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Risoluzione 1325 (2000)
Adottata dal Consiglio di Sicurezza
nella sua 4213a sessione,celebrata il 31 ottobre 2000
Il Consiglio di Sicurezza,
Ricordando le sue risoluzioni 1261
(1999), del 25 agosto 1999, 1265(1999) del 17 settembre 1999, 1296 (2000), del
19 aprile 2000, e 1314(2000), del 11 agosto 2000, come anche le dichiarazioni
pertinenti del suo Presidente, e ricordando anche la dichiarazione presentata
alla stampa dal suo Presidente in occasione della Giornata delle Nazioni Unite
sui Diritti della Donna e della Pace Internazionale , l’ 8 marzo 2000 (SC/6816),
Ricordando anche gli impegni annunciati
dalla Dichiarazione e dalla Piattaforma d’ Azione di Beijing (A/52/231), cosí
come i contenuti del documento finale della ventitreesima Sessione Speciale
dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite intitolata “La donna nell’ anno
2000: uguaglianza di genere, sviluppo e pace per il secolo XXI”
(A/S–23/10/Rev.1), specialmente in relazione alla donna e ai conflitti armati,
Tenendo presenti i propositi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e la
responsabilità primordiale del Consiglio di Sicurezza in virtù della Carta, di
mantenere la pace e la sicurezza internazionale, Esprimendo preoccupazione per
il fatto che i civili e in particolare le donne e i bambini, costituiscono la
stragrande maggioranza di coloro che sono afflitti dai conflitti armati, anche
come rifugiati e sfollati interni, e sempre di più subiscono gli attacchi dei
combattenti e di altri elementi armati,e riconoscendo gli effetti che questo ha
sulla pace durevole e sulla riconciliazione.
Riaffermando il ruolo importante che
svolgono le donne nella prevenzione e nella soluzione dei conflittio e nella
consolidazione della pace e enfatizzando l’importanza della partecipazione
paritetica e il pieno intervento in ogni sforzo di mantenimento e di promozione
della pace e delle sicurezza, e la necessità di incrementare il loro ruolo nei
processi decisionali in materia di prevenzione e soluzione dei conflitti,
riaffermando anche la necessità di applicare pienamente le disposizioni del
diritto internazionale umanitario e la legislazione sui diritti umani perché
proteggano i diritti delle donne e delle delle bambine durante e dopo i
conflitti.
Enfatizzando la necessità che tutte le
parti assicurino che nei programmi di rimozione delle mine e di informazione sul
pericolo delle mine si tenga conto delle necessità specifiche delle donne e
delle bambine
Riconoscendo la necessità urgente di
incorporare una prospettiva di genere nelle operazioni di mantenimento della
pace, e a questo riguardo, tenendo conto della Dichiarazione di Windhoek e del
Piano di Azione della Namibia sull’incorporazione di una prospettiva di genere
nelle operazioni multidimensionali di sostegno alla pace (S/2000/693),
Riconoscendo ugualmente l’importanza
della raccomandazione contenuta nella dichiarazione fatta alla stampa dal suo
Presidente l’8 marzo del 2000, perché si impartisca al personale di mantenimento
della pace un addestramento specializzato per la protezione, le necessità
specifiche e i diritti umani delle donne e dei bambiNi in situazioni di
conflitto, Riconoscendo che la comprensione degli effetti dei conflitti armati
sulle donne e le ragazze, i meccanismi istituzionali efficaci per garantire la
loro protezione e piena partecipazione nel processo di pace possano contribuire
considerabilmente al mantenimento e alla promozione della pace e della sicurezza
internazionali, Tenendo conto della necessità di consolidare i dati riguardanti
gli effetti dei conflitti armati sulle donne e le ragazze, 1. Spetta agli Stati
Membri di assicurare l’incremento della rappresentazione delle donne in tutti i
livelli di adozione delle decisioni nelle istituzioni e nei meccanismi
nazionali, regionali e internazionali per la prevenzione, la gestione e la
soluzione dei conflitti;
2. Incoraggia il Segretario Generale ad
applicare il suo piano strategico d’azione (A/49/587) nel quale si chiede un
aumento della partecipazione delle donne nei livelli di adozione delle decisioni
per la soluzione dei conflitti e nei processi di pace
3. Spetta al Segretario Generale di
nominare più donne come rappresentanti e inviate speciali per realizzare
missioni proficue in suo nome, e a questo proposito, chiede agli Stati Membri di
presentare al Segretario Generale delle candidate per includerle in una lista
centralizzata aggiornata periodicamente;
4. Spetta ugualmente al Segretario
Generale di cercare di ampliare il ruolo e il contributo delle donne nelle
