando alle bambine si inizia a richiedere attività domestiche. Dai 14 ai 19 anni già più di 1 ora del proprio tempo libero viene dedicato alla casa ed alla famiglia, per arrivare a quasi tre ore dai 35 ai 44 anni; in questa fascia di età c’è 8,7% delle donne, occupate e con figli, che non riesce a dedicare a se stessa neanche 10 minuti al giorno! Inoltre molto del proprio tempo libero viene passato fra le mura domestiche e davanti alla TV..così da non smettere di svolgere le attività familiari. Le donne italiane insieme a quelle francesi sono al penultimo posto in Europa rispetto al tempo libero superando solo le Lituane! Le donne hanno un unico primato sull’uomo: quello di vedere aumentato di più di 1 ora la somma del  lavoro retribuito e quello familiare, ed in età di pensione questo rapporto tende ad aumentare, visto che le donne devono occuparsi anche dei nipoti (pochi nidi e scuole materne) e dei genitori/parenti anziani. L’unico dato positivo in questa tragica ricerca è che le donne hanno un impegno sociale (il 12,1%) doppio degli uomini,  dimostrando più capacità di socialità e di condivisione ma negandosi sempre piaceri ed hobby.

 

Ma oltre alla negazione del nostro tempo libero le donne devono misurarsi con il carovita e la miseria salariale nel far quadrare i conti familiari: in Italia solo il 3.8% della spesa sociale è destinato alla famiglia (nonostante che sia tanto osannata ed usata), contro una media europea dell’8,2% ed il 10% nei paesi nordici ed in Francia, arrivando ad 2% di media in rapporto al PIL. Questo rapporto in Italia è dell’1%. Infatti abbiamo 4 milioni di lavoratori a basso reddito, sotto i 700 euro al mese e di questi un milione e mezzo vive in condizioni di disagio economico. Da dati del 2006 l’ISTAT rileva che sono 2,6 milioni le famiglie che vivono in condizioni di povertà relativa, che nel Sud 1 famiglia su 4 vive al di sotto della soglia di povertà, e che sono povere le famiglie monoreddito, quelle con più figli o con un anziano non autosufficiente, le famiglie di pensionati o di giovani precari!

 

Questo costante attività ed impegno lavorativo dentro e fuori la famiglia determina da sempre un aumento:

-         delle patologie cardiovascolari (il 50% delle persone ipertese sono donne in menopausa). Fino a dieci anni fa infarti, cardiopatie ischemiche, ipertensione, ecc. venivano considerate patologie prevalenti nell’uomo...tanto da definirle “patologie che rendevano le donne vedove”!? I morti, sia donne che uomini, per queste patologie a livello nazionale sono il 31%, seconde come causa solo agli incidenti stradali.

-         dell’Alzheimer ed altre forme di senilità (aumento del 90% per le donne) a causa delle sostanze chimiche presenti nell’aria e nei cibi e dell’inquinamento ambientale.

-          delle patologie psichiatriche quali disturbi dell’umore (incidenza maggiore dai 20 ai 40 anni) ed episodi depressivi (1/4 della popolazione femminile presenta un episodio depressivo durante la vita ma solo il 30% si rivolge alle strutture sanitarie, accettando quello stereotipo di sottomissione, passività, disistima che impone  “sofferenza silenziosa” nell’ignorare se stesse per aiutare ed occuparsi gli altri e permettendo alla scienza medica di rivolgere ricerche e dati epidemiologici, sul rapporto fra stress e depressione, solo verso il mondo maschile!?). Anche le violenze sessuali contro le donne ed i minori fuori e dentro le mura domestiche (il 90% da familiari) aumentano l’incidenza dei disagi sociali, delle patologie psichiatriche e psicosomatiche (gravi disturbi digestivi e gastrointestinali, tentativi di suicidio, difficoltà di apprendimento, diventando  un “fattore aggiuntivo” nel determinare lo scadimento delle condizioni generali della salute psicofisica).

-         dell’incidenza degli infortuni dentro casa (4 milioni l’anno) e nel mondo lavorativo, da quello atipico precario e nero (50% donne perché più facilmente ricattabili, flessibili ed ideologicamente e gerarchicamente sottomesse).

 

Se da una parte la scienza medica ha ignorato da sempre la specificità della salute delle donne, ha invece medicalizzato al massimo quello che nella donna era patrimonio della propria storia culturale nella capacità di ascolto e di autocura del proprio corpo, nella scelta di maternità e nel partorire naturalmente, utilizzando il corpo femminile e quello di ogni soggetto bisognoso di cure, come un terreno per le proprie ricerche e sperimentazioni e trasformandolo in un oggetto senza diritti e bisogni assoggettato al sapere ed all’autorità medica ed ai profitti aziendali.

