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Roma, 24 novembre 2007:

quel giorno che si siamo ripresa la piazza

 

Che saremmo state in tante lo si sperava… ma non così tante come invece ci siamo ritrovate. nel grande corteo di donne  che, il pomeriggio del 24 novembre del 2008, ha attraversato le strade del centro di Roma. Ed è stata una grande gioia, condivisa da circa 150 mila donne di tutte le età, che non comunque preso il posto della rabbia e della consapevolezza di essere scese in piazza per manifestare contro la violenza maschile sulle donne. Evidentemente se ne sentiva proprio la necessità.

Quella manifestazione auto-organizzata  è stata la risposta ad una serie di appelli incrociati di gruppi, collettivi, realtà femminili,  femministe e lesbiche che sentivano – e sentono – come proprio il problema della violenza sulle donne, in particolare quella agita all’interno della famiglia.  Non è sorprendente questo sentimento se si pensa che in Italia, quasi 7 milioni di donne, tra i 16 e  i 70 anni, hanno subito  violenza di genere almeno una volta nella loro vita. Violenza psicologica e/o fisica -  esercitata nella maggior parte dei casi da mariti, conviventi, fidanzati, ex, padri, fratelli e a volte persino figli -  che troppo spesso  finisce con l’estrema conseguenza: il femminicidio. Una violenza che coinvolge le donne (e anche le famiglie)  di ogni classe sociale, grado di istruzione e credo religioso.

Non interessa, almeno in questo ambito, raccontare delle polemiche del dopo corteo (lo faranno le cronache degli articoli che seguono) – come la cacciata delle parlamentari, la necessità di separatismo di una buona parte delle partecipanti  o al doveroso assalto al palco-postazione televisiva di La7, che molte politiche di professione avrebbero voluto conquistare nel tentativo di accreditarsi la straordinario riuscita della manifestazione. Questo intervento vuole essere solo una modesta introduzione  alla rassegna stampa dei giorni successivi al 24 novembre 2008, consapevoli che quel corteo è stato solo il primo urlo delle donne, dopo anni di rumori soffocati (a parte l’isolata “uscita dal silenzio”  con la manifestazione milanese del 14 gennaio 2006). A tutte noi il compito non indifferente di accompagnare e far seguire a quell’urlo parole, confronto, condivisione e azione, perché la violenza maschile contro le donne è un crimine che va combattuto con ogni mezzo necessario.

Marina Zenobio (Ufficio stampa “Donne in genere”)

 

Il movente della libertà

di Ida Dominijanni

da il manifesto del 24 novembre 2007

C'è da sempre un modo e uno solo per salvare il corpo femminile dalla violenza maschile che lo riduce a cosa e lo assale di preferenza nel chiuso delle case, nell'intimità dell'amore e nell'ipocrisia della famiglia: uscire nell'aperto della strada e trasformarsi in corpo politico. Fu il gesto rivoluzionario del femminismo, ed è ancora l'unica barriera simbolica efficace, più efficace di qualunque legge e di qualunque proclama sulla sicurezza. Quel gesto si ripete oggi nelle strade di Roma, promosso da una generazione di giovani donne che la libertà guadagnata dalle generazioni precedenti non ha reso immune da stupri, botte, maltrattamenti, omicidi a movente sessuato: prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne di tutto il mondo, così dicono i dati ufficiali.
Persistenze patriarcali? Magari: le persistenze prima o poi si esauriscono, la violenza sulle donne invece prospera, sotto qualunque cielo, qualunque dio e qualunque regime politico, dove i diritti sono scritti e dove non lo sono, nei piani bassi e nei piani alti dell'istruzione e della scala sociale. Non è l'oppressione, bensì la libertà femminile a muoverla: è questo il paradosso a cui cercare risposta.
Vendetta del sesso forte, deprivato del suo privilegio e messo in crisi nelle sue certezze? Troppo semplice, troppo frontale. Il conflitto fra i sessi segue vie più asimmetriche, e riguarda sempre poste in gioco epocali. Una di queste poste ha a che fare per l'appunto con il senso della libertà. Scambiare la libertà femminile per disponibilità (sessuale), o per assimilazione ai metri di misura dell'altro sesso, è ciò che forse rende cieco lo sguardo maschile di fronte al desiderio femminile, violenta la mano di fronte a un rifiuto. E ottusa la mente, sempre pronta a riconoscere la violenza degli uomini «altri» - islamici, rumeni...- rimuovendo la propria, o a cercare soluzione nella tolleranza zero o nei pacchetti sicurezza.
Non senza eccezioni tuttavia. Se qualcosa di nuovo è venuta a interrompere la sequenza liturgica di un 25 novembre uguale al precedente e al successivo, è proprio un inizio di parola pubblica maschile contro la violenza maschile, che rompe il muro dell'omertà e il velo dell'incomprensibilità. E' una parola maschile che serve a sanzionare e a capire, e a trovare la strada di relazioni più libere fra donne e uomini, e dunque più umane. Per questo la manifestazione di oggi avrebbe dovuto accoglierla e incoraggiarla, non lasciarla ai margini, come il frutto buono della semina femminile. Per questo i troppi uomini ancora complici, o ancora silenti, dovrebbero seguirne l'esempio. Rotti i muri frontali, del resto, anche per le donne c'è di che interrogarsi. Le torturatrici di Abu Ghraib, o l'imitatrice parigina del massacro di Meredith, stanno lì a ricordarci che la violenza ci riguarda non solo come vittime, ma come un riflesso dell'altro che ha lasciato l'impronta.