operazioni delle Nazioni Unite sul terreno, e especialmente tra gli osservatori
militari, la polizia civile e il personale addetto ai diritti umani e ai compiti
umanitari;
5. Esprime la sua volontà di incorporare
una prospettiva di genere nelle operazioni di mantenimento della pace, e spetta
al Segretario Generale di far sì che, laddove serve, le operazioni sul terreno
includano delle componenti di genere;
6. Domanda al Segretario Generale di
procurare agli Stati Membri delle direttive e dei materiali formativi sulla
protezione, i diritti e le necessità specifiche delle donne, come anche
sull’importanza della partecipazione delle donne nell’adozione di tutte le
misure di mantenimento e di consolidamento della pace; invita gli Stati Membri
ad includere questi elementi, così come la formazione, allo scopo di rendere
consapevoli riguardo al HIV/SIDA, nei loro programmi nazionali di addestramento
di personale militare e della polizia civile come preparazione al loro
dispiegamento; e inoltre chiede al Segretario Generale di vegliare perché il
personale delle operazioni di mantenimento della pace riceva un addestramento
analogo;
7. Spetta agli Stati Membri di aumentare
il loro sostegno finanziario, tecnico e logistico volontario alle attività di
addestramento destinate a creare una sensibilità sulle questioni di genere,
includendo anche coloro che procurano i fondi e i programmi pertinenti, fra i
quali il Fondo di Sviluppo delle Nazioni Unite per la Donna e il Fondo delle
Nazioni Unite per l’Infanzia, come anche l’Ufficio dell’Alto Commmissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati ed altri organismi pertinenti;
8. Chiede a tutti coloro che partecipano
alla negoziazione ed applicazione di accordi di pace di adottare una prospettiva
di genere, nella quale si tenga conto tra le varie cose:
a) Delle necessità specifiche delle
donne e delle ragazze durante il rimpatrio e il rinsediamento, così come per la
riabialitazione, la reintegrazione e la ricostruzione dopo i conflitti;
b) Delle misure per appoggiare le
iniziative di pace delle donne locali e i processi autoctoni di soluzione dei
conflitti e per far partecipare le donne in tutti i meccanismi di applicazione
degli accordi di pace;
c) Delle misure per garantire la
protezione e il rispetto dei diritti umani delle donne e delle ragazze,
particolarmente in relazione alla Costituzione, al sistema elettorale, alla
polizia e al sistema giudiziario;
9. Esorta tutte le parti coinvolte in un
conflitto armato a rispettare pienamente il diritto internazionale applicabile
ai diritti ed alla protezione delle donne e delle ragazze, specialmente in
quanto civili, in particolare gli obblighi corrispondenti alla Convenzione di
Ginevra del 1949 e ai suoi Protocolli Addizionali del 1977, la Convenzione sui
Rifugiati del 1951 e il suo Protocollo del 1967, la Convenzione
sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro la donna del 1979
e il suo Protocollo Facoltativo del 1999 e la Convenzione delle Nazioni Unite
sui Diritti del Bambino del 1989 e i suoi due Protocolli Facoltativi del 25
maggio del 2000, e a tenere presenti le disposizioni pertinenti dello Statuto di
Roma della Corte Penale Internazionale;
10. Spetta a tutte le parti coinvolte in
un conflitto armato di adottare delle misure specifiche per proteggere le donne
e le ragazze dalla violenza di genere, particolarmente dallo stupro e da altre
forme di abusi sessuali e da tutte le ulteriori forme di violenza in situazioni
di conflitti armati;
11. Enfatizza la responsabilità di tutti
gli Stati a porre fine all’impunità e a sottoporre a giudizio i colpevoli di
genocidio, di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, specialmente quelli
connessi con la violenza sessuale e di altro tipo contro le donne e le ragazze,
a questo riguardo, impone la necessità di escludere questi crimini, quando è
possibile, dalle disposizioni di amnistia;
12. Esorta tutte le parti coinvolte in
un conflitto armato a rispettare il carattere civile ed umanitario degli
accampamenti e degli insediamenti dei rifugiati e a tenere conto delle necessità
specifiche delle donne e delle ragazze, anche nella pianificazione degli
accampamenti e degli insediamenti, e ricorda le sue risoluzioni 1208 (1998), del
19 novembre del 1998, e 1296 (2000), del 19 aprile del 2000;
13. Incoraggia tutti quelli che
partecipano alla pianificazione per il disarmo, la smobilitazione e la
reintegrazione, a tenere presenti le necessità diverse degli ex combattenti a
seconda che siano di genere femminile o maschile e a tenere in conto le
