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L’autonomia del femminismo arabo

Fatima Mernissi

 

Gli interessi nascosti che i leader religiosi conservatori arabi nascondono dietro la visione della donna araba sono facilmente comprensibili. La stessa affermazione contiene il presupposto ideologico chiave, imprescindibile per la sopravvivenza dell'Islam patriarcale. Fin dal suo inizio si è sentito minacciato dalle donne arabe ribelli.

 

Nel Corano appaiono due concetti che sono relazionali con gli impulsi sovversivi e i poteri distruttivi delle donne: nushuz e qaid. Entrambi si riferiscono alla tendenza delle donne di essere cittadine della comunità musulmana poco cooperative e affidabili. Nushuz si riferisce specificamente alle tendenze ribelli della sposa rispetto al marito e in un ambito nel quale l'obbedienza delle donne è vitale: la sessualità. Nel Corano è nushuz la decisione della sposa di non soddisfare il desiderio del marito di avere relazioni sessuali. Gaid è la parola chiave della Sura di Josè, nella quale il profeta è perseguitato da una sposa adultera insistente e poco scrupolosa.

Come possiamo provare, la tendenza sovversiva delle donne già fu riconosciuta dal Corano nel secolo VII, però i leader arabi attuali si sorprendono e inveiscono contro le idee distruttive importate dall'Occidente  ogni volta che esistono sospetti che le donne arabe possano sollevarsi. La tendenza di questi uomini e comprensibile: se riconoscessero che la resistenza delle donne è un fenomeno originario dell'Islam, dovrebbero riconoscere che l'aggressione contro il suo sistema non viene solo da Washington o da Parigi, ma dalle donne che abbracciano tutte le notti e, chi vuole vivere con questo pensiero?

Come i  testi sacri delle altre grandi religioni monoteiste (l'ebraismo e il cristianesimo) che l'Islam  rivendica come sua fonte e referenza, il Corano contiene gli archetipi delle relazioni gerarchiche e della disuguaglianza sessuale. Questi modelli si sono formati in quattordici secoli, grazie anche  a diverse circostanze addizionali, come per esempio il potere politico ed economico dell'età dell'oro del trionfo musulmano, quando sorse il concetto delle dshawari, le meravigliose schiave del piacere. Sono l'archetipo prefabbricato al quale le donne arabe musulmane devono confrontarsi. Le  dshawari che erano abituate ad essere ossequiose  verso gli  uomini influenti, erano la versione laica della hurì, che il Corano descrive come creatura femminile, eternamente vergine, affettuosa e bella che si offre come ricompensa ai credenti devoti quando arrivano in paradiso. Ai devoti di sesso maschile, beninteso. Questi modelli sacri e laici della donna hanno avuto un'incidenza enorme nella creazione e nel mantenimento dei ruoli sessuali della civilizzazione musulmana. Quindi perché le donne non dovrebbero ribellarsi?

Dopo tutto, nonostante molti uomini arabi e quasi tutti i turisti abbiano un'immagine romantica della donna araba, la sua vita reale e non assomiglia nemmeno un po' alle Mille e una notte. La maggioranza delle donne marocchine realizzano una grande quantità di lavori essenziali, ma non riconosciuti, come tessere coperte, montare collane, lavorare il cuoio e cucire,  lavorare nell'agricoltura, nell'amministrazione burocratica, nell'industria leggera e naturalmente nel settore dei servizi, oltre a pulire, cucinare e occuparsi dei bambini.

Senza dubbio la colonizzazione ha svalutato il lavoro delle donne ancora di più dei sistemi patriarcali autoctoni, con la perdita di prestigio del lavoro manuale causato dall'arrivo delle conoscenze tecniche e con la svalutazione del lavoro domestico, che il mondo capitalista non considera  lavoro produttivo e nemmeno include nei bilanci nazionali.

La creazione di nazioni indipendenti è stato un fattore importante per alimentare le aspettative delle donne, nonostante le stesse siano state tradite molte volte con tragiche conseguenze, per esempio in Algeria. La donna di oggi dell'Africa del Nord sogna di ottenere un impiego fisso in qualche istituzione statale, un salario e una sicurezza sociale che coprano l'assistenza medica e la pensione. Le donne non guardano più all'uomo per il loro sostentamento, ma allo stato. Nonostante questa situazione non sia l'ideale, perlomeno è un passo per migliorare, un liberarsi dalla tradizione. Inoltre grazie a questo le donne marocchine partecipano attivamente al processo d’urbanizzazione. Abbandonano le aree rurali in una proporzione comparabile alla migrazione maschile, in cerca di una vita migliore nelle città arabe, così come nelle europee. La proporzione di donne che lavorano fuori del paese è del 40% secondo un recente studio del lavoro.