 

 

 

Napoli, 12 febbraio 2008: attacco alla 194

Quel giorno che il lutto privato di una donna è diventato di dominio pubblico.

All’inizio del 2008 assistiamo ad un ulteriore inasprimento dell’attacco  alla 194, la legge che dal 22 maggio del 1978 – seppur con molti limiti -  dà il diritto ad ogni donna di scegliere se e quando diventare madre. Da Roberto Formigoni a Sandro Bondi a Giuliano Ferrara(tanto per fare qualche nome), con  l’ingerenza della chiesa e del suo portavoce, il cardinale Camillo Ruini, riparte la periodica crociata contro la 194 e l’autodeterminazione delle donne

Dalle colonne de Il Foglio Ferrara lancia la campagna per una “moratoria sull’aborto” sancendo la priorità dei feti contro la centralità della madre. Una crociata antiabortista che tocca il fondo il 12 febbraio 2008 con l’irruzione della polizia in una camera operatoria del  secondo policlinico di Napoli,  dove una donna (Silvana S. ) era appena stata sottoposta ad aborto terapeutico. La cronaca racconta di una telefonata al 113 partita dal cellulare di un portantino intorno alle 19; denuncia che una donna sta partorendo in un bagno dell’ospedale. Gli agenti ottengono il via libera ad intervenire dal pm Russo. Alle 19.20 arrivano a sirene spiegate e secondo i testimoni, tra cui il responsabile dell’Ivg Francesco Leone, bloccano le uscite, interrogano personale e degenti, poi si dirigono dalla paziente appena uscita dalla sala operatoria per il raschiamento. Nonostante la donna sia ancora confusa dopo un pomeriggio di contrazioni indotte e l’effetto dell’anestesia, viene interrogata. Davanti all’incredulità di medici e paziente le forze dell’ordine sequestrano il feto e la cartella clinica.  Nei giorni successivi a Roma, Napoli, Bologna, Milano e in altre città italiane, le donne “libere di agire, capaci di reagire” scendono di nuovo nelle strade in solidarietà con Silvana e a difesa della 194. (Marina Zenobio)

 

 