necessità dei familiari a loro carico;
14. Riafferma che, ogniqualvolta si
adottino misure in virtù dell’Articolo 41della Carta delle Nazioni Unite, si sia
disposti a tenere conto dell’effetto che potrebbero avere sulla popolazione
civile, tenendo presenti le necessità specifiche delle donne e delle ragazze, al
fine di attuare le opportune eccezioni umanitarie del caso;
15. Esprime la sua volontà di assicurare
che nelle missioni del Consiglio di Sicurezza si tenga conto delle prospettive
di genere e dei diritti della donna, anche con consultazioni con i gruppi locali
ed internazionali di donne;
16. Invita il Segretario Generale a
promuovere uno studio sugli effetti dei conflitti armati sulle donne e sulle
ragazze, e sul ruolo delle donne nella consolidazione della pace e sulle
dimensioni di genere dei processi di pace e di soluzione deiconflitti, e lo
invita ugualmente a presentare una relazione informativa al Consiglio di
Sicurezza sui risultati di questo studio e a metterli a disposizione di tuttio
gli Stati Membri delle Nazioni Unite;
17. Chiede al Segretario Generale,
quando occorre, di indicare nei suoi rapporti al Consiglio di Sicurezza i
progressi realizzati rispetto all’inclusione delle questioni di genere in tutte
le missioni di mantenimento della pace e in tutti gli altri aspetti connessi con
le donne e le ragazze;
18. Decide di proseguire occupandosi
attivamente della questione.
La risoluzione ONU 1325 nel mondo e il
Consiglio di Sicurezza delle Donne Tedesche.
Per la WILPF-Italia a cura di Patrizia
Sterpetti
Finalmente esiste anche la versione in
italiano della Risoluzione 1325, approvata dal Consiglio di Sicurezza il 31
ottobre 2000, su pressione anche del NGO Working Group on Women, Peace and
Security formato da: Hague Appeal for Peace; International Alert; International
Women’s Tribune Center; Women’s Caucus for Gender Justice; Women’s Commission
for Refugee Women and Children; Women’s International League for Peace and
Freedom; di alcune agenzie UN come l’UNIFEM e di alcuni Stati membri del
Consiglio di Sicurezza come la Namibia, il Bangladesh, il Canada, la Jamaica. La
Risoluzione 1325 sancisce il riconoscimento del ruolo specifico delle donne
nella prevenzione e soluzione dei conflitti e nel consolidamento della pace, in
più stabilisce la necessità della corresponsabilità decisionale da parte delle
donne e di un approccio diffuso di genere nel trattamento di tutta questa
materia. Il testo completo è consultabile sul sito:
www.peacewomen.org.
In un incontro svoltosi il 24/2 presso
la Casa Internazionale delle Donne di Roma Heidi Meinzolt-Depner, coordinatrice
delle sezioni europee WILPF, ha chiarito i punti deboli dell’impostazione e
dell’applicazione della Ris. 1325. Il cammino preparatorio che precede
l’adozione di questa storica risoluzione include tappe importanti, quali: La
Convenzione Contro Tutte le Forme di Discriminazione Contro le Donne (CEDAW)
1979; la Dichiarazione e il Piano d’Azione di Beijing del 1995; le conclusioni
concordate dall’ECOSOC sul gender mainstreaming del 1997; la Dichiarazione della
Presidenza del Consiglio di Sicurezza (il Bangladesh) l’8 marzo 2000; la
Dichiarazione Windhoek ed il Piano d’Azione della Namibia su “Mainstreaming, una
Prospettiva di Genere nelle Operazioni Multidimensionali di Supporto alla Pace”
del maggio 2000; il documento risultato dalla Sessione Speciale dell’Assemblea
Generale dell’ONU “Donne 2000: Parità di Genere, Sviluppo e Pace per il XXI
secolo. Beijing + 5”. Per rendere più chiare le responsabilità diffuse della
stasi dell’applicazione della Ris.1325 è bene indicare quali sono i
soggetti incaricati di renderla effettiva: il Consiglio di Sicurezza, il
Segretario Generale, gli Stati Membri, tutte le parti coinvolte in un conflitto
armato, tutti coloro che sono coinvolti nella pianificazione, smobilitazione,
disarmo, rimpatrio, reinsediamento e reintegrazione di popolazioni, tutti gli
attori coinvolti nella negoziazione ed applicazione di accordi di pace. Per
poter comprendere l’insoddisfazione e la preoccupazione delle osservatrici di
diverse parti del mondo riguardo un primo bilancio dell’adozione della Ris. 1325
va ridetto che gli impegni cruciali da essa invocati sono: la parità di genere
ad ogni livello decisionale; la prospettiva di genere nei rapporti del
Segretario Generale e nelle missioni promosse dal Consiglio di Sicurezza; la
protezione ed il rispetto dei diritti umani delle donne e delle ragazze; la
prospettiva di genere nei processi post-conflitto e di mantenimento della pace.