Inoltre in alcune professioni la proporzione delle donne comincia a essere notevole, se si tiene in conto che dalla seconda guerra mondiale le donne marocchine vivevano recluse in casa senza poter andare a scuola o presentarsi per un impiego, pubblico o privato. Il loro contributo all'agricoltura, all'artigianato e al settore dei servizi si sviluppava negli spazi tradizionali e si poteva ignorare come tale per il suo carattere domestico. Le donne contribuivano come spose madri, figlie e zie, non come persone.

Negli anni 40 e 50 le donne marocchine ancora consideravano che il lavoro domestico era il loro destino, però adesso le donne giovani vogliono avere scuola e lavoro. Questo è ancora molto difficile da realizzare. Nell'amministrazione e nell'industria le donne solamente possono aspirare al lavoro se hanno due anni di educazione secondaria o di più, e anche e così solo dopo di avere di essersi qualificare come segretarie. Nel 1982, degli alunni della scuola primaria, solamente il 37,4% erano donne, e di quelle della scuola secondaria, il 38,1%, degli studenti universitari solamente il 26,3%.

Nelle elezioni che si celebrarono nel 1977 tre  milioni di donne  furono alle urne. Di 906 candidati al parlamento, otto erano donne e nessuna fu eletta. Il nostro parlamento attuale si compone esclusivamente di uomini. Senza dubbio quasi la metà dell'elettorato sono donne. E questo è quello che conta per i partiti politici che adesso provano a manipolare e a guadagnarsi i voti delle donne. In queste settimane di campagne elettorali le donne marocchine hanno la sensazione di vivere in altro pianeta, nei quali politici, generalmente indifferenti alle necessità delle donne, provano trovare un linguaggio che  loro intendano e addirittura si dirigono loro. È chiaro che per incontrare linguaggio adeguato dovrebbero fare miracoli, poiché dovrebbero rinunciare ai loro pregiudizi atavici. Dovrebbero superare le loro idee stereotipate della passività femminile e aprire gli occhi alla realtà delle donne marocchine, le cui principali preoccupazioni (per quanto sia difficile crederlo) non sono i cosmetici, il ballo e la danza del ventre, ma l'uguaglianza e l'opportunità dell'educazione,  il lavoro, la promozione dei suoi interessi eccetera.

Il fatto poi che alcune femministe occidentali vedano la donna araba come schiava servile obbediente, incapace di prendere coscienza o di sviluppare idee rivoluzionarie proprie che non seguano il dettato delle donne  più liberate del mondo ( New York, Parigi o Londra) a prima vista sembra più difficile da capire rispetto alla stessa posizione di un patriarca arabo.

Però se ci domandiamo molto seriamente (come io ho fatto molte volte)  perché una femminista americana o francese creda che io non sia così preparata come lei per riconoscere gli schemi della degradazione patriarcale, si scopre che questo la colloca in una posizione di potere: lei nella leader e io colei che segue. Lei che vuole cambiare il sistema perché la situazione delle donne sia più ugualitaria, rispecchia  (in fondo al suo pensiero ideologico subconscio )  l'istinto distorto, razzista e imperialista degli uomini occidentali. Anche davanti una donna araba con qualifiche, conoscenze ed esperienze simili alle sue, lei riproduce incoscientemente gli schemi colonialisti della supremazia.

Quando  incontro  una femminista occidentale che crede che le devo essere grata per la mia evoluzione del femminismo, non mi preoccupo tanto per il futuro della solidarietà internazionale delle donne, ma per la capacità del femminismo occidentale di creare movimenti sociali popolari per ottenere un cambio strutturale nelle capitali mondiali del proprio imperio industriale. Una donna che si considera femminista, invece di darsi delle arie sulla sua superiorità rispetto le donne di altre culture e per aver preso coscienza della sua situazione, dovrebbe domandarsi se sia capace di condividere questo con le donne di altre classi sociali della sua cultura. La solidarietà delle donne sarà globale quando si elimineranno le barriere entro le classi delle culture.

 

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