L’aborto è di stato

di Ida Dominijanni

da il manifesto del 15 febbraio 2008

C’è fra lo Stato moderno e le donne un’antica inimicizia, fatta di esclusione da una parte e di estraneità dall’altra, che la costruzione della cittadinanza non è mai riuscita a sanare del tutto ma solo a lenire. La legge italiana numero 194 è stata una tappa cruciale di questo lenimento: siglando, fra donne e Stato, non la pace ma un armistizio. La procura di Napoli che ha ordinato il blitz del Policlinico, i poliziotti che l’hanno eseguito con zelo in eccesso, i politici che lo approvano, lo sdrammatizzano o lo spoliticizzano, i predicatori che lo cavalcano per testare (scusate la volgarità della citazione letterale) la grandezza dei propri genitali, devono sapere che hanno rotto questo armistizio e assumersene, da adulti e non da bambini, da padri e non da figli in perenne rivolta edipica contro le madri e contro la Madre, le dovute responsabilità. Da oggi sul tappeto non c’è solo la questione dell’aborto, o la difesa della 194. E sbaglierebbero anche le donne se si lasciassero prendere nella trappola strumentale di questo perimetro. La questione sul tappeto è quella dello Stato costituzionale di diritto. Quello che garantisce - o dovrebbe - che le leggi siano applicate correttamente e non in un clima di emergenza permanente, quello che stabilisce - o dovrebbe - procedure giudiziarie corrette, quello che ci tutela - o dovrebbe- dagli abusi delle forze dell’ordine, quello che difende - o dovrebbe - il rapporto fra medico e paziente da aggressioni e interferenze indebite. Prima di discutere dell’aborto si discuta di questo: a quando un’ispezione nella procura di Napoli? Da quando una telefonata anonima è quanto basta per ordinare un blitz? L’infermiere anonimo verrà gratificato con un encomio allo zelo pro-life? Noi comuni mortali dovremo munirci di avvocato prima di entrare in una sala operatoria? E i medici, prima di fare una diagnosi fetale, dovranno dare un’occhiata ai giornali per vedere che aria tira? Non è la prima volta e non sarà l’ultima che l’aborto si fa segno di più generali questioni: proprio perché l’aborto, al contrario di quanto sostiene la scellerata campagna sulla sua «faciloneria», si colloca su un delicato crinale, fra coercizione e libertà, fra garanzie collettive e decisione individuale, fra specie e singolarità. Bombardare questo delicato crinale a colpi di cannone significa bombardare, con la cittadinanza femminile, l’edificio dello Stato di diritto, tornare a uno Stato violento da un lato e paternalista dall’altro, che si fida più dei poliziotti che delle donne, e delle donne fa quando va bene delle vittime incapaci di intendere e di volere, quando va male delle assassine: feticide, come recita il brillante neologismo. Lasciare tutto questo fuori dalla campagna elettorale, come va predicando la premiata ditta V&B, è un’illusione falsa e truffaldina, che serve a Veltroni per non sbarrarsi il voto cattolico, a Berlusconi per non sbarrarsi il voto femminile. Siamo abituati a una politica che si nutre di confusione, ma ci sono questioni che domandano chiarezza. E se non la ricevono, la fanno.

 

 Roma, 23 e 24 febbraio 2008: i due giorni di Flat

 «Sommosse» a Roma, due giorni di dibattito

(Marina Zenobio  da  il manifesto 23/02/08)

 

Parte questa mattina a Roma la mini maratona di Flat -Femministe e lesbiche ai tavoli -, due giorni di analisi e dibattiti sulla violenza contro le donne organizzati dalla Rete nazionale «Sommosse». Il primo appuntamento, quello odierno, è alle 10 alla Casa internazionale delle donne. Qui, collettivi e associazioni arrivate da tutta Italia si divideranno in 6 tavoli di discussione per un momento di confronto sulle analisi, le pratiche e le prospettive di lotta in relazione ad aspetti particolari della violenza contro le donne, quella subita all’interno delle mura domestiche; la violenza delle istituzioni e delle leggi attraverso il controllo sui corpi (legge 40 e attacchi alla 194); dei media, quindi riappropriazione di linguaggi e strumenti; la violenza del sistema economico (leggi precarietà del lavoro); quella insita nell’educazione sessista e la violenza dell’eterosistema.
L’evento si concluderà domani all’Università Valdese in via Pietro Cossa con un’assemblea nazionale (inizio ore 10) nel corso della quale verranno presentate le relazioni messe a punto oggi dai gruppi di lavoro, per poi lasciare il microfono aperto a tutte le donne che parteciperanno singolarmente. L’obiettivo di Flat è dare continuità - dopo la grande manifestazione del 24 novembre contro la violenza maschile - al protagonismo politico delle donne, riaffermando il principio dell’autodeterminazione sui corpi e sulle vite delle donne e per lanciare, tutte insieme, «una campagna permanente di lotta contro tutti i tentativi di limitare la nostra libertà ed autonomia costruendo, per il prossimo 8 marzo, iniziative in ogni città». Un evento nel quale le organizzatrici sperano fortemente di scambiare conoscenze e condivisione delle pratiche e delle strategie di azione.
Per facilitare la restituzione della complessità e della coralità degli interventi dal blog di Flat (flat.noblogs.org) il «sommovimento» femminista e lesbico invita le partecipanti ad esprimersi il più possibile in interventi unici, richiamando quindi ad un senso di responsabilità verso l’assemblea da parte di tutte quelle realtà che sono più o meno interne a partiti, sindacati o movimenti politici strutturati nazionalmente.