Ma ecco che a tutt’oggi su circa 50 Rappresentanti Speciali del Consiglio di
Sicurezza o Inviati Speciali per operazioni di pace solo una è una donna, in
Georgia. In più sono solo 4 le donne incaricate di dirigere missioni per il
mantenimento della pace (in Guatemala, Congo, Etiopia ed Eritrea, Georgia). La
quota del 30% per le donne, stabilita dal sistema delle NU per il 2005, non è
stata avviata. Nei conflitti armati permangono forme di violenza sessuale come
stupri o altre violazioni basate sul genere (in Congo lo stupro è un’arma
bellica sistematica; in Iraq sono in aumento i casi di rapimento, stupro e
traffico sessuale delle donne). Ancora va detto che solo 5 missioni
per il mantenimento della pace sono dirette da uno staff concretamente
impegnato nelle questioni di genere (a Timor Est, in Congo, in Costa
d’Avorio e in Sierra Leone). Purtroppo però queste unità restano
deboli e carenti di personale in mancanza di un mandato di autorità
(in Costa d’avorio una volontaria UN è l’unica di tutto lo staff
dell’Unità per i Diritti Umani ad occuparsi delle questioni di
genere). In effetti se la formazione di genere è obbligatoria per
i “peacekeepers”, la sua integrazione dipende dalla volontà politica
di ciascun capo-missione. Spesso i bisogni e la voce dei famigliari
degli ex-combattenti vengono ignorate (vedi le “mogli” dei ribelli
ugandesi della Lords Resistance Army). Le donne e le ragazze rifugiate
subiscono regolarmente violenza sessuale o di genere nei campi o negli
insediamenti, venendo costrette a far sesso per ottenere aiuti
umanitari. Restano scarsi i verbali che relazionano consultazioni tra
il Consiglio di Sicurezza e gruppi di organizzazioni di donne durante
le missioni. Perfino il linguaggio della Ris. 1325 risulta debole
nelle sue forme verbali (“esprime, enfatizza, richiede…”) se
confrontato con altre risoluzioni come la Ris. 1373 Anti-Terrorismo
(“decide, ordina, dichiara…”). Mancano meccanismi di monitoraggio ed
informazione sulla sua applicazione. Mancano le quote e degli
obiettivi con scadenze temporali (presenti invece nella Risoluzione
del Parlamento Europeo sulla partecipazione delle donne nella
risoluzione pacifica dei conflitti). Quest’altra risoluzione, lanciata
dalla politica svedese Maj Brittheorin, è stata approvata ma poi
dimenticata. Gli ulteriori problemi che bloccano l’attuazione della
Ris. 1325 rimandano alla mancanza di volontà politica degli Stati
membri del sistema delle NU. Di fatto le questioni di genere non
vengono riconosciute e restano marginali presso molti Stati membri. Le
donne risultano come vittime ma non come agenti attivi. I responsabili
dei budgets non elargiscono facilmente risorse destinate a programmi
di genere. Molte persone ignorano l’esistenza della Ris. 1325, nelle
NU, nei governi, nella società civile, per di più è carente lo scambio
sistematico di informazioni fra le agenzie ONU ed il terreno, la Ris.
1325 non è ancora disponibile in tutte le lingue.