 

Il parto naturale diventa cesareo; la menopausa si cura con gli ormoni; le donne oltre i 60 anni con il cancro al seno hanno un incidenza del 13% in meno di sopravvivenza rispetto a quelle più giovani perché non vengono considerate nei progetti preventivi e vengono curate tardivamente; la procreazione medicalmente assistita diventa, controllata da una legge anti donna, l’unico percorso per vincere, miracolosamente e con aspettative irreali, la propria sterilità o quella di coppia; la pillola antiabortiva non viene permessa perché “diventerebbe troppo facile abortire” e l’aborto diventa un percorso sempre più difficile e sempre meno garantito nelle strutture sanitarie pubbliche…

 

Ma scendiamo nello specifico:

 

La chiusura nella quasi totalità delle aziende ospedaliere dei reparti per le puerpere per il maggior guadagno garantito dalle regioni alle aziende sanitarie per patologie tumorali e chirurgiche,  impedisce alle madri di aver vicino i propri figli dopo il parto, perché in stanze con altre donne che hanno subito gravi operazioni o che presentano serie patologie,. Questo rende più difficile l’allattamento al seno poichè nei nidi si fa un uso/abuso di latte artificiale, sponsorizzando alcuni prodotti commerciali che ne costringono l’utilizzo fino allo svezzamento  e si rimanda alle dimissioni dall’ospedale l’inizio del maternage.

 

Le sale parto sono stracariche di donne in barella, costrette a subire un parto cesario (33% di incremento negli ultimi 8 anni con punte del 51% in regioni come la Campania), invece che quello eutocico, perché meglio pagato col perverso meccanismo dei DRG che stabiliscono un rimborso sulla gravità delle diverse patologie. Un evento naturale, come la nascita di un  figlio, diventa, se trasformato in patologia, un elemento per aumentare il profitto delle aziende sanitarie.

 

La non completa applicazione della legge 194 (del lontano’78) per l’interruzione volontaria della gravidanza, che introduceva la creazione di reparti I.V.G. in tutti gli ospedali a livello nazionale vede, dopo quasi 30 anni dalla sua emanazione, una regione, come la Basilicata, completamente sprovvista di tale servizio e le donne costrette a “migrare” nei servizi sanitari pugliesi. Ci sono ancora in Italia circa 23.000 casi di aborti clandestini l’anno ed i consultori vengono chiusi, boicottati, privatizzati e principalmente resi inagibili per un livello preventivo sulla salute delle donne e di tutta la fascia di età evolutiva (infanzia, adolescenza). Come unico esempio valga quello del Lazio che, negli ultimi 3 anni, ha subito la chiusura di ben 21 centri sanitari per l’interruzione di gravidanza costringendo le donne a rivolgersi alle poche strutture sanitarie romane che, funzionando a singhiozzo, impongono attese dai 20 ai 30 giorni prima di attuare l’aborto.

Inoltre c’è da sottolineare come nei pochi consultori ancora aperti ci siano come medici e responsabili  obiettori di coscienza  che continuano a negare alle donne il diritto alla conoscenza per autodeterminare la propria salute e le proprie scelte. A conferma di tutto ciò l’assessore alla sanità del Lazio ha inviato a tutte le aziende, pochi mesi fa, una circolare per monitorare i medici non obiettori che nel sistema sanitario nazionale irrisoria sul totale dei ginecologi. Infatti nei reparti di Interruzione Volontaria di Gravidanza devono essere assunti medici a tempo indeterminato per garantire un minimo di servizio.

 

La percentuale 1 consultorio ogni 20.000 abitanti previsto dalla legge 194 non è mai attuato su tutto il territorio nazionale arrivando nel sud ad un rapporto di 1 ogni 40.000 abitanti, vedendo anche la presenza di medici antiaboristi e di personale precario in continua flessibilità e mobilità che rende impossibile qualsiasi alleanza terapeutica e rapporto di fiducia. Inoltre si ignora la necessità di prevedere dei mediatori culturali, nonostante che le donne straniere siano il 25% delle utenti e di psicologi per l’età evolutiva, nonostante che l’età media di tutta l’utenza sia quella di 16 anni. Alla faccia della prevenzione, dell’efficacia e dell’ascolto!