 

 

FLAT: donne a confronto su violenza in famiglia e precarietà.

(Marina Zenobio  da  il manifesto 24/02/08)


Da Trieste a Palermo, in treno o auto, sono arrivate in più di 300, ieri a Roma, alla Casa internazionale della donna, rispondendo all'invito di Flat - Femministe e lesbiche ai tavoli -, due giorni di analisi e confronto sulla violenza contro le donne, organizzati dalla rete nazionale «Sommosse».
Associazioni e collettivi di femministe e lesbiche si sono divisi i tavoli di discussione, a partire da quello sulla violenza introdotto da «Donne in genere» Roma, «Giurist@ democrati@-rete femminista» e «Quelle che con ci stanno» di Bologna. Un momento di condivisione di pratiche e metodologie di intervento per contrastare la violenza maschile, con particolare riguardo a quella domestica o, per essere più precise, quella che si consuma in famiglia, all'interno di quello che nell'immaginario è considerato il luogo privilegiato dell'amore. E qualcuna ricorda che fino al 1981 da noi esisteva il delitto d'onore. La pausa pranzo è un momento colorato per fare conoscenze. Valentina, 23 anni, fa parte del Collettivo «Malefimmine» di Palermo, segue il tavolo sull'autodeterminazione, legge 40 e attacco alla 194. «Non viviamo slegate dalle contraddizioni della nostra terra, dove la lotta per un aborto assistito libero e gratuito è rivoluzionaria. Da noi la pratica delle obiezioni di coscienza è molto diffusa. Al Santa Sofia l'unico reparto che praticava le interruzioni è stato chiuso per ristrutturazione e mai riaperto. Le donne di Agrigento devono andare in altre città e - denuncia - ad una ginecologa che prescriveva la pillola del giorno dopo qualcuno ha manomesso i freni dell'auto». Da Flat Valentina si aspetta continuità, contenuti forti e grandi campagne che sappiano coinvolgere tutta la penisola, e anche le isole, contro l'attacco alla 194.
In un «non perdiamoci di vista» spera anche Livia, 30 anni, al tavolo su lavoro e precarietà che si chiede che cosa sia il welfare in Italia se non la «famiglia» che andrebbe sì tutelata, ma solo se rientra nella « normalità». A questo tavolo partecipano molte operatrici di call center, tra cui Michela che risponde per l'Alitalia, con contratti a termine rinnovati da 7 anni. Entusiasta del suo tavolo, violenza dell'eterosistema, è Anita, 61 anni, del «Gruppo soggettività lesbica» di Milano. In questa sede ha trovato un luogo di riflessione su femminismo e lesbismo, e ripreso la critica ai movimenti gay e femministi rispetto la loro richiesta di riconoscimento come coppia, quindi come famiglia. «Non mi aspettavo - dice Anita - un livello così alto di discussione e di capacità di interloquire tra generazioni». E' una «Mela di Eva» Stella, romana di 25 anni al tavolo comunicazione. «Bel momento di incontro con altre realtà, le loro esperienze e pratiche, perché ogni territorio calibra il proprio intervento in base alla realtà che ha intorno, uno scambio complessivo da cui non si può prescindere».
Resta virtuale, per ora, il tavolo sul razzismo come nodo da districare, e sul blog di Flat (flat.noblogs.org) si possono leggere i consigli per una femminista (lesbica) bianca e italiana la prima volta che incontra una donna nera, ebrea, immigrata, rifugiata del Terzo Mondo. Critica femminista alle culture patriarcali, con particolare riferimento ad educazione e formazione, al tavolo sul sessismo, che ha dibattuto anche le possibilità di costruzione di una cultura altra. Femminismo e spazio pubblico, introdotto da «Quaderni Viola» e «Collettivo Porta Nuova» di Milano, è il tavolo che si chiede quali siano le possibilità per le donne di occupare efficacemente uno spazio pubblico.
L'evento si concluderà oggi [domenica 24/2] all'Università Valdese, via Pietro Cossa, con un'assemblea nazionale (inizio ore 10), nel corso della quale verranno presentate le relazioni messe appunto ieri dai gruppi di lavoro, per poi lasciare il microfono aperto a tutte le donne che parteciperanno singolarmente.