Cosa fa il Canada per la Ris. 1325
Il Canada è uno degli Stati che componevano il Consiglio di Sicurezza
delle NU quando la Ris. 1325 è stata adottata e che ha contribuito a
creare una coalizione di paesi — gli amici della Ris. 1325 — che
discutono delle priorità riguardanti l’applicazione della risoluzione
e ne fanno la promozione a livello locale, regionale ed
internazionale. Il Comitato canadese su donne, pace e sicurezza
riunisce rappresentanti del parlamento, della società civile e del
governo per promuovere l’applicazione della risoluzione in Canada.
Nell’ottobre 2002 il Gruppo di lavoro sulla disparità fra i sessi
nell’ottica del consolidamento della pace, patrocinato dal Comitato
coordinatore canadese per il consolidamento della pace ed il Centro di
ricerche per lo sviluppo internazionale, hanno copatrocinato una
discussione tra specialisti sulla Ris. 1325. Il Canada e il regno
Unito hanno messo a punto una iniziativa di formazione, il Gender
Training Initiative, un corso di tre giorni destinato al personale
civile e militare per mostrare come svolgere le operazioni di sostegno
alla pace in una prospettiva paritetica. Nel 2002 il Programma sulla
sicurezza umana del Ministero degli Affari Esteri e del Commercio
Internazionale ha patrocinato una serie di tavole rotonde su pace e
sicurezza ed in particolare la Tavola rotonda sulle donne afghane.
Universitari, rappresentanti di governo, membri della società civile
si sono riuniti per discutere vari temi fra cui le sfide da
raccogliere per poter applicare la Ris. 1325. Nel 2003, il Gruppo di
lavoro sulla disparità fra i sessi nell’ottica del consolidamento
della pace, patrocinato dal Comitato coordinatore canadese per il
consolidamento della pace, ha presentato un rapporto nell’ambito del
dialogo sulla politica estera, organizzato dal Ministero degli Affari
Esteri e del Commercio Internazionale.
Cosa succede a livello mondiale per la Ris. 1325
Nell’ottobre 2002 il Consiglio di Sicurezza ha dato luogo ad una
discussione aperta nel corso della quale le rappresentanti di 37 paesi
hanno affrontato diversi temi relativi alle donne ed ai conflitti. Nel
novembre 2002 l’UNIFEM ha pubblicato la sua valutazione curata da
esperti indipendenti sull’impatto dei conflitti armati sulle donne e
sul ruolo delle donne nella costruzione della pace. Secondo questo
rapporto per migliorare la situazione delle donne in tempo di guerra
le NU e gli Stati Membri devono impegnarsi maggiormente ad includere
le donne in tutti gli aspetti delle operazioni di pace, nei programmi
di costruzione di pace e di riconciliazione. Da maggio 2003 le
curatrici WILPF del sito Peace Women aggiornano la lista delle
iniziative della società civile, dell’ONU e dei governi per assicurare
la partecipazione delle donne alla ricostruzione dell’Iraq.
Indirizzi utili sono il bollettino elettronico 1325 E-News
www.peacewomen.org/news/1325 News/1325E newsindex.html
La lista di diffusione donne, pace e sicurezza http://
list.web.net/lists/listinfo/women-peace-and-security
Il gruppo di lavoro uguaglianza fra i sessi e consolidamento della
pace: www.peacebuild.ca
Cosa fa la Germania per la Ris. 1325
Heidi Meinzolt, della WILPF, ha puntualizzato ulteriori aspetti
problematici dell’applicazione della Ris. 1325. In Germania non è
riconosciuto, ad esempio, il diritto d’asilo alle donne vittime di
violenza sessuale, di conseguenza è difficile che vengano rispettate
realmente le raccomandazioni della Ris. 1325 per la difesa dei diritti
umani delle donne e delle ragazze e la loro protezione rispetto a
stupri, abusi sessuali e di violenza di genere in situazioni di
conflitto armato. Ancora, essendo la Germania responsabile della
missione in Afghanistan, il Consiglio di Sicurezza delle Donne Tedesco
(vedi sotto) ha incontrato a Bonn una delegazione di poliziotte
afghane le quali hanno espresso le difficoltà che incontrano
ricoprendo questo ruolo del tutto inusuale per le donne nel contesto
dove operano. Heidi Meinzollt ha poi ricordato come le iniziative
realizzate dal basso dalle donne spesso non vengano annoverate nei
rapporti ufficiali: è il caso dello sforzo delle donne albanesi della
WILPF durante la guerra in Kossovo per disarmare uno ad uno i
rispettivi coniugi. In prospettiva ha poi sottolineato come molte
donne ritengano opportuno creare una lobby per far convergere la Ris.
