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Pari OPPORTUNITA’/1. SECONDO UNA RICERCA EURISPES LE ITALIANE BEN RAPPRESENTATE IN POLITICA, DIVISE TRA LAVORO, CASA E MATERNITA’.

 

(DWpress) – Roma – L’Eurispes, nel suo “Rapporto Italia 2006”, presentato nei giorni scorsi, definisce le donne italiane come “acrobate” sempre più impegnate tra lavoro, lavoro di cura e maternità, e soprattutto come una grande potenzialità che l’Italia non valorizza del tutto.

“In Italia, infatti – dichiara l’Eurispes – esiste una forte carenza dei servizi per l’infanzia (attualmente l’offerta pubblica di servizi copre appena il 7,4% della domanda, mentre lascia in accolte il 32,7% delle richieste effettive) che si accompagna al permanere di una cultura che, a trent’anni dall’inizio del processo di femminilizzazione del mercato del lavoro, stenta ancora a riconoscere il mutato ruolo della donna in seno alla famiglia e alla società, e che è ben lontana dal fornire effettiva sostanza al principio delle pari opportunità. Il risultato è che – spiega l’Eurispes – contrariamente ai paesi del Nord Europa, dove le donne lavorano senza per questo rinunciare alla maternità, e dove i tassi di occupazione femminili sono prossimi o addirittura superiori agli obiettivi di Lisbona, il nostro Paese è caratterizzato da un bassissimo livello di fecondità (1,33 nel 2004) e da un altrettanto modesto tasso di occupazione femminile (45,1), il più basso dell’Unione a 15 nel 2004”.

L’indagine ha evidenziato, inoltre, che “solo l’8,3% degli italiani ritiene che le donne siano già sufficientemente rappresentate e che pertanto non sia necessario favorirne una maggiore presenza. Il campione si divide sull’idea secondo cui una donna per affermarsi in politica deve dimostrare di essere molto più brava rispetto ad un uomo: il 50,7% si dichiarano poco o per niente d’accordo, al contrario il 48,3% afferma di essere abbastanza d’accordo o del tutto d’accordo”.

Per quanto riguarda la scarsa presenza delle donne in politica, alcuni tra gli intervistati ritengono che si tratti di un’effettiva discriminazione, altri credono sia dovuta alla difficoltà di conciliare gli impegni politici con la casa e la famiglia e altri ancora ritengono pure che il vero motivo sia l’insufficiente preparazione delle donne sulla politica o un loro generale disinteresse.

Due italiani su tre, sempre secondo i dati dell’indagine, “si dicono favorevoli all’introduzione delle ‘quote rosa’ poiché ritengono che l’imposizione per legge di un determinato numero di posti riservati alle donne sia l’unico modo di garantire una certa presenza femminile in politica. Il 16,1%, diversamente, esprime il proprio disaccordo verso la loro introduzione, in quanto è dell’opinione che le donne debbano conquistarsi le cariche pubbliche al pari degli uomini. Il 14%, infine, è sfavorevole perché ritiene che non sia attraverso un’imposizione di tipo legislativo che si possono creare le pari opportunità e che queste vadano perseguite creando le condizioni che possano assicurare alle donne un’effettiva partecipazione alla vita pubblica”.

L’Eurispes ha poi realizzato un’ulteriore indagine sugli stereotipi di genere per scoprire le opinioni in merito ai ruoli maschili e femminili nella società di oggi, l’evoluzione dei due sessi e gli stereotipi con la diffusione del maschilismo. “Il 68,2% degli italiani sostiene che il ruolo dell’uomo ed il ruolo della donna all’interno della famiglia dovrebbero essere intercambiabili, per il 23,6% dovrebbero essere in parte distinti e per il 6,9% dovrebbero essere decisamente distinti. (…) Secondo la metà degli intervistati, gli uomini e le donne sono diversi per natura, per il 28% non sono realmente diversi, per il 17,2% sono diversi soprattutto per ragioni culturali. Per la maggioranza degli interpellati, la diversità tra i due sessi è in primo luogo prodotta dalla natura, e quindi anche dalle differenze fisiche e biologiche. Una parte significativa dei soggetti – spiega ancora l’Eurispes – è dell’idea che le differenze tra le singole persone non siano determinate in modo rilevante dal sesso di appartenenza, quanto piuttosto dalle personalità individuali”.

La ministra per le Pari Opportunità, Stefania Prestigiacomo, commenta così l’indagine: “I dati resi noti dall’Eurispes, con due italiani su tre favorevoli alle ‘quote rosa’, confermano, ancora una volta, come nel paese esista ormai la consapevolezza che le quote rappresentano uno strumento opportuno e necessario per avviare un processo di riequilibrio della rappresentanza nelle assemblee elettive. Ormai da mesi tutti i sondaggi indicano univocamente che gli italiani e le italiane sono favorevoli alle quote, con percentuali che vanno dal 60 all’80%. Credo che questo dato possa e debba ulteriormente confermare nelle forze politiche, alla vigilia dell’importante voto del Senato sul ddl governativo sulle pari opportunità, l’esigenza di dare un segnale politico al paese, confermando in Parlamento, ma soprattutto nella composizione delle liste la concreta volontà di valorizzare la risorsa femminile in politica”, conclude Prestigiacomo.

Un’altra parte dell’indagine porta alla luce un dato che testimonia che una donna su cinque, tra quelle occupate al momento della gravidanza, non lavora più dopo il parto per svariati motivi, che no sempre però, dipendono dalla sua volontà. Nel 69% dei casi è la donne a licenziarsi, nel 23,9% è perché è scaduto un contratto che non le è stato rinnovato o perché è stata direttamente licenziata. Questo perché le donne sono considerate risorse preziose per le aziende finché non rimangono incinte, dopodiché, come dire, non servono più a nulla, vengono considerate solo dei casi ‘problematici’ dei quali magari è preferibile sbarazzarsi il prima possibile.

I dati Eurispes riportano anche la voce della maggioranza degli italiani favorevoli alla possibilità di abortire, in linea generale, ma poco propensi per alcuni casi specifici, come la mancanza di risorse economiche o la specifica volontà, da parte della madre, di non avere un bambino. Una buona percentuale degli intervistati si dice favorevole all’aborto nel caso di pericolo per la madre, di gravi anomalie e malformazioni del feto e in caso di violenza sessuale; ma le percentuali positive scendono notevolmente quando i motivi dell’interruzione sono più attinenti alle condizioni economiche o alla volontà della madre di non avere figli.

 

 

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