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Nawal el Saddawi, scrittrice egiziana, attacca direttamente, rifiutando di parlare in inglese: “Dobbiamo batterci contro l’imperialismo americano e sionista, come ieri ci siamo battuti contro l’impero britannico. (...) Dobbiamo iniziare dal rifiutare il loro vocabolario: - io non sono del “Medio Oriente”, formula che non vuol dire niente, ma dell’Africa. - io non sono del “terzo mondo”, c’è un “primo mondo”? - io rifiuto anche il termine “povero”. Noi non siamo un popolo povero, siamo un popolo che è stato derubato dal colonialismo del XX secolo. - sviluppato? Cos’è un paese sviluppato? Un paese che invade, distrugge, saccheggia, approfitta, uccide a migliaia?... - e anche “paese postcoloniale”, cosa vuol dire? Il colonialismo continua, noi siamo nel neocolonialismo. Idem per il “postfemminismo”! Noi non siamo libere. Guardate le afgane, lontane dall’essere libere dopo l’invasione americana! Si può liberare qualcuno che è sotto l'occupazione straniera??

“Bisogna anche demistificare dei concetti spesso troppo intellettuali e filosofici, sviluppati da delle élite che non sanno di cosa parlano, sia che si tratti di “sviluppo”, di “pace” o delle donne. Così come quelle che si dicono femministe, in Europa, e proteggono il velo dei paesi esteri con il pretesto che si tratti di una questione di “cultura”.

“Vi sono stati grandi dibattiti sul portare il velo, dopo la decisione francese di vietarlo. Ho visto le manifestanti, al Cairo e a Parigi, manifestare, contro loro stesse, per portare il velo! Le ho viste, a Parigi, con trucco pesante, orecchini e jeans stretti. Non è contraddittorio appoggiare tutti questi artifici, questo “velo postmoderno” inflitto dalla società patriarcale? Il peggio dei veli, è quello dello spirito. Accettando questo velo postmoderno, le donne accettano di trasformarsi in oggetto! Siamo denudate dal marketing e velate dalla religione, e tutto questo procede con lo stesso meccanismo.

“Per resistere all’imperialismo che evoco, non basta rifiutare il commercio di armi e di droga, bisogna rifiutare anche quello dei farmaci e dei cosmetici. Noi dobbiamo lottare contro i governi, se necessario contro i nostri governi, che sono gli alleati degli Stati Uniti, d’Israele e della Gran Bretagna. Dobbiamo batterci globalmente e localmente contro la globalizzazione, l’imperialismo, il patriarcato, la guerra e la dominazione da parte dell’élite. C’è forse un super potere americano, ma voi siete l’altro super potere, quello del popolo!

Arundathi Roy, la scrittrice militante: " L’imperialismo attuale usa uno pseudo femminismo per giustificarsi, in Afghanistan o in Iraq. (...). Ma noi non possiamo accontentarci di accuse eterne, dobbiamo anche prendere atto che noi abbiamo fatto il peggio nei nostri stati, sotto copertura di tradizioni, di religioni, ecc. (Arundathi cita le recenti atrocità commesse dal potere indiano verso le popolazioni svantaggiate.) “La nostra democrazia dagli accenti fascisti è sostenuta dalla sua stessa comunità. (...). Anche le donne devono rendersi conto che partecipano a questa violenza, non si può sempre biasimare gli altri. Dobbiamo interrogarci, interrogare gli altri, rifiutare di chiudere gli occhi quando la violenza tocca il nostro vicino, rifiutare questa vile tolleranza. (...).

Sahar Saba, militante afgana, Associazione rivoluzionaria delle donne afgane “La storia attuale omette di ricordare che la guerra nel mio paese è iniziata nel 1979, con l’invasione russa. Le donne furono le prime vittime di questa guerra e le prime a dire non alla guerra. Il più grande crimine degli USA è stato quello di sostenere i fondamentalisti, di tollerare le loro atrocità verso il popolo afgano.

“Dopo l'11 settembre, si vuol farvi credere che tutto vada meglio, ma le donne sono sempre sottoposte ad angherie, non hanno mai accesso alla cultura e sono sempre sotto il controllo degli uomini. Si usa la nostra immagine per giustificare la guerra, ma il nostro è paese sempre privo di sicurezza, denudato di diritto e le donne restano i bersagli degli uomini e della violenza. Quelle che testimoniano di ciò che loro hanno sofferto sono accusate di essere antimusulmane. Anche secondo la nostra assemblea nazionale, ogni donna “vale” la metà di un uomo, e questo è quello che sostengono gli USA. Un raduno come il FSM, è buono, ma il mio popolo e quello degli altri paesi oppressi attendono azioni concrete per far cessare questo imperialismo.

Irene Kahn, nuova presidente di Amnesty International. “Le guerre scelgono le donne come prime vittime e non è a caso, è perché sono portatrici di forti simboli patriottici, nazionali e religiosi. E’ in nome di questi valori che sono aggredite.

“Bisogna anche parlare del business che esiste dietro la guerra. Del mercato degli armamenti, gigantesco. Due proiettili prodotti ogni anno per ogni essere umano. Chi li produce? Chi sono le vittime?

“Vi voglio raccontare la storia di Djemila. Un’afgana che come tante altre è stata forzata al matrimonio, imprigionata dalla sua famiglia fino al matrimonio, violentata da suo “marito”, che è fuggito, tre volte, ed ogni volta riportato dalla polizia. Che infine è stato mandato in carcere, è stato liberato in seguito ma ha dovuto esiliare per sfuggire alla vendetta della sua famiglia. Sono a migliaia a conoscere questa sorte, e tutto si ripete anche adesso.

“Il lavoro su questo pianeta è per il 60 % svolto dalle donne. Ma loro recuperano solo il 10 % delle ricchezze! La globalizzazione non libera le donne, anzi al contrario. Bisogna lottare, ferocemente, contro tutte le leggi, le politiche e le pratiche antifimminili che sussistono in molti paesi.

“Ed è, anche in Occidente, nei paesi “sviluppati”, dove la causa primaria di mortalità delle donne è la violenza tra le mura domestiche e non la strada! E questo, a causa dell’impunità. Alzatevi ed esigete dal vostro governo che riconosca la corte penale internazionale. “Che le donne si uniscano alle donne! E che gli uomini si uniscano alle donne, ve ne sono già tanti, e non è una lotta di donne contro uomini.

“Alla fine noi potremo avere tutto questo, veramente. Noi possiamo esigerlo dai nostri leader politici, religiosi ed economici. Possiamo anche, e soprattutto, esigerlo da noi stesse, dalla cultura, l’istruzione, dal nostro modo di vivere. Ad ognuna di dirsi “non lo farò, non lo tollererò e non mi fermerò fino a che non avrò vinto la causa!"

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