1325 con la Risoluzione del Parlamento Europeo promossa
dall’europarlamentare svedese Maj Brittheorin (rimasta inapplicata).
In Germania, per reagire a tutta questa inosservanza ed intensificare
l’attività di lobbing, nel marzo 2003 è nato il Consiglio di Sicurezza
delle Donne (German Women’s Security Council) nel corso di una
conferenza di donne per la pace. Il nome è altisonante proprio per
dare forza simbolica all’iniziativa.
Si tratta di un Consiglio di 10 donne appartenenti al settore
femminista, pacifista, della politica estera e della sicurezza, ad
organizzazioni per lo sviluppo, a fondazioni politiche e ad istituti
di ricerca pacifista. Gli scopi della lobby sono: la focalizzazione di
una competenza politica femminista; l’integrazione della prospettiva
di genere nella politica estera e della sicurezza; il rafforzamento
dell’applicazione nazionale della Ris. 1325; l’accompagnamento critico
del lavoro del Governo tedesco all’interno del Consiglio di Sicurezza;
la difesa del diritto internazionale e degli standard dei diritti
umani; una nuova definizione della nozione di sicurezza dal punto di
vista femminista; lo sviluppo di un catalogo di criteri femminista e
specifico per le missioni civili; sensibilità per le donne e supporto
delle donne nelle regioni di conflitto.
Le attività svolte, tenendo conto del fatto che per due anni la
Germania siede nel Consiglio di Sicurezza delle NU, sono state
diverse. Sono stati inviati degli appelli al Governo tedesco ed alla
sua rappresentanza presso le NU riguardanti la partecipazione delle
donne alla ricostruzione dell’Iraq. Si è dialogato con politici e
collaboratori del MAE tedesco. Sono stati organizzati dei dibattiti
pubblici sui diritti delle donne nelle società islamiche con
l’Istituto femminista della Fondazione Heinrich-Böll. Sempre in
cooperazione con altre fondazioni è stata organizzata una conferenza
dal titolo:”La sicurezza umana è la sicurezza delle donne? Nessuna
sicurezza è durevole senza la prospettiva di genere”. Heidi Meinzolt,
che è membra per la WILPF di questo Consiglio, ha raccontato che in
occasione del terzo anniversario dell’approvazione della Risoluzione
1325 il Consiglio di Sicurezza delle Donne Tedesche ha inviato un
Piano d’Azione per la sua applicazione rapida di tale risoluzione a
Kerstin Müller, vice ministra del MAE inviata a New York presso le NU.
La Müller ha tenuto un discorso in parte vicino alle richieste del
German Women’s Security Council, in parte divergente. Il Consiglio di
Sicurezza delle Donne ha quindi avanzato l’ulteriore richiesta di
introduzione di quote per una presenza di donne pari al 50%. In più ha
attivato un’iniziativa provocatoria: una cartolina da far inviare
dalle donne a varie autorità competenti con su scritto:”Vi sono 1325
ragioni per applicare la Risoluzione 1325 delle NU”. Quello che segue
è il testo integrale del Piano d’Azione del Consiglio di Sicurezza
delle Donne Tedesche. La WILPF-Italia lancia una proposta a tutte le
donne: vogliamo provare a mettere in piedi un Consiglio di Sicurezza
delle Donne Italiane per vegliare sul Governo italiano e sulle sue
rappresentanze presso le NU riguardo la Ris. 1325, la pace, il
disarmo?
Per contatti: WILPF-Italia ada.donno@tin.it
Sito Consiglio di Sicurezza delle donne www.glow-boell.de (News)
www.konfliktbearbeitung.net
Piano d’azione per l’applicazione rapida della Risoluzione 1325
Proponiamo che i governi si concentrino, per l’applicazione a breve e
medio termine, su certi punti specifici. A lungo termine si deve
lavorare all’applicazione di tutte le richieste.
Le nostre raccomandazioni sono basate sullo studio critico di tre
rapporti :
1. « Women, War and Security », di un gruppo di lavoro che
travalica le Nazioni Unite, scritto su richiesta del Consiglio di
Sicurezza.
2. Il « Piano dei 21 punti », del segretario generale dell’ONU
Kofi Annan per l’applicazione della Ris.1325 sulla base di uno
studio « Women, Peace and Security » presentato il 16.10.2002 al
Consiglio di Sicurezza.
