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Lettera di Muyesser
Care compagne italiane,
vi scrivo dopo che al ritorno in Turchia ho avuto la terribile notizia che sapete, il cui dolore ho subito pensato di condividere con voi e con tutti gli amici che hanno convissuto i giorni del mio impegno in Italia.
Nella terra in cui sono nata e cresciuta non è mai mancata la sofferenza, la povertà, il dolore. Non ho memoria della mia giovinezza. Mi ricordo soltanto bambina e poi madre - e in mezzo, fra le due età, un grande vuoto.
La mia infanzia, e poi l'infanzia dei miei figli…
La pena della povertà lascia il segno, anche se è incomparabile con il dolore della guerra.
Ecco, è questa sofferenza che ha segnato la mia maternità. Come si assomigliano, la mia infanzia e la breve vita dei miei figli… Ma c'è una differenza: loro volevano viverla, la loro giovinezza.  Cominciarono a sentirsi stranieri già sui banchi di scuola. Fu allora che cominciarono a porsi domande. Alla povertà materiale si affiancava questo inspiegabile senso di estraneità. Fu forse una risposta, una forma di rivolta, il fatto che il mio Mehmet diventasse il primo della sua classe?   Ricordo le prime parole d'amore sul suo diario di scuola, ma so anche che non aveva un soldo in tasca neppure per portare la sua ragazza fuori a cena.    Io, gli occhi di Mehmet, la nostra povertà.
Il giorno in cui decise di andare in montagna, e a me restò soltanto il profumo della sua pelle…
Ed ancora io e i miei figli, negli anni dell'esodo…
Profughi a Istanbul, portammo con noi il dolore e la miseria. Alle nostre spalle restò la mia terra in lacrime, ed anche il mio cuore. Questa città, che non avrei mai immaginato neppure in sogno, si rivelò troppo stretta per il mio Fuat. I suoi occhi nascosti dietro la zazzera bruna non ebbero il tempo di guardarla. Quando se ne andò sulle orme del fratello maggiore, di lui non mi restò nulla. Mi accorsi di quanto era cresciuto solo quando, alla vigilia della partenza, volle dormire come una volta nel mio letto.
Ho sentito il dolore dei miei figli prima ancora di vedere i loro corpi uccisi…  Compagne mie, per quanto il dolore si possa condividere, la sua profondità non si può comunicare. So che mi siete vicine, lo testimoniano le vostre lettere e i vostri messaggi. Del resto, quando i miei figli se ne sono andati sul sentiero della libertà sapevo bene che non li avrei più rivisti in vita. Eppure è strano l'istinto materno: in un angolo del mio cuore sopravviveva la speranza che chissà, un giorno…
Ma c'è qualcos'altro che vorrei condividere con voi: la mia speranza di futuro.  Ora so che non vedrò mai più Mehmet e Fuat, ma so anche che da tutto questo carico di dolore dovrà scaturire pace, fratellanza e convivenza. Non trovai la forza di dire al mio Fuat "Sia benedetto il latte che t'ho dato", quando posò il capo sulle mie ginocchia prima di portare il suo corpo giovane e delicato incontro ai proiettili. Ma ora vedo nitidamente il suo corpo dare libertà a tutti gli uccelli chiusi in gabbia, da un oceano all'altro.  Attraverso voi chiedo a tutte le madri del mondo di sostenere le madri kurde. So di dovere a voi e a tutti i cari compagni e compagne che ho incontrato in Italia il mio ringraziamento per il calore con cui mi siete vicini e vicine.
Con affetto, Muyesser Gunes

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