 

 

8 marzo 2008 RICORDANDO MARINELLA 

  (notizia ripresa da il manifesto del 7/3/08)

Le celebrazioni per l’8 marzo iniziano oggi  a Roma con il corteo indetto da Piazza Navona alle ore 18,30 dalla Rete nazionale di femministe e lesbiche. La Rete dà invece appuntamento per domani sabato 8 marzo in quasi tutte le altre città d’Italia. Le più importanti manifestazioni sono previste a Catania, Nuoro, Perugina, Pisa, Mantova Cagliari, Napoli, Genova, Milano, Firenze, Udine, Bari, Palermo, Bologna, Brescia, Torino e Chioggia, città dove si ritroveranno le donne di tutto il Veneto per manifestare contro la mozione votata dalle giunta comunale in appoggio alla “moratoria sull’aborto” di Giuliano Ferrara. Oggi invece nella capitale l’Assemblea romana di femministe e lesbiche vuole ricordare con un corteo autorganizzato Maria Carla Cammarata, Marinella per tutte, che il 7 marzo 1988 venne stuprata da tre uomini a Piazza Navona. Alla fine del secondo processo gli stupratori vennero lasciati a piede libero e poco tempo dopo Marinella si lasciò morire di polmonite.  “L’assemblea – scrivono nella convocazione del corteo – vuole denunciare ancora una volta la violenza maschile sulle donne e lesbiche”. L’Assemblea non parteciperà alla manifestazione indetta per domani a Roma da Cgil, Cisl e Uil perché, dicono, “i tre sindacati continuano a legittimare politiche esclusivamente familiste e a proporre l’eterosessualità come unica scelta”.

 

 

25 aprile 2008

Roma, l’eccidio del Ponte di Ferro. La Storia dimenticata


La mattina del 25 aprile, prima di raggiungere il corteo partito da Porta San Paolo, un
centinaio di donne si sono ritrovate sul Ponte dell'Industria per ricordaren Clorinda Falsetti, Italia Ferraci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistoleri e Silvia Loggreolo, le10 donne trucidate dai nazifascisti sul ponte di ferro (oggi ponte dell'industria) il pomeriggio del 7 aprile del 1944. Quel giorno di 63 anni fa, sulla strada che conduce al Portuense, proprio nei pressi del ponte, donne anziani e ragazzi tentarono l'assalto al forno Tesei per impadronirsi del pane destinato ai tedeschi. SS tedesche e fascisti italiani intervennero caricando la folla,
10 donne vennero trascinate, allineate lungo la spalletta del ponte e fucilate. I tedeschi impedirono ai familiari di porte via i corpi delle donne che rimasero sul ponte fino a notte, fino a quando non ne permisero il trasferimento in obitorio. Poi la loro storia cadde nell'oblio.
All'appuntamento al Ponte di Ferro- indetto dall'Assemblea femminista via dei Volsci 22 - ha aderito l'intera assemblea romana di femministe e lesbiche per ricordare i tanti episodi, spesso sconosciuti, in cui le donne hanno resistito al regime fascista per garantire non solo la propria sopravvivenza, ma quella dell'intera collettiva. Lotte di resistenza, quelle al femminile, sempre taciute o relegate nel privato e non riconosciute dalla
politica ufficiale. (Marina Zenobio)

 

 

 

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