Una campagna portata avanti dal potere ecclesiastico e dai rappresentanti del centro destra ha permesso in tutto il territorio nazionale, dove non erano presenti le assemblee delle donne, che associazioni cattoliche ed elementi antiaboristi (attivisti del Movimento della vita) gestissero ed entrassero nei consultori per convincere le donne a non abortire, ignorando totalmente il diritto all’autodeterminazione e l’indispensabile lavoro di prevenzione e di informazione dei consultori sulla salute e sulla sessualità della donna, quali unici ed indispensabili strumenti  per permettere una scelta di maternità consapevole,libera e condivisa.

 

La pillola del giorno dopo  non viene prescritta se non con estreme difficoltà ed impedimenti nei pochi consultori ancora aperti, visto che l’ultimo ministro della sanità, il fascista Storace, ne ha fatto una battaglia moral/elettorale per renderla illegale e costringere le donne a subire un ulteriore violento attacco sul proprio corpo, la propria salute, le proprie scelte.

 

La prevenzione che nei piani sanitari nazionali prevedeva dei finanziamenti specifici, dal 2001, con l’introduzione della devolution ed i piani sanitari regionali, sparisce dai bilanci di tutte le aziende sanitarie e territoriali, aumentando i ticket di qualsiasi analisi e ricerca e favorendo il privato per superare le lunghe attese per visite ed interventi diagnostici e chirurgici.

Basterebbe attuare la prevenzione primaria e secondaria (diagnosi precoci, screening e progetti obiettivo) per eliminare od attenuare molti  fattori di rischio psico-fisico: una netta diminuzione di morti per tumore (il cancro della mammella è al quarto posto fra i tumori più frequenti, in una statistica che vede le patologie tumorali come seconda causa di morte); la possibilità di prevenire patologie psichiatriche in età adulta attivando servizi materno infantili sul territorio per bambini ed adolescenti (8% presentano disturbi mentali ed il 30% di loro vengono ricoverati in strutture per adulti con gravi disagi ed accentuazione delle patologie; inoltre i tentativi di suicidio sono fra le seconda causa di morte in adolescenza) e permettendo alle donne di non ammalarsi a loro volta perché sempre più sole ed annientate nell’affrontare i problemi sociali ; la povertà e l’emarginazione riduce la vita di 13 anni; ad 11 anni viene vissuta la prima esperienza con le droghe, a 13 anni con quelle pesanti e la dipendenza dal fumo e dall’alcool viene attestata a 15 anni;  una giusta alimentazione ed attività fisiche sin dall’infanzia ridurrebbe del 58% il diabete, l’obesità , le varie malattie metaboliche ed i disturbi alimentari; i 2/3 della popolazione italiana non ha acqua potabile a sufficienza e interi paesi hanno  erogazioni a singhiozzo, con l’obbligo per le donne di un evidente aumento di carichi di lavoro all’interno delle attività casalinghe e della cure delle più svariate patologie.

 

Da quanto detto risulta evidente la necessità di un approccio femminista alla salute e la capacità di articolare in tutti gli obiettivi e le proposte contro la mercificazione della salute,  un punto di vista delle donne, partendo dai bisogni ed aspettative specifici per trasformarli in  cambiamenti collettivi e condivisi.

LA SALUTE NON DEVE E NON PUO’ ESSERE SOLO UN DIRITTO ALLE CURE MA DEVE DIVENTARE UN PRODOTTO SOCIALE CHE RISPECCHIA LA QUALITA’ DELLA VITA NELLA SUA COMPLESSITA’. 

 

 

Come iniziali obiettivi per concretizzare salute ed autodeterminazione

proponiamo i seguenti obiettivi da formulare con coordinamenti, comitati e collettivi di donne in vertenze regionali:

 

-applicazione della legge 194 in tutte le aziende sanitarie e consultori in tutti i quartieri, con organici adeguati di medici, mediatori culturali assistenti sociali, psicologi ,infermieri ed ausiliari, tutti a tempo indeterminato e rigorosamente non obiettori di coscienza. I reparti di IVG ed i consultori devono essere funzionanti mattina e pomeriggio 6 giorni a settimana; devono fare le prescrizioni e, se necessita, l’assistenza per la RU 486; devono essere aperti alle assemblee delle donne come strumento di controllo e di proposizione sulla complessità della scelta di maternità, sulla prevenzione e salute della donna ad ogni età e sulla prevenzione e cura dei disagi infantili-adolescenziali.

-garanzia di servizi per bambini ed anziani (dagli asili nido, ai campi estivi, alle RSA, alle case famiglia, all’assistenza domiciliare gestita dalle aziende e non dai privati, alle residenze per malati terminali, ai centri riabilitativi, ecc.).

-assunzione diretta di tutte le forme di precariato ed esternalizzazione, con la priorità nella sanità e nella scuola, come servizi indispensabili.

 

 

 

Settembre 2006

 

 

 

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