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Dal discorso
di Leyla Zana
il 28 marzo 2003 alla riapertura  del processo :

Rifare questo processo è una cosa molto importante.
Non si tratta solo di un evento processuale ma di una riforma al livello del sistemo giuridico.
Siamo onorati di essere la causa di una simile riforma.
Tutti i diritti acquisiti sono diritti duraturi; si tratta di un avanzamento democratico significativo.
Noi guardiamo l’esame di democrazia che la Turchia sta affrontando. Lo svolgimento di questo processo determinerà il nostro futuro. Ci sono due possibilità; o l’esame democratico della Turchia avrà un buon risultato, oppure la Turchia continuerà a collocarsi nell’elenco dei paesi non democratici.
La cosa importante non è la nostra libertà personale. La cosa importante è la soluzione pubblica per tutti noi. Dicendo 'noi', voglio dire i popoli della Turchia. Fino ad ora, chi vuole la democrazia e la pace è stato arrestato, condannato e torturato, ed è privato della liberta.
Non è sufficiente poter dire che ci sono dei giudici giusti. Si deve poter dire che esiste in Turchia la democrazia e la giustizia. Nove anni fa la decisione della Corte era la decisione del potere politico. Se la Giustizia avesse voluto assumere una buona decisone non avrebbe potuto farlo perché i giudici non erano liberi.
Oggi ci sono molti cambiamenti importanti.

Nove anni fa, il nostro paese era un lago di sangue.
Non c’era dialogo.
C’erano i morti, la sofferenza per i morti.
C’era un dialogo tra sordi e cechi.
Noi siamo arrivati al Parlamento da queste sofferenze.
Noi volevamo fermare il sangue che scorreva.
Noi abbiamo voluto essere i rappresentanti dell’’amore e della fraternità.

Io sono, in primo luogo, una donna, in secondo luogo sono una madre, in ultimo sono una attivista politica. Il mio cuore batte prima per la madre e i figli. Oggi noi abbiamo molto bisogno della fraternità. Noi vogliamo in primo luogo la fraternità dei kurdi e dei turchi. Soltanto l’amore può curare le ferite della guerra che è durata quindici anni.

La Turchia porta le tracce della civiltà dell’’Anatolia e la Mesopotamia. Questo fondamento di cultura pone la speranza del progresso. La Turchia ha fatto un passo per entrare alla Comunità Europea. Non può retrocedere. Vogliamo che l'Europa faccia un po' più di sforzo di negoziato per aiutare l’ingresso della Turchia nella Comunità Europea. Se la Turchia diventa un paese democratico sarà un centro di democrazia in Medio oriente.

La bellezza dell’’arcobaleno è che arriva dopo la pioggia e che è ricco di differenti colori. Noi possiamo danzare sotto l’arcobaleno.

I Diritti umani sono come la possibilità di danzare tutti insieme con molti colori.
Leyla Zana

 

Da "Lettere dal carcere"

PARLARE (25 maggio 1995)