3. Lo studio « Women, war and peace » scritto riferendosi ad una
decina di zone di conflitto da Elisabeth Rehn et Ellen Johnson Sirleaf
per l’UNIFEM, contenente una serie di raccomandazioni alle istanze
dell’ONU.
Praticamente in tutte le zone di conflitto nel mondo vi sono
iniziative di donne impegnate per il dialogo, la pace e la
riconciliazione. Le donne e le ragazze non sono unicamente delle
vittime. Sono attive e dispongono di un grande potenziale sociale. La
comunità internazionale dovrebbe fare di tutto per rinforzare questo
ruolo.
Sfortunatamente, questo aspetto centrale è valorizzato soltanto dalle
autrici Rehn et Sirleaf, mentre ha scarso rilievo nello studio «
Women, peace and security » e nelle raccomandazioni di Kofi Annan.
Noi ci siamo dunque concentrate in un primo momento sugli aspetti
della risoluzione 1325 atti a rinforzare il ruolo attivo delle donne.
La richiesta più importante della 1325 ci sembra essere: « Le donne
devono essere meglio rappresentate in tutte le istituzioni nazionali,
regionali e internazionali e nei meccanismi di prevenzione, di
regolamento e di risoluzione dei conflitti a tutti i livelli di
decisione ».
Per l’applicazione di questa richiesta, bisogna formulare degli
obiettivi concreti (delle quote). Le quote non sono certamente una
panacea, in certi casi sarà difficile applicarle. Il fatto di
rinunciare alle quote concrete ripropone ogni volta un invito non
vincolante e rinforza i poteri e gli interessi che vogliono che le
donne restino fuori dai processi politici.
• In tutte le negoziazioni di pace e in tutte le organizzazioni
incaricate di applicare gli accordi di pace bisogna introdurre una
partecipazione almeno del 30% di donne. Attualmente ciò riguarda, fra
altri, l’Afghanistan, l’Iraq, Israele-Palestina e la Repubblica
Democratica del Congo
• Bisognerebbe dare mandato ad un gruppo interno dell’ONU per
monitorare e riferire al Segretario Generale ed alle commissioni
responsabili dell’ONU sull’ applicazione di queste direttive. In caso
di violazione, bisognerebbe diminuire i fondi già accordati per la
ricostruzione. Ad esempio: se la quota minima del 30% è inferiore al
10%, le sovvenzioni verranno diminuite del 10%.
• Dato che la maggior parte delle donne dispone di molte meno
risorse finanziarie degli uomini, soprattutto nei paesi non
industrializzati, noi sosteniamo espressamente le richieste di Rehn et
Sirleaf per creare un fondo dell’ONU (UN trust fund) per sostenere le
donne attiviste per la pace.
• Durante le fasi di ricostruzione di un paese bisogna mettere
molto di più l’accento sull’ancoraggio dei diritti paritetici. È
necessario al minimo un 30 % di donne in tutte le commissioni che
elaborano il futuro sistema giuridico come la futura Costituzione.
• Questo vale per le prime elezioni nella fase di ricostruzione:
almeno il 30% dei seggi dei parlamenti nazionali e regionali devono
essere riservati alle donne. Le poche esperienze conosciute finora
basate su tali regolamenti sono molto positive; bisognerebbe
analizzarle in modo molto differenziato all’interno di uno studio
finanziato dall’ONU e presentato ad un grande pubblico.
• Tutti questi processi dovrebbero essere controllati da un
gruppo di monitoraggio dell’ONU e sanzionati in caso di inadempienza
con una diminuzione delle sovvenzioni.
• I corsi di formazione (continua) svolgono un ruolo primordiale
nelle fasi di ricostruzione. È necessario assicurare che tutte le
misure di formazione siano accessibili per il 50% alle donne e alle
ragazze e che la loro partecipazione sia promossa espressamente. Il
governo tedesco si è molto impegnato in questa direzione e dovrebbe
fare pressione sull’ONU per creare un’unità incaricata di coordinare
tutti i corsi di formazione per le donne e le ragazze nelle zone di
conflitto.
• La promozione della partecipazione paritetica delle donne nei
settori della giustizia e della sicurezza è molto importante. Già per
la formazione delle donne poliziotte e giudici, si deve fare
attenzione a mobilitare pubblicamente un numero sufficiente di donne.
Nell’organizzazione dei programmi di formazione si deve ricorrere
alla sensibilità di genere: bisogna dare molto spazio ai diritti delle
donne/diritti umani come alla lotta contro la violenza su base
sessuale e contro la violenza domestica.
• Per la ridistribuzione di fondi per l’aiuto umanitario, si
deve, grazie a dei budgets « gender » fare attenzione al fatto che le
donne e le ragazze possano beneficiare di questi fondi come gli uomini
ed i ragazzi. Si deve prendere in considerazione il fatto che in molti
regioni in crisi, a causa dell’alto numero dei maschi morti in guerra,
la proporzione di donne è molto più alta di quella degli uomini. In
Afghanistan si stima che le donne costituiscano tra il 60% e il 65%
della popolazione, in Iraq tra il 55% e il 60%.
• In tutto il mondo, l’80% dei rifugiati sono donne e bambini. È
obbligatorio integrare le donne rifugiate nella costruzione e
nell’organizzazione dei campi di rifugiati; si deve approfittare delle
loro esperienze, riconoscere i loro bisogni. Per la costruzione di
impianti sanitari e per la protezione, la fornitura di prodotti
igienici, l’assistenza medica e ginecologica, bisogna tenere conto
dell’alta percentuale di rifugiate.
• Le donne devono giocare un ruolo molto più importante nelle
posizioni dirigenziali dell’ONU. Insistiamo sulla richiesta di
eleggere prossimamente una donna come Segretario Generale dell’ONU e
chiediamo al nostro governo di impegnarsi nella ricerca e nella
presentazione di candidate qualificate.
• Parallelamente, chiediamo che almeno il 10% di donne fino al
2005 ed almeno il 30% di donne fino al 2015, possano arrivare a delle
posizioni dirigenti nell’ONU. Attualmente, vi sono solo sei donne a
capo di una sotto-organizzazione dell’ONU. Il Segretario Generale, che
anche sostiene questa richiesta, ha fallito finora a causa di un
appoggio insufficiente da parte degli Stati Membri, i quali hanno
presentato troppe poche candidate. Chiediamo al nostro governo di
presentare più candidate, di fare pressione nella consultazione con
altri Stati sulle candidature di donne e di supportare delle
candidate di altri paesi.
• Lo stesso vale per i posti di inviati e di ambasciatori
speciali. Attualmente fra i 68 ambasciatori speciali ci sono solo 6
donne. Chiediamo una quota di donne almeno del 30% fino al 2005 e del
50% fino al 2015. Chiediamo anche il sostegno attivo delle candidate
da parte del governo.
• Bisogna introdurre inoltre una quota per il personale
militare e civile delle missioni di pace dell’ONU. In questo contesto
si dovrebbe aumentare la partecipazione femminile fino al 2005 al 10%
e al 30% fino al 2015. Attualmente solo il 4% delle forze di polizia e
il 3% delle forze militari sono donne.
• Le missioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU devono essere
composte oramai secondo il principio della « gender balance » (almeno
il 40% di tutti i membri delle missioni dovrebbero essere donne ed il
40% uomini). Dovrebbe essere obbligatorio integrare la prospettiva di
genere nei rapporti dei membri della missione, e già prima di rilevare
i dati si dovrebbe fare attenzione a separarli secondo il sesso.
Bisogna consultare le organizzazioni di donne a livello locale,
regionale e nazionale. Il governo dovrebbe sostenere il Segretario
Generale dell’ONU per l’apertura di una banca dati su donne esperte di
questioni di genere e sulle reti femministe e pacifiste.
• La violenza su base sessuale, la tortura e lo stupro rientrano
tra gli atti di violenza più brutali, che procurano quasi sempre delle
conseguenze gravissime per tutta la vita della vittima. Nonostante
questo, in molte zone di conflitto esiste la pratica dell’impunità per
i malfattori. Per abolirla o almeno per ridurla, come già si chiede
nel CEDAW, si dovrebbe introdurre per tutti i governi un obbligo di
rapporto sistematico da depositare ogni anno. Si dovrebbero integrare
nell’inchiesta anche delle organizzazioni civili, femministe e
pacifiste. Il materiale dovrebbe essere trasferito, in caso di
problemi, alla Corte Penale Internazionale.
• In questo caso si dovrebbe istituire, come chiedono Rehn e
Sirleaf, una commissione internazionale di verità e di
riconciliazione, davanti alla quale le vittime di violenza sessuale
potrebbero testimoniare.
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