Donna, taci !
Chi, tra noi, non ha mai udito questo ordine intimato da un marito, un padre, un fratello, che incarna il potere domestico? In una riunione del gruppo parlamentare del mio partito, un deputato come me, provvisto per altro di reputazione di democratico e di progressista, mi ha tolto la parola e mi ha chiesto di lasciare parlare prima gli uomini, come nella nostra buona vecchia tradizione patriarcale! Ero sconcertata. Gli ho dovuto spiegare con calma che io ero stata eletta con circa il doppio di voti che lui, che gli elettori avevano votato per me precisamente perché io parlassi, perché io esprimessi le loro sofferenze e le loro rivendicazioni in Parlamento, nei media, davanti all'opinione pubblica internazionale, e che io avevo diritto alla parola quanto chiunque altro.
Egli si è scusato per il suo atteggiamento dettato da riflessi provenienti dal fondo del tempo, e nessuno ha più osato togliermi la parola nel mio partito, né pretendere che gli uomini dovessero avere la precedenza. La tendenza si è addirittura invertita. I miei colleghi volevano che io fossi sempre la prima ad esprimermi, cosa che io egualmente rifiutavo. Volevo essere considerata come un essere umano in modo integrale, esprimermi in tutta eguaglianza con gli uomini. I miei amici del partito hanno impiegato un certo tempo ad assimilare nella pratica questa concezione di eguaglianza, ma alla fine ci sono arrivati.
Al Parlamento, su 450 deputati, eravamo solo otto donne, ed io ero la sola kurda. I miei tentativi di allacciare un dialogo con le mie colleghe turche non sono riusciti, a causa indubbiamente del peso dei pregiudizi nazionalisti. Credo anche che ciascuna di loro era la protetta di questo o di quell'altro capo di clan o di fazione; esse avevano paura per la propria carriera. Per timore di dispiacere agli uomini del potere, esse non prendevano praticamente mai la parola e si accontentavano di un ruolo di comparse.
La prima volta che ho preso la parola in Parlamento è stato in occasione del mio giuramento di investitura. Dovevo prestare giuramento sulla Costituzione e giurare solennemente che avrei rispettato i principi di quel testo antidemocratico, elaborato ed imposto dalla giunta militare del 1980. Ciò mi era tanto più penoso per il fatto che quella Costituzione legittimava un colpo di Stato militare particolarmente repressivo, definendo come ideologia ufficiale dello Stato il nazionalismo turco e i principi non meno nazionalisti di Ataturk. Essa codificava la negazione del popolo kurdo e criminalizzava ogni rivendicazione dell'identità kurda. Insomma, l'estabilishment politico militare turco ci chiedeva, a noi eletti dal popolo kurdo, di rinnegare pubblicamente la nostra identità, la ragion d'essere della nostra lotta democratica, e fare atto di vassallaggio al suo sistema. Senza quell'atto pubblico e trasmesso per televisione, il nostro mandato di deputati non sarebbe stato considerato valido.
Come evitare questa trappola che ci era stata tesa all'inizio della nostra carriera di parlamentari? Ciascuno, in particolare la popolazione che ci aveva eletto, attendeva ciò che avrebbe fatto colei che la stampa chiamava la "Passionaria dei Kurdi". Sentivo il peso di una responsabilità schiacciante. Avevo deciso di non capitolare, e, per sottolineare il mio attaccamento alla mia identità, quel giorno mi ero messa attorno ai capelli una fascia dai colori kurdi. All'appello del mio nome, un silenzio pesante si fece nel semicerchio del parlamento, peraltro stracolmo. Le decine di metri che separavano il mio seggio dalla tribuna, mi parvero interminabili. Arrivata alla tribuna, scorsi un contingente imponente di generali gallonati nelle logge dell'uditorio, dove c'erano anche parecchi diplomatici stranieri. I capi dei partiti, il governo tutto al completo, assistevano a questa cerimonia trasmessa in diretta dalle televisioni. Ecco dunque giunta l'ora della verità, mi sono detta. La piccola contadina kurda gettata nella fossa dei leoni!
Ho mobilitato tutta la mia energia per fare fronte alla situazione. Ho letto, dapprima, con calma, il testo turco del giuramento, la qual cosa formalizzava la validità del mio mandato. Poi, ho aggiunto in kurdo e in turco la frase seguente: "Ho adempiuto questa formalità costretta e forzata. Io mi batterò per la coabitazione fraterna dei popoli kurdo e turco nel quadro della democrazia". Queste poche parole hanno scatenato scene di isteria collettiva nella sala. Da ogni parte si gridava: "Separatista", "Traditrice". Il Primo Ministro Demirel, generalmente placido, era uno dei più furiosi. Mi chiedevo se non stava per avere una crisi cardiaca. Alcuni deputati urlavano: "Arrestatela, Impiccatela". Straordinario potere della parola! Erano bastate alcune parole, in fondo abbastanza banali, ma dette in una lingua proibita (un idioma incomprensibile secondo le bozze della seduta) per fare andare fuori di sé tutto quel bel mondo educato, civilizzato e sedicente democratico. E' vero che era la prima volta nella storia della Repubblica turca che si osava pronunciare una frase in kurdo alla tribuna dell'Assemblea. Ed è stato necessario che fosse una donna a compiere questo gesto iconoclasta.
I dadi erano ormai gettati. Ero classificata come "irrecuperabile", e come una nemica da abbattere dall'estabilishment turco. Il presidente del mio partito di allora, il Partito populista social-democratico (SHP), M. Inonu, figlio di un vecchio presidente della Repubblica, professore di fisica, poliglotta ed educato in occidente, che divenne persino, in seguito, vicepresidente dell'Internazionale Socialista, esigette le mie dimissioni e quelle del mio collega di Diyarbakir Hatip Dicle, che aveva egualmente ricusato la Costituzione turca di concezione militare.
Noi rifiutammo di ottemperare a questa ingiunzione, lasciando a tale partito la libertà di estrometterci per delitto d'opinione. Un po' più d'un anno dopo, in seguito al massacro di un centinaio di civili kurdi da parte dell'esercito durante la repressione delle manifestazioni del nuovo anno kurdo, il 21 marzo 1992 a Cizre, di fronte all'inazione dei dirigenti del SHP, membro della coalizione governativa, io diedi le dimissioni assieme ad una ventina di deputati kurdi per raggrupparci in seno ad una nostra formazione, l'HEP.
Mi era praticamente proibita la parola nel Parlamento, dove mi sentivo sempre di più straniera. I media controllati dal governo e dalla polizia politica (MIT) mi presentavano come una "separatista" e rifiutavano di pubblicare le mie dichiarazioni di cui non pubblicavano che dei brani deformati in funzione della ricerca dell'effetto. Ho deciso allora di uscire da quel ghetto, di rompere il muro del silenzio e della disinformazione che circondava il dramma del mio popolo, portando la mia parola fuori delle frontiere, rivolgendomi ai media ed ai dirigenti occidentali. Come se fossi stata una addetta-stampa, conducevo i giornalisti e le delegazioni di osservatori stranieri sui luoghi dei villaggi kurdi distrutti, accanto alle famiglie martirizzate.
Questa azione di testimonianza che - in una regione abbandonata all'arbitrio totale dell'esercito e delle sue milizie ausiliarie, agli omicidi dei democratici kurdi perpetrati dagli squadroni della morte - i deputati che godevano dell'immunità parlamentare erano i soli a poter condurre, disturbava molto i militari.
Ero diventata la loro bestia nera. Il mio ritratto era usato negli stand di tiro della polizia e delle unità speciali dell'esercito come l'incarnazione del nemico da abbattere. Dopo molte minacce verbali, punteggiate dall'assassinio di una sessantina di quadri dirigenti e di militanti del nostro Partito della Democrazia, l'esercito aveva deciso di colpire alla testa attaccando direttamente i deputati.
Ero evidentemente in cima alla loro lista nera. Un "commando" doveva abbattermi assieme al mio collega Mehmet Sincar, deputato di Mardin, durante la visita della nostra delegazione parlamentare a Batman, per i funerali del presidente della federazione dipartimentale del nostro partito che era appena stato assassinato da parte di uno squadrone della morte. Durante i funerali, la polizia era incaricata della nostra protezione. Dopo la cerimonia, essa ha ritirato la sua protezione ben sapendo che andavamo a visitare i commercianti della città. Estenuata di fatica e di dolori dovuti alla mia salute precaria, non ho potuto prendere parte a quell spostamento in città nel corso del quale, il 4 settembre 1993, un "commando" ha ucciso Mehmet Sincar e ferito un altro deputato, Nizamettin Togug, che l'accompagnava.
Qualche giorno più tardi, durante i funerali di Mehmet Sincar, ci fu un altro tentativo di assassinio contro di me. La casa dove in principio dovevo dormire fu attaccata e mitragliata. Trovandomi per fortuna in un altro posto per guardare l'ultimo telegiornale, sono di nuovo sfuggita ad una morte programmata. La fortuna, indubbiamente, stava dalla mia parte!
Come era mai possibile che uno Stato, tra i più antichi del pianeta, provvisto di un esercito di 800.000 soldati, di forze di polizia e di milizie considerevoli, di un apparato diplomatico e mediatico imponente, avesse paura di qualche cittadino che possedeva, come unica arma, la propria parola? Perché questo accanimento contro dei democratici pacifici che non avevano come vocazione che quella di migliorare le sorti del propri popolo e di stabilire con i loro vicini turchi dei rapporti di amicizia e di reciproco rispetto?
Il grande cineasta e pensatore kurdo Yilmaz Guney aveva senza dubbio ragione nel dire che talvolta una parola, un'immagine o una canzone potevano diventare le più temibili delle armi, come il granello di sabbia che inceppava le macchine più sofisticate.
Sicuramente le ideologie totalitarie, basate sulle menzogne, hanno paura delle parole di verità che, come un minuscolo virus, possono mandare in frantumi il loro edificio di sembianze solide ed imponenti.
Malgrado gli attentati e le minacce quotidiane che prendevano di mira la mia persona e la mia famiglia, ero risoluta a non capitolare ed ad andare all'estero a richiamare l'attenzione sulla sorte del mio popolo. Dopo una visita negli Stati Uniti, su invito di una commissione del Congresso americano, ed una serie di incontri nei Paesi scandinavi, in Inghilterra e in Germania, il nostro partito ha deciso di organizzare una vera e propria tournée diplomatica per spiegare allo stesso tempo il dramma del nostro popolo e la sorte dei nostri deputati minacciati di privazione della loro immunità parlamentare, di arresto e di condanna alla pena capitale.
Formata dai deputati Ahmet Turk, Sirri Sakik, Orhan Dogan e da me, questa delegazione venne ricevuta, il 4 febbraio, all'Eliseo dal presidente Mitterrand, poi a Strasburgo da Catherine Lalumière, segretaria generale del Consiglio d'Europa, ed a Bruxelles da Jacques Delors, presidente della Commissione europea, che ci hanno tutti ricevuti con riguardo ed hanno ascoltato attentamente le nostre istanze. La stampa ha accordato un ampio spazio a questi contatti di alto livello che innescavano l'internazionalizzazione del problema kurdo in Turchia.
Di ritorno in Turchia per fare il punto con i nostri colleghi e preparare il seguito di questa tournée in altri Paesi occidentali, venimmo posti di fronte al colpo di forza di un governo gettato nel panico dalla nostra "audience" internazionale. Convocato d'urgenza in sessione plenaria, due giorni prima di andare in vacanza, per la preparazione delle elezioni municipali, il Parlamento turco, circondato dalla polizia e dall'esercito, ha votato alla spiccia la privazione dell'immunità parlamentare a tutti i deputati membri della nostra delegazione diplomatica, così come di quella di due altri deputati potenziali "diplomatici". Questo voto vergognoso ha avuto luogo in assenza del presidente del Parlamento e dei capi dei principali partiti, all'eccezione della signora Ciller. La questione della privazione della nostra immunità parlamentare, iscritta al centocinquantunesimo posto dell'ordine del giorno dell'Assemblea, era stata, in tal modo, proposta e regolate in fretta in un clima da colpo di Stato, sotto la minaccia dei militari. Fummo arrestati e gettati in prigione.
Ci si voleva dunque, una volta di più, fare tacere. Le vivaci reazioni internazionali obbligarono le autorità a non relegarci nelle più lontane province, a custodirci insieme ad Ankara e ad autorizzare delle visite regolari dei nostri avvocati e delle famiglie.
Dalla grande prigione a cielo aperto che è attualmente la Turchia per i Kurdi e per tutti i democratici turchi, eccoci dunque chiusi tra quattro mura, dietro le sbarre, per lunghi anni. Io avevo sempre detto che se mi avessero chiuso in una fortezza o se avessero incatenato il mio corpo, nulla avrebbe potuto ostacolare la libertà del mio spirito: io continuerò fino al mio ultimo respiro a parlare, a scrivere, a gridare il mio messaggio di pace, di fratellanza e di democrazia. Dal fondo della mia prigione ho continuato a scrivere, a inviare lettere ai responsabili politici occidentali, a redigere note ed articoli per i giornali, messaggi di ringraziamento e di solidarietà a tutti coloro che sostengono la lotta del mio popolo per il rispetto della sua dignità e della sua identità. Come le bottiglie gettate in mare, alcune tra queste missive si sono perse per strada, ghermite dai carcerieri e censori turchi. Altre hanno potuto pervenire ai loro destinatari, e formano la trama di questi scritti di prigionia.
Questi scritti non costituiscono, naturalmente, un'opera strutturata. Sono frammenti di vita, emozioni e reazioni, e note di riflessione, che ho raccolto su richiesta della mia amica Antoniette Fouque, la cui presenza in diverse udienze del mio processo e le cui lettere di sostegno mi hanno molto toccata. Sarà il mio modesto contributo alla causa delle donne che lei promuove con tanta devozione ed energia da così tanto tempo.
Il mondo sarebbe invivibile senza la sua metà maschile. Anche se noi abbiamo molto da rimproverare agli uomini, non potremmo fare a meno di loro. Non potremmo costruire un mondo migliore, più giusto, né senza di loro, né contro di loro, ma solo con loro, anche educandoli, se occorre, e sbarazzandoli dei loro pregiudizi sessisti, in una lotta quotidiana, rinnovata senza sosta. Essi non sono d'altra parte tutti maschilisti, ne siamo ben lungi. La comparsa di questa raccolta deve molto agli incoraggiamenti costanti di uno di questi uomini democratici, del mio amico di sempre Kendal Nezan, che ha fatto molto per l'avanzamento delle donne kurde.
Vorrei, con questa raccolta, trasmettere alle donne kurde, come a tutte le altre, lo stesso messaggio di lotta: Parlate! Prendete la parola! Esprimetevi in tutti i modi! Che nessuno lai più possa dirci: "Donna, taci!". Rifiutiamoci di tacere! Parlare liberamente è già una avanzata decisiva sulla strada della libertà.

25 maggio 